Sono poi usciti gli zombie, dal video di Thriller

Leggo la prima pagina de Il Re Pallido mentre in tv sta passando Malattie Imbarazzanti, tale trasmissione di Real Time, un canale che a casa mia non si prende come praticamente tutti gli altri, a parte la Rai, ma qui, in questa casa alta quanto due alberi, uno sopra l’altro, sì, si prende. Si prende tutto, anche le Malattie imbarazzanti, si prendono, leggo la prima pagina del primo libro di Foster Wallace che prendo in mano in vita mia, mentre in tv c’è un tipo con i denti da coniglio che si fa ispezionare il culo da un finto medico. Sono emorroidi, basterà chiudere i vasi sanguigni raggrumati e tornerà come nuovo, gli dice il finto medico, e lo sparuto operaio britannico annuisce intimorito, mentre io leggo la prima pagina de Il Re Pallido, e non riesco nemmeno a piangere un po’.

Di questa estate mi ricorderò la prima pagina, dunque, e l’edizione speciale della birra Peroni, che lascio colpevolmente riscaldare mentre guardo le partite o il vetro portante al di sotto dei miei piedi. Ma è davvero buona, penso mentre salgo le scale di soppalchi, fa venire voglia di birra, e mi ricorderò di questa estate che è durata da qualche giorno ma ci ha già prosciugato tutti quanti, delle due pizze prese e mangiate nell’arco di una partita, di nuovo, le partite, ché scriverne mi sembra la cosa che più assomigli a una sessione di yoga.

Poi ci sarebbero tutte le mine antiuomo che ho disseminato nelle zone rosse delle strette di mano e delle strette dei polsi e delle strette allo stomaco, che cerco di non far saltare ma lo so, io lo so che prima o poi spaventato dalla spia della riserva della benzina che si accende, finirò per farne saltare qualcuna, e io con loro, e tu con loro. Il parabrezza sporco per le gocce che cadono dalle rubinie, non le fanno più come una volta, queste rubinie, o forse i parabrezza delle auto tedesche hanno imparato ad assorbire meglio, e ho un foro nel serbatoio dell’acqua per i tergicristalli, dentro al cofano, e mi tocca girare con il vetro ricoperto da chiazze di rugiada, forse, ma più oleosa, e non vedo nulla, e nelle rotonde mi tocca tenere la testa fuori dal finestrino come i cani che si allacciano le cinture.

E quella volta, quest’estate, quando mi è spuntato un pezzo del filo usato per i punti, per ricucire la cicatrice sulla gengiva, e quando te l’ho detto mi dicevi “Impossibile”, e invece sì, il dentista si era dimenticato e mi aveva lasciato un pezzo dei punti infilato tra dente e dente. E solo sputando nel lavandino mi sono ricordato cosa si prova, ad avere ragione.

L’estate dove il mare non esiste, i sabati si lavora, ma ci si distrae in spiaggia, e sposto foto dal desktop, dove iniziavano ad accumularsi, dentro una cartella, trascinandole come si trascina il corpo di un bambino per le gambe, per disegnare la traccia di una pista per le biglie, sulla sabbia. Nel riflesso dell’acqua, quindi del monitor, vedo la mia espressione, che assomiglia molto all’espressione di chi sta mangiando un gelato, in quelle gelaterie di quartiere, con le panchine che danno di spalle alla strada e ai semafori, e al posto delle lucciole ci sono le luci anabbaglianti delle macchine in coda, e l’asfalto è ancora caldo, anche molte ore dopo il tramonto. L’espressione di chi sta mangiando un gelato e sente un granello di sabbia, e pensa chissà cosa ci è finito nell’impasto. Forse ho sbagliato a ordinare, mi dimentico sempre la differenza tra gusto e sapore, prendo il gelato che sa di quella volta che mi hai detto che ti metto soggezione, invece che allo yogurt, la prossima volta, e il gelato che sa di occhi spalancati, invece della supernutella.

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