L’estizione della razza umana dopo In Rainbows

C’erano questi occhi azzurri, di fronte a me, ad un certo punto, due occhi azzurri conficcati in un cranio dalle gradevoli sembianze, un cranio dolce, levigato, appropriato, mite, che avrebbe sciolto qualsiasi senso di sconfitta e fatto dimenticare tutte le frasi inappropriate che abbiamo partorito negli ultimi nove mesi. Ma il cranio era attaccato a un braccio, minuto, certo, che terminava però con una mano fasciata, il gesso a tenere ferma una frattura, a reggerle il viso in una posa quasi annoiata, a trasformare una mano in un soprammobile della bellezza di una ragazza troppo giovane per pronunciare frasi inappropriate, l’ho aiutata a issare lo zaino su, in alto, a tenere i mattoni sopra la sua testa, e quando mi ha detto grazie ha usato un tono di voce così sgradevole, così inadatto, a quel corpicino grazioso come un laghetto di montagna, così pesantemente dialettale, così ruvidamente sgraziato, che io le ho sorriso e basta, e mi sono ricordato di tutte le volte che scrivo nè con l’accento sbagliato, grave, greve, come si dice? Non lo so, lo scrivo male da quando sono nato, per imparare a usare il giusto accento perlomeno su perché ho dovuto cambiare lavoro, per dire, ma ora che non ho più l’età nè per amare nè per fallire tantomeno per cambiare lavoro ancora, ché in fondo il confine tra le due placche tettoniche è sottile e la deriva dei continenti le fa traslare una sotto l’altra provocando maremoti nelle nostre tazze che scaldano serate d’aprile, e non imparerò a scriverlo bene, ci deve in fondo essere un accento sgradevole, in ogni faccenda, quel caffè lungo buono ma appunto, troppo lungo, alto, non me l’aspettavo così alto, questo panino, corroborante, sicuramente, ma il pane mi ricorda le fette imbustate della Coop, o come tutti gli album che ho ascoltato dopo In Rainbows, non ci sono andato a letto con nessuno, nessuno mi ha lavato la schiena, nessuno mi ha allungato un asciugamano di ritorno da un’uscita sotto un temporale, o come queste notti dove c’è sempre qualcuno che rimane sveglio, silenziosamente, con te, e tu nemmeno lo sai, o c’è sempre qualcuno che non risponde alle tue domande, o c’è sempre un doppio senso che non cogli, ma ridi, una battuta che tutti capiscono, tranne te, o un’incomprensione infilata in mezzo a frasi di circostanza, c’è sempre, lo spruzzino per innaffiarti la gola che ti duole quando la gola ha smesso di dolerti, perché ci hai mangiato sopra, ci hai raccontato sopra, ci hai deglutito sopra e ormai stai imparando, a secernere medicinali dalle ghiandole, senza andare in farmacia, forse avrai un alito peggiore, ma ormai chi devi baciare, le ringhiere le forchette i vetri gli alberi i bicchieri gli amari i libretti dei cd tenuti nella tasca interna del giubbotto (le faccio davvero, poi, le cose, che beffa), chissenefrega dell’alito che sa di medicinale, il tuo corpo ormai ha imparato a produrre spray per la gola e a perdere la voce quando non hai voglia di parlare, questa cosa che manca, questo neo sulle buone intenzioni, questo graffio sui sorrisi queste risate che scoppiano a tradimento ai funerali, sono quanto di più inevitabile possa esserci, dopo In Rainbows, e questa cosa, di dover dare ragione agli album, album che stavano imparando a fare quello per cui sono nati, altari della nostra personalità, perché devono camminare per la stanza, ad un certo punto, perché questa stanza deve diventare grande quanto una custodia per un cd, e io in mezzo, perché deve allargarsi fino a coprire l’Italia, e noi in mezzo, a odiare le tredicenni con l’apparecchio che ancora si scrivono sui quaderni per comunicare senza essere sentite dagli altri, e io a sbirciare, e io a vederci, in tutta questa innocenza, il gioco dell’impiccato, le lettere mancanti.

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