L’ultima Polaroid

Ho questa Polaroid, una Spirit 600 CL, interamente nera, abbastanza solida, sicuramente poco usata dal precedente sconosciuto proprietario. Qualche era geologica fa avevo comprato un rullino, di 10 pose, veramente poche, e avevo deciso di impiegarle soltanto per momenti veramente significativi. Di momenti significativi o di messaggi da lanciare in una bottiglia di vetro rotta (così entrava l’acqua) ne avevo radunati soltanto nove, mancava uno, manca sempre un momento significativo, forse quello decisivo, la fine è la più importante. Ho aspettato mesi, piogge anticicloni africani depressioni nordiche, ho aspettato mesi per ritirare fuori questa Polaroid con un colpo rimasto in canna, ho aspettato più di un anno quasi due il momento giusto per sparare, e uccidere finalmente quel dettaglio che si chiama Passato travestito da Presente. Due prede con un colpo solo.

Poi capita che finisco ad armeggiarci, perché secondo me ho trovato il momento giusto, perché mi sento bene, ed è una cosa, seppure rara come le apparizioni di Ufo in giardino, che secondo me è anche abbastanza significativa, stare bene, dico, è una cosa che succede, che spunta fuori come una lentiggine d’estate, e poi il cloro e la pazienza lavano via durante i lunghi inverni. C’è stato un momento, oggi, che stavo bene, ed ero vicino a un albero, non a caso, e allora ho preso in mano la Polaroid, ho sollevato il flash, ed ero pronto a uccidere il Presente, e fare l’amore con il Futuro, metterla finalmente via, basta Polaroid, basta instantanee, lunghissimi piani sequenza, lunghi vent’anni e oltre, di alberi mossi dal vento. Così sollevo il flash, la studio un attimo per ricordarmi dove fosse l’interruttore per scattare, lo trovo, è di lato, costringe sempre a un’impugnatura innaturale, ma insomma, ce l’ho salda in mano, è il mio presente, e lo sto per fotografare per l’ultima volta, ho in mano il mio presente che ho atteso anni, celebrando messe, riti pagani, collezionando fallimenti, ok, ma sempre aspettando il momento giusto, ora no, dicevo, ora nemmeno, ora nemmeno mi ricordavo di avercela, una Polaroid, fino a quando il presente, come fosse un passerotto bagnato rinvenuto nello scolo di una fogna, si ridesta, tra le tue mani, fa un movimento impercettibile del becco, eppure lo senti, allora lo prendi in mano, il tuo presente, la tua Polaroid, e tutti quei mesi in cui ti eri persino dimenticato, che stavi aspettando, li senti e ti fanno tremare le dita, e poi trovi il modo di farlo fuori, e premi, finalmente. E non succede niente. Non scatta. Ripremi. Nulla. Inizio a premere come un forsennato, perché non vai, perché non te ne vai, devo mangiare vento e perdo tempo con una scatola di plastica con nove impronte di momenti significativi, ne manca giusto uno, perché non scatti. E mentre sto armeggiando, mentre distolgo lo sguardo da quello che mi fa stare bene, mentre tento di far funzionare la Polaroid, la tengo puntata verso il mio mento, e poi l’irreparabile succede, il pulsante si disincastra, lo premo, inavvertitamente, parte il flash, parte il presente, esce subito la foto, tutta grigia, come se ci fosse spalmato sopra calcestruzzo, e così, l’ultima Polaroid, conservata per mesi, per anni, parte per errore, e l’ultimo respiro del tuo presente è la tua espressione che sta imprecando, deformata, dai colori scaduti, dalla chimica che ha fatto il suo corso. Non so se tutto questo voglia dire qualcosa, oggi ho ucciso il presente, finalmente, e l’ho ucciso con un Errore, un pulsante che si sblocca quando non doveva sbloccarsi, una foto scattata fuori tempo massimo.

Prima di uccidere il presente, avevo trovato qualcosa in un libro, o meglio fuori da un libro in biblioteca, non trovo mai nulla dentro i libri in biblioteca, ma una volta ho trovato una lettera satanica nella ciclabile del mio quartiere, l’ho pure raccolta, letta, e gettata via il giorno dopo perché un po’ mi faceva paura, devo dire, ma qualcosa dentro un libro, no, niente, l’ho trovato fuori, però, è una cartolina, della Valle d’Itria (BR) (provincia di Brividi), un posto di cui non sospettavo l’esistenza, ho trovato un posto nuovo, non dentro ai libri, ma appena fuori, giusto di lato, sullo scaffale, sul retro sbiadito c’è scritto che “qui c’è un caldo da matti”, c’è scritto che “ci vediamo”, c’è scritto “ok?”, con un punto interrogativo, e ho deciso che quell’ok, e quel punto interrogativo, saranno il mio Futuro, non so per quanto, forse fino a domani mattina, forse per sempre, nel dubbio imparerò a montare rullini su macchine fotografiche che non prevedano lo sviluppo immediato, così non ci saranno più feriti e presenti da fotografare, ma solo alberi, appunto, alberi su cui crescono definizioni, e solo album da usare come preghiere o come cuscini per addormentarsi, nè troppo grossi, nè troppo sottili.

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