Orario estivo

Uno. Due. Uno due tre.

Non vado molto d’accordo con gli orari delle biblioteche estive, così mi ritrovo a fissare i gradoni bianchi, uno dopo l’altro, e non riesco a capirne il senso, se si tratti di una salita o di una meravigliosa discesa, so che mi sta per scadere il parcheggio, che ho lo stomaco attorcigliato e che ho dimenticato il significato di vergogna, così stringo il tomo sul teatro di Kunze, che è grosso quanto il groppo in gola come di routine. Lo mastico come fosse caucciù, facendoci pure le bolle che faccio scoppiare sui gradoni, infilandoci la faccia e respirando le mie impronte, che fanno il rumore della sabbia di un lago d’estate. La biblioteca non apre all’orario prestabilito, e penso che sono in ritardo, mi sta scadendo il parcheggio, e devo correre assolutamente in ferramenta a comprare una luce spia, di quelle che da bambino mamma metteva nell’angolo in basso a sinistra della stanza, emetteva una morbida luce color pesca, sembrava uno yogurt retroilluminato, prima ancora che una spia per farmi passare la paura del buio e consentirmi un quantitativo adeguato di ore di sonno (su cui bisognerebbe poi anche mettersi d’accordo, alla fine, visto che quando dormo due ore sono più sveglio di quando ne dormo cinque, ma non divaghiamo). E’ tardi, la biblioteca non apre, il teatro mi inchioda ai gradoni e sta per fare buio e ancora non ho preso la luce spia, come farò a dormire stanotte, mi chiedo, così vado ad annusare il portone e scopro che in agosto fanno Altri orari, quasi non importa, quali, comunque diversi da quelli che credevi tu. Lascio Kunze e il teatro e le pagine fotocopiate di notte come ladri appoggiate lì a fianco, e ritorno all’auto, salgo e mi fermo a un semaforo rosso e di fianco al semaforo rosso un vecchio inciampa sul marciapiede, bacia l’asfalto e gli si rompono diversi capillari, diverse vene e diventa una maschera di sangue, ma è lì, fissa il vuoto in modo dignitoso e incerto, ma è lì, respira, e subito viene circondato da signori in maniche di camicia, forse manager, forse dirigenti, dirigono le operazioni di soccorso, chiamano un’ambulanza, ancora qualche secondo di rosso al semaforo mentre il rosso si scioglie nell’umidità di questo agosto che è uguale a luglio, un mese fa andavo a prendere libri e un mese dopo mi ritrovo le porte delle biblioteche chiuse per ferie, e mi ritrovo le pagine sui miei sedili, e ora dove le metteremo in casa non ci sta più nulla, e dovrò tornare, e non ho davvero voglia di vedere altri vecchi sfracellarsi contro i marciapiedi bollenti di questo agosto che viene dopo luglio e prima di tutto. E mi fanno anche un po’ sorridere, questi signori sbarbati, basette rifilate, capelli ordinati, mica come i miei che sembrano balle di fieno, e la mia testa campo di grano appena tagliato, gialla, giallissima ché viene voglia di inchiodare la macchina solo per fotografarla e portarsi via tutto il giallo di questo mondo. Mi fanno sorridere perché a questo vecchio non avrebbero probabilmente nemmeno mai rivolto la parola, al bancone al bar o in fila alle poste, ora invece il vecchio è ricoperto di sangue e in quattro, cinque, lo circondano, gli tengono le mani, e il vecchio non li guarda, credo si vergogni come un cane, se fossi un cane io gli leccherei il sangue dalla fronte, dal naso e gli laverei via dagli occhi quello sguardo perso a media distanza tra se stesso e le mani sconosciute, gli direi, leccandolo, vecchio guardami, il sangue è formato al 99% da noi stessi e all’1% dall’equilibrio, e quando avrai finito di perderlo, questo sangue, riuscirai a stare in piedi, non cadrai più nei pressi di un semaforo rosso, ti rimarrà solo l’equilibrio nelle vene che diventeranno tatuaggi da mostrare alla tua compagna quando si ingrosseranno nello sforzo di lanciare una boccia al bocciodromo, mentre lei seduta si tiene il ventaglio in mano, o mentre chiuderai la finestra al prossimo temporale, che sarà meraviglioso e infinito, dopo tutta questa siccità. Io se fossi un cane leccandogli gli zigomi incartapecoriti e zuppi di sangue gli avrei detto, leccandolo, che quelle vene finalmente libere dal sangue diventeranno i fili con cui chiuderà la finestra prima del prossimo temporale, l’ultimo, probabilmente, di agosto e un po’ di tutto, perché sai, vecchio, lei anche se ormai ha un certa età continua ad avere paura dei temporali.

Ma poi viene verde, anche se fateci caso, tutta l’erba è gialla, giallissima, perché non piove da luglio, da giugno, da mai, e beviamo tè invece che acqua, e tutto diventa giallo allora, i miei capelli, e l’erba, tranne il semaforo, che scatta verde e mi ricaccia lontano, in mezzo a tre province diverse, a riportare altri libri, altre storie, con la fretta di arrivare a casa e infilare nella presa di corrente la luce spia, ne ho prese due, però, anche tu hai una certa età ma ti è rimasta la paura del buio. Il peggio che possa capitarci sarà addormentarci.

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