Agosto, dov’eri

C’è questa cosa di cercare surrogati, una ricerca continua che non risparmia nulla e nessuno. L’estathe al limone, per esempio, viene universalmente riconosciuto come l’unico tè estivo fatto con vere foglie di tè, a differenza di roba buona per baracchini cinesi come il Nestea o maldestri tentativi italiani quali Beltè o San Benedetto. Solo l’Estathe ha un sapore diverso da tutti gli altri, dolcissimo per alcuni, fin troppo dolce per alcuni eretici, diverso, e dunque unico, per gli adepti come me. Eppure nemmeno l’Estathe si sottrae alla logica del Surrogato, viene fatto dentro impianti industriali di proprietà della famiglia Ferrero, e le foglioline non credo siano state staccate alle pendici dell’Himalaya ma forse, se ci va bene, lungo l’argine del Po. L’Estathe è il miglior surrogato possibile della nostra estate, ma l’estate vera, la sete vera, è un’altra cosa e bisogna effettivamente andare alle pendici dell’Himalaya per sentire qualcosa che sappia di te, di noi. Il tè freddo, quello vero, si faceva una volta con le bustine del tè vero, che nasce caldo, appunto, si mettevano nei pentoloni diverse bustine di tè, e sta qui tutta la differenza tra estate e inverno, quando fa freddo basta una bustina nel pentolino, quando fa caldo invece rovesciamo la scatola intera di bustine in un pentolone grande. Sempre te rimani, cambia solo la velocità interna delle molecole sul posto, cambia la temperatura cambia come siamo vestiti. Ma sempre te rimani. Ormai il tè così non lo si fa più, ci ho provato qualche settimana fa, a farlo, ho preso del tè vero, veramente estratto alle pendici dell’Himalaya, e l’ho lasciato raffreddare, e l’ho infilato in una bottiglia di plastica nuda, sprovvista di etichetta per non contaminare commercialmente qualcosa che cresce molto lontano da qui, e l’ho messa in frigo. E ho aspettato, ore, anche se avevo sete, fissando le calamite sul frigo, che lentamente scendevano di qualche centimetro quando l’umidità oliava la gravità (d’estate si cade più spesso), e poi ho aperto il frigo, la bottiglia nuda si appannava per l’imbarazzo, e ho bevuto il tè vero, mica un surrogato, e mi sono diventate le unghie viola per il freddo, e sono tornato bambino quando il tè freddo si faceva ancora così, mettendolo in frigo, e non credevo ancora all’Estathe. Oggi lo prego tutti i giorni, l’Estathe, ma c’è sempre qualcosa che non va, una foto venuta male, scura, che finisce per diventare surrogati di ricordi, i ricordi non si possono vedere, si possono lasciare i segni sulle braccia, per dire, ma non si possono vedere, eppure oggi credo anche alla mia reflex, e meno ai rullini e praticamente nulla ai ricordi, sostituiti nelle mie sinapsi da foto venute mediamente bene o da azzeccate ricerche su Google che svelano quello che in fondo già sapevo. E oggi credo anche alla Solitudine, diventata un surrogato pure lei, della Paura, e annullo ferie, surrogati di fughe, e prendo treni, surrogati di braccia, ne ho solo due, ne vorrei avere mille, mille come surrogato di abbastanza, la matematica come surrogato di avere ragione, avere ragione come surrogato di mi sta sanguinando il naso, sanguinando il naso come surrogato di sincerità, fazzoletti bianchi infilati nel naso come surrogati di psicofarmaci, psicofarmaci che non si trovano più sui banconi, ma tra i flaconi del reparto pulizia del corpo e del viso, droghe come surrogati di shampoo e bagni schiuma, etichette come surrogati di schiaffi in faccia, e ce li prendiamo tutti, e li diamo tutti, perché una doccia, surrogato di respiro, quante volte quante vite ci ha salvato?

Questi surrogati che mi fanno ribaltare la sedia, alla quale mi tengo, sedia come surrogato di scuola elementare, perché mio padre l’ha rubata da lì, tempo fa, tempo come surrogato di pazienza, che è un’altra cosa, però, ecco, il punto è che sono tutte altre cose, e non ci sono abbastanza braccia per riempire i nostri carrelli quando ci tocca fare la spesa, e si finisce per preparare il pesto (surrogato di ossigeno) senza il numero sufficiente di foglie di basilico (surrogato di “resta qui”) e finisce che dobbiamo allungarlo, una cosa che non andrebbe raccontata ai nostri figli, di quella volta che l’anno finiva (anno surrogato di criceto) e non mi erano rimaste abbastanza foglie di basilico in mano e così dovetti allungarlo, con una vergogna (surrogato di mentire a se stessi) che deve essere lavata via, prima o poi, dove poi è il surrogato di vita.

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