Domani non ti chiederò nulla domani ti chiederò tutto

Le domande, io le domande non le ho mai sapute fare, impostare, me le dimentico pure e mi tocca segnarmele vilmente sopra un quaderno, come a scuola, e cerchiare i punti interrogativi, per renderli ancora più evidenti nel loro essere così disarmanti e disarmati. Le premesse, alle domande, quelle so farle, eccome, ma le domande non riesco proprio, vorrei chiedere tutto e finisco per non chiedere nulla, e questo è solo uno dei quarantasette motivi per cui ho smesso di fare il giornalista.

E come un reduce, come un partigiano che ha fatto la Resistenza, continuo però a partecipare a tutte le celebrazioni del mestiere più bello e crudele del mondo (strappare la verità alle persone, alle cose, alla vita, estorcerla, spiegarla, dipanarla, mostrarla, non c’è nulla di pudico e rispettoso, nel giornalismo, e anche per questo (non) ci piaceva farlo), continuo ad andare elmetto in testa e maglie riconoscibili addosso a questi festival autoreferenziali, che sono bellissimi, sia chiaro, organizzati in città bellissime e inadattissime. Ci passerei le settimane ai festival pieni di dispositivi apple, rete wifi potenzialmente aperte (ma non funzionanti), buffi e bellissimi ragazzi che sembrano più giovani di me e hanno già reinventato la professione il numero di volte in cui io l’ho rimpianta, passerei tutte le sere ad ascoltare riflessioni puntuali, disamine puntuali, spiegazioni puntuali, continuo a partecipare come gli Alpini alle adunate annuali, ricordandomi che non sono uno di loro e non vorrò più esserlo. La separatezza.

Le domande non le so fare, ma le premesse, invece. Oggi ho fatto due domande, una seria, ché quando ho risentito risuonare nella sala a numero chiuso la mia voce diffusa dalle casse, per un secondo ho avuto voglia di svenire in mezzo alle sedie a numero chiuso, e poi, quando praticamente tutti se n’erano andati, a parte uno che doveva lasciare un biglietto da visita, e una che aveva fretta ché doveva fare un’intervista e un’altra che invece “tiricordiabbiamostudiatoassiemealpolitecnico”, rimanevo io, braccia conserte, con questa seconda domanda, molto meno seria, che mi friggeva nella pancia da circa tre quarti d’ora, praticamente da quando l’oratore aveva ammonito sulle difficoltà del suo lavoro, e di quanto potesse essere pesante (“pesante”, cit.), la fase iniziale della raccolta dei dati, il riuscire a ordinarli, di disporli in modo da organizzarli e raccontare una storia. Dipanare la matassa, come direbbe uno che gira con i biglietti da visita nel portafoglio (io ne ho ben due, ma non sono miei, peraltro, giro con i biglietti da visita di chi voglio bene). La premessa era perfetta, la domanda insomma, ho buttato il cuore avanti e ho precisato “questa domanda che sto per farti è molto informale e non mi sembrava molto adatta al microfono, in un contesto un attimo più formale”, e lui ha sorriso, e io ho fatto la domanda, non seria, e lui mi ha risposto serio, ancora, per la seconda volta, e io lo incalzavo, volevo il dettaglio non serio, dai, siamo solo tu e io, tu hai disegnato la cosa più bella graficamente uscita in Italia negli ultimi trent’anni, e io invece ho inventato il rimpianto più grande degli ultimi trent’anni in Italia, ma niente, non si sbottonava la camicia e nemmeno il cardigan, tutto abbottonato, lindo, essenziale, impeccabile, aveva preparato delle slide così impeccabili ed esteticamente belle da farmi mettere a piangere, volevo urtare con il gomito i miei vicini di posti a numero chiuso, guardate, non è drammaticamente bello e soprattutto così definitivo, che cosa vuoi aggiungere, qualsiasi ulteriore dettaglio, un viraggio di colore, una linea, una parola una smorzatura sarebbe deflagrante. Provo a ricordargli della carta e della penna, vorrei che mi dicesse quanto si entusiasma quando può usare quel codice Pantone o quel pennello di illustrator, ma niente, il lavoro di gruppo è importante, avere il quadro d’insieme delle cose è fondamentale, allora insisto, dimmi quando ti viene in mente l’idea della copertina, da solo magari, quando sbatti contro lo sportello dell’armadietto del bagno al mattino mentre ti radi, ma non si smuove, anche lui resiste gandhianamente, come Collini, e non mi cede scabrosi dettagli, e io alla fine mi arrendo, alla mia incapacità di saper fare domande, gli dico grazie, e mentre attraverso la sala ristorante dell’albergo, con le etichette dorate a indicare i nomi delle pietanze (“Verdure fresche”, “Verdure grigliate”), con i piatti immacolati, la ceramica bianca come una pagina di un giornalista timido, ripenso alla mia domanda, la seconda, quella poco seria, “Qual è la parte più divertente?”, ti ho chiesto, e penso che ho osato fin troppo, chiederti il tuo segreto, e forse non avrei saputo rispondere nemmeno io, al tuo posto.

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