L’altra sponda

I fiordi norvegesi non li ho mai visti, ma assomigliano molto alla definizione di “erosione della parete interna del fegato”. Sono quella cosa meravigliosa eppure sadica: tu arrivi da una sponda, altissima, al di sotto scorre il mare, blu e freddo, e a poche centinaia di metri di distanza, sbattuta in faccia, c’è l’altro versante, che ti sembra vicino quasi da toccarlo con il dito, o il naso, se ti sporgi abbastanza. Eppure, per poterlo raggiungere con le proprie gambe, bisogna risalire il fiordo, per chilometri e chilometri, fino a quando l’acqua si rassegna alla terra, e si chiude, e poi di nuovo, percorrere l’equivalente distanza per arrivare praticamente al punto di partenza. Dall’altra parte del mare, ma dove ancora senti l’odore del tuo fiato provenire dall’altra sponda. I fiordi norvegesi hanno a che fare con la bellezza e la pazienza, due cose che non c’entrano nulla tra di loro anche se fanno lo stesso male ai fegati e agli occhi allo stesso modo, mentre invece il canale su cui abito io riguarda soltanto la pazienza, e forse neppure quella. La mia casa è abbarbicata sopra un argine di un diversivo, un corso d’acqua artificiale ricreato dall’ingegno (?) dell’uomo ricalcando l’antico e originario corso del Grande Fiume che ha portato la terra sotto ai nostri piedi. Diecimila lunghissimi anni dove il fiume paziente e silente radunava la pianura su cui saremmo nati e avremmo imparato a sbagliare, per poi farcela portare via, la terra sotto ai nostri piedi, da un battito di ciglia, una mail inviata, un documentario in televisione. E rimanere a galla fino alle caviglie, per i diecimila anni successivi, in quello che sembrava più il Vietnam, della Pianura Padana, un posto dove le guerre finiscono e tu vieni congedato, e ti ritrovi alcolizzato e drogato a guardare partite di football. Con la barba lunga che cresce sul mento, sulle mani sui polsi, come alghe a coprire di vergogna i fondali marini, come muschio là dove il sole ha smesso di battere, o tu di seguirne le orbite spaziali, cresce persino sulle pareti interno del tuo fegato. Io abito lì, sopra un argine, e vedo un canale scorrere, e dall’altra parte è tutto verde, metri e metri di campi finora dimenticati dalle famiglie che vogliono mettere su casa, dove il futuro esiste e resiste ancora soltanto in termini di spazio visivo e non mutui da pagare, figli da mandare a scuola, matrimoni da sistemare. Oltre i campi, ci sono abitazioni abbandonate da quando sono nato, eppure non ancora crollato, hanno le finestre rotte, muri scrostati, sono enormi case di campagna, una volta era tutta campagna e ora è tutto verde, ancora, lì, di là dal canale, a pochi metri dal mio fiato. Oggi mi sentivo le scarpe pesanti, e per arrivare dall’altra sponda ho preso la macchina e ho fatto chilometri: non ci sono ponti in prossimità del mio fiato, e una via periferica della pianura padana è diventata un fiordo norvegese, con un canale artificiale inquinato e imbolsito al posto del Mare del Nord, e al posto delle montagne, delle muraglie a picco, palazzine a due piani, piscine scavate fra due capannoni dismessi, una villa bianca, una fabbrica di budino fallita, il cui padrone si è impiccato qualche tempo fa, rotonde e semafori e distributori chiusi i cui parcheggi sono assaliti dalle auto delle famiglie che vanno alle giostre del Santo Patrono, una parrocchia nuova e volgarmente bella, spacci di carne, di nuovo rotonde, piste ciclabili a picco sulle strade, cartelli di proprietà privata e di ‘vietato entrare’, scavalcati impunemente da cani e padroni di cani. Abito su un fiordo norvegese e me ne rendo conto solo ora, quando per arrivare a scorgere il cartello ‘pericolo di crollo’ su quella casa ci ho messo anni, percorrendo chilometri quando sarebbe bastata qualche bracciata a nuoto, bagnarsi le mani, invece di sporcarsele, abito su un fiordo norvegese immerso nella Pianura Padana, quando ci metto minuti per sentire le spighe di grano verdi fluire sotto il palmo della mia mano ingorda, che li accarezza ma intanto li ordina di rimanere così come sono, rimanete verdi, spighe di grano, e non diventate gialle, mature, alte, non copritemi l’orizzonte e rimanete sempre verdi, come le scarpe che non comprerò, come la mia bile, il mio fegato e come le fronde degli alberi che sopra di me osservano telefonare a casa, dire solo “esci sul balcone un secondo”, vedere lo sguardo spaurito di mia sorella, che guarda dall’altra sponda verso di me, e per un attimo non mi vede, e io vedo comunque la mia vita lì, a pochi metri di fiato da me, e gli alberi sopra che guardano silenziosi, severi, porgendomi rami stupidi per appoggiarmi mentre le scarpe diventano sempre più pesanti, e tira un sacco di vento che sembra davvero la Norvegia, e il sole è così ancora basso che sembra davvero il Circolo Polare Artico, e io sudo così tanto, e sono così pallido che mi sembra davvero di averlo attraversato a nuoto, questo canale artificiale, chissà in norvegese come si chiama, Volano, lo chiamano qui, secondo me in Norvegia si chiama Fegato.

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4 risposte a L’altra sponda

  1. Alessandra scrive:

    Ma quanta strada dobbiamo fare per arrivare dove vogliamo andare? E perché non possiamo muoverci in linea retta, dico io, invece di diventare pazzi in mezzo a questo labirinto?

  2. Attimo scrive:

    Ma dove vogliamo andare, soprattutto?

  3. Alessandra scrive:

    Dall’altra parte del fiume, no? 🙂

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