Ritardo non quantificabile

Dice proprio così, la voce tremolante diffusa dagli altoparlanti di un E464 di trent’anni fa, “non quantificabile”, e capisci che anche Trenitalia si sta arrendendo a queste giornate dove le ore di sonno perduto, sono non quantificabili, i centimetri di pelle morsicata, non quantificabili, i dolori ai denti, non quantificabili, le cose che vorrei scriverti sotto al cuscino, non quantificabili, i posti dove vorrei andare (io che non mi sono ancora fermato dal concerto dei Notwist, nemmeno loro, quantificabili) non quantificabili, e le mani che vorrei toccare, non quantificabili, e i muri che vorrei scorticare con le sopracciglia, non quantificabili, e le palle di carte che vorrei ingerire senza masticarle, non quantificabili. Come l’indifferenza per un morto sotto ai binari, non quantificabile, come l’italianità della reazione, la prima, fulminea perentoria e quasi sinistramente tenera, alla notizia di un morto sui binari a Stanghella (dove?!) che faceva ritardare tutte le nostre vite, “la partita cazzo”, sì, anche la partita, non quantificabile, e le ragazze che girano ancora senza cellulari, non quantificabili, la maldestra docilità del bolognese che ci prova con la trevigiana, non quantificabile, i tavoli che vorrei spaccare, non quantificabili, le ore di sonno che servirebbero a non farmi tremare le mani, non quantificabili, i dentisti felici, non quantificabili, la falsa sicurezza nell’affrettarsi ad affermare che no, non si vorrebbe mai essere al loro posto, non quantificabile nemmeno quella. Non quantificabili gli occhi che vorrei chiudere, le braccia che vorrei amputare e i polmoni che vorrei spremere, come cornamuse, questi polmoni che si sforzano di pensare, invece di respirare, che si ostinano a parlare, invece di respirare, che scambiano fegati per specchi, non quantificabili quanto siano dimenticati dalle nostre badanti, che non cambiano i sacchetti degli uffici, non quantificabili nè i sacchetti nè gli uffici dentro cui impariamo ad odiare, non quantificabile lo stupore per una riforma del lavoro che si preoccupa dei licenziamenti e non dell’odio, non quantificabile il mio non riuscire a pensare a quello che mi succede, non quantificabile la mia capacità di concentrarmi solo con le distrazioni: la montatura metallica e cromata degli occhiali, ormai una rarità, come i capelli spettinati nelle ragazze, ormai vi pettinate tutte, come i caricabatterie, come le canzoni nuove di Regina Spektor, che francamente non capisco, come quelle di Colapesce, che invece capisco fin troppo, ecco, Trenitalia e io abbiamo capito, alla fine di un marzo che è saltato dal precipizio e non finirà mai più di atterrare, che le canzoni e le parole giuste, non servono a nulla, non servono a farti arrivare prima, a non farti perdere il primo tempo di Milan-Barcellona a non farti addormentare quando dovresti lavorare o a non dire le cose che vorresti dire, ad imparare a rinnegarti, no, le canzoni e le parole giuste non servono ad evitare di non fare finta di nulla per la gente che si butta sotto ai treni, a ricordarti una musica tremenda e quindi giustissima, Natura Renovatur si chiama, che detta così sembra che passi le giornate ad ascoltarmela, e invece l’ho messa su soltanto ora, giusto il tempo di svegliarmi prima di andare a dormire, giusto il tempo di non quantificare nemmeno i mesi che sono passati dall’averla effettivamente scaricata dopo averla notata in un negozio di dove… Perugia? Ferrara? Bologna? O forse era Milano, o Bergamo, o Venezia, Padova magari, o Verona, perché non Parma? Oppure Roma?

“Cosa hai fatto per 100 minuti?”, ti ho chiesto, e tu hai detto: “Niente, ho camminato”.

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5 risposte a Ritardo non quantificabile

  1. Alessandra scrive:

    ti lascio la citazione di un presentatore/comico inglese con un passato burrascoso e una nuova vita ricostruita sul disastro della precedente. ha detto una cosa forse banale, ma molto vera. recita più o meno così: “do what you love. Do what you’re proud of. And you’ll be bulletproof”.
    E lo so che spesso quello che ami non corrisponde a quello che “devi”…lo so che a volte (spesso) non si può fare, che la vita va troppo veloce – o troppo lenta – ma in fondo è solo questione di priorità. Le tue priorità. Le cose che sono importanti, che vengono per prime. Sii fiero di stesso e delle cose che hai bisogno di fare, ritagliati uno spazio fra i “devo” e i “muoviti, fa presto che è tardi”. non importa quanto sia piccolino, l’importante è che sia uno spazio tuo e soltanto tuo, dove i polmoni ti servono solo a respirare, dove puoi ricordare le cose che vuoi fare, dove puoi ascoltare la musica che hai scaricato, dove puoi anche solo dormire e magari sognare un mondo senza licenziamenti facili e senza cadaveri sulle rotaie.

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