Il paese fatto di stelle

C’è un paese che si chiama come una torta fatta di stelle, Stellata, appunto, e non ci sono mai andato di notte a verificare che si vedano le stelle, o se le tengano le vecchine nei seminterrati di quelle case di campagna dove non c’è bisogno della corrente elettrica o dell’adsl per sentire freddo. Stellata sta in mezzo a tre comuni, tre province e tre regioni, appena fuori c’è una pila di cartelli alta quanto un albero, e intorno una spolverata di case e di famiglie e di persone che alla fine secondo me non si ricordano nemmeno più, a quale comune o provincia o regione facciano parte. Stellata da piccolo lo consideravo uno dei posti più esotici che potessi mai conoscere, posto di confine, appunto, schiacciato tra delimitazioni amministrative e una riva di terra alta quanto un elefante, messa in piedi per frenare la curva del fiume più lungo d’Italia. A Stellata ci sono case sventrate non dai terremoti, non dall’incuria ma semplicemente dal tempo, il vero podestà del paese, case dove fuoriesce edera e piante rinsecchite pure loro, groviglio morto di clorofilla scaduta e di mattoni scaduti, appoggiato inerte e senza pudore tra due case che invece reclamano ancora colore e raggi solari. A Stellata c’è un campanile che se fossimo in Toscana sarebbe fotografato e invece siamo… Dove siamo, poi, con tutti questi cartelli non capisco più dove siamo, ma sicuramente non siamo in Toscana, e i mattoni non sono rossi ma color cenere, e sarebbe tutto anche spettrale, se non fosse per questo sole, un campanile color mattone bruciato, delle case che si mangiano le piante, dei portici da piccola Bologna e invece siamo soltanto a Stellata, dove rifanno l’asfalto senza nemmeno chiudere le strade, e senza che ci sia bisogno del passaggio di un solo ciclista colorato di sponsor di alimentare o impianti a gas. Arrivo io, e vedo la strada sventrata, le ruspe e il catrame ancora fumante, e chiedo se posso passare e gli stradini (tutti stranieri) nemmeno mi rispondono, Stellata è quel paese dove non interessa più a nessuno, di rifare l’asfalto, tanto chi mai vuoi che torni, e così ci passo sopra, e parcheggio l’auto ai piedi dell’argine che sembra la Muraglia Cinese, visto da sotto, e attraverso la strada larga quanto la tua pazienza, con l’asfalto appena rifatto, due signore sedute, di fronte a casa, con quelle sedie arrugginite e la plastica sbiadita, mi guardano, io ho gli occhiali da sole (non li porto mai, ma oggi ) perché mi vergogno persino di loro, di gente il cui più grande spettacolo della giornata non sarà litigare o tagliarsi i polsi o scopare ma guardare i granuli di catrame seccarsi al sole, mi guardano e mi scambiano per un turista, forse, ma non ho macchine fotografiche in mano, non ho nulla in mano, sono vestito troppo pesante per questo sole indecente, mi viene quasi da salutarle, ma tiro dritto. Arrivo in cima all’argine, vedo la Rocca, il primo motivo ufficiale per cui Stellata è famosa, vedo una Rocca e penso alla sera di qualche estate fa, quando nel bosco attorno c’era una festa celtica, mi pare, ma non è quello il punto, io odio le feste celtiche. Quello che non odio è quel bosco, di notte, lungo il fiume, con le candele e i fuochi sparsi per i pioppi, e sono venuto per vedere esattamente quel tipo di luce lì, una luce giallina, semovente, tremante, calda, però, era estate e faceva caldo, di sera, in un bosco poco distante dal fiume più lungo d’Italia, e mi sembrava un film, ecco, sono venuto per fotografare questa cosa qui, a Stellata, dopo tre ore passate a tenere la bocca aperta volevo farne spalancare un’altra.

Invece stamattina a Stellata, il posto più esotico della mia infanzia, c’era il sole, e l’asfalto nuovo, e due vecchine sospettose, e nessun altro in giro, e c’era la Rocca e immagini buone soltanto per una cartolina con i bordi consumati da bocciofila. E ripensavo alle quattro frecce di tre ore prima, il ticchettio, potevo persino ondeggiare il capo, su quel ticchettio, e poi mi sono reso conto che sì, anche quella scena sembrava un film, ed ero insopportabilmente patetico. Mi sono tornati in mente i Tv on the Radio, mi è tornata in mente Love Dog, e così come si passa lo straccio sul bancone, ho rotto i vetri della macchina ascoltandola il numero sufficiente di volte affinchè il catrame diventasse secco, duro, da calpestare. Stare zitti è più di una tortura, è più di una dieta, è più di una condanna e più ancora di un’infamia, di un marchio, di un’etichetta, di una diceria, di una maledizione. Stare zitti è impossibile, per me.

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6 risposte a Il paese fatto di stelle

  1. Alessandra scrive:

    Bella Love Dog. Belli i fuochi di notte sparsi nel bosco, d’estate, la festa celtica, anche se non ne ho mai vista una. Bello che vai alla ricerca di un ricordo, bella la voglia di rivivere la magia. Peccato che a volte la magia faccia a botte con la realtà, con l’asfalto morbido.

  2. ladonnaignota scrive:

    pensare che Stellata ce l’avevo a meno di venti chilometri qualche giorno fa.
    pensare che Dear Science lo stavo ascoltando proprio qualche ora fa.
    coincidenze. chissà. in realtà non mi sono mai piaciute molto.

    stare zitti è impossibile suppongo per tutti, me compresa.
    stare in silenzio è già più semplice. stavolta non per tutti.

  3. Attimo scrive:

    Tornavo dal dentista. Poi uno dice, odio i dentisti.

    le coincidenze sono impossibili pure loro, mi sa.

  4. scari scrive:

    adesso a Stellata il campanile ha perso la testa, gliel’hanno messa davanti ai piedi, come neanche a Oloferne.
    Ma a Stellata ci sta anche la nonna della mia morosa, che si lamenta perchè ogni tanto, al telefono, cercano qualcun’altro, solo perchè, qualche anno fa, un tecnico della telecom gli ha invertito i cavi.
    Per dire.

    Bravo Attimo

  5. Attimo scrive:

    La nonna ha molta pazienza. Brava lei, per dire.

    • scari scrive:

      La nonna ha anche un giardino enorme, e tanta frutta spontanea che ogni tanto andiamo a mangiare direttamente dall’albero.
      Gliene portiamo via un sacco, lei è consenziente però.

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