Questa si chiama erba

Non mi controllano nemmeno più il biglietto, ormai, ma direttamente gli occhi. A seconda del grado di rossore, di stanchezza o di numero di ore dormite, mi scortano in una determinata carrozza. Oggi, stasera, in una di quelle sere di settembre dove ormai il sole cala troppo presto, e taglia a fette i nostri stomaci mentre siamo intenti a sfogliare libri che non compreremo mai, stasera ho gli occhi abbastanza rossi per finire in coda al treno, in una di quelle carrozze dove l’aria condizionata è rimasta accesa, anche se i raggi del sole precipitano presto e sezionano gli interni delle nostre giornate come le lingue dei cani leccano le nostre dita che sanno di polli allo spedio mangiati da soli, dove il sole lacera orizzontalmente e accuratamente i nostri corpi, e i piedi rimangono là e le teste rotolano in fondo, si ammassano in fondo alle carrozze, dove c’è il motore, e corpi senza cranio si infilano pigiami in treni ad alta velocità, per andare a dormire in fretta, ma le teste sobbalzano, trivellate dagli avverbi dalle persone che non si fanno gli affari propri, dai cileni che non sanno trovare le strade, dai bambini che una volta li disegnavano pieni, gonfi (forse perché i bambini sono in salute?), le nostre teste rotolano ammassate e viaggiano senza biglietto, mentre i piedi rimangono là, fermi, oltre l’orario di chiusura, a calpestare tutto lo sporco di questa città, che è fatto dell’acqua per lavare le strade del mercato, che è fatto dei se che fai cadere dalla borsa, da ago e filo, dalle cerniere che non si chiudono più, dalla timidezza sbattuta in faccia come biglietto da visita, dai palloni presi a morsi dai cani, dalle scritte sulle saracinesche, memorabili e sacrosante come le rivoluzioni nei fumetti, come il buio usciti dal cinema, come la gente che ti spinge, e di notte tutto si deposita sull’asfalto, sotto le scarpe, sulle caviglie, e salti la cena per lavarlo via, teste che rotolano si ammassano sul fondo della classe Smart, e i piedi rimangono in quella città che è sporca, che è un tetris, che ti fa saltare le cene per l’urgenza di farti una doccia, e rimanere nudo in un anfiteatro dimenticato dai Beni Culturali, di rimanere in piedi, e mettere in scena l’unico spettacolo che hai imparato ormai a memoria, portarti una mano al petto, quasi vergognandoti, e dirle la verità, quasi vergognandoti, e dei suoi occhi che invece di applaudire, scendono i tre scalini e vengono a strapparti di dosso tutti i quasi, e tutte le vergogne, e tutti i polmoni, e salvarli dal sole, dalle scritte sacrosante sulle saracinesche, che si possono leggere soltanto di notte, o nei giorni festivi, quando in giro non c’è nessuno, a parte i tuoi polmoni, che forse non impareranno mai a respirare, ma a leggere i labiali sì, non impareranno a fumare ma a trovare farmacie aperte sì, anche in una città dove il verde esiste solo come la verità, quando in giro non c’è nessuno, dove una bambina viene sfiorata dall’erba, e scambia la verità per la “bua”, scambia un colore per una ferita, i miei polmoni smetteranno di singhiozzare forse, ma non si impiglieranno più nei rami come aquiloni costruiti con carta bucata, anche in questa città dove le madri insegnano alle bambine che camminano sui prati, e piangono, che “questa si chiama erba”, e serve per correre, litigare, tornare, rotolare su se stessi con una reflex al collo, e ridere soprattuto, e dirti la verità, e lasciare tutto il resto, teste e piedi, in giro, perché altro non ci serve più.

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2 risposte a Questa si chiama erba

  1. Mads scrive:

    Comincio a leggere il tuoi post dalla fine, che fine non è.
    Che pratica strana.
    http://www.youtube.com/watch?v=3ZnqxoGNoHo&feature=related

  2. Attimo scrive:

    Magari ci si capisce qualcosa.

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