Il sole non è contagioso

La geografia la insegnano ancora a scuola?

Mi viene in mente stasera, questa domanda che poi sarebbe più una sorta di premura, in uno dei pochi minuti della mia settimana in cui se premo le mani con la pressione appropriata sopra i miei padiglioni auricolari riesco a non sentire praticamente nessun suono. Mi viene in mente quando stamattina ho trovato per caso, nella penombra, una mappa un po’ ingiallita, e ho finalmente riconosciuto i posti, i luoghi, le strade. Come quando uno studente del conservatorio, in treno, magari, ripassa a mente lo spartito, e preme tasti nell’aria, o canticchia senza imbarazzo.

Sono stati giorni imbarazzanti, anzi, lo sono praticamente tutti, ormai. Giorni dove bisogna riempire il silenzio, e a volte è doveroso, a volte inutile, altre volte superfluo. Sempre, non riuscendoci mai. Il non detto vale quanto il detto, ormai, ci siamo completamente arresi, ma non è nemmeno questo il punto. Il punto invece è il seguente: capire a che diavolo sta giocando una famiglia straniera, in quei parchi dove ormai ci vanno solo le famiglie straniere, quelle italiane invece stanno altrove (ma esistono ancora, le famiglie italiane?). Seduti per terra, a colpire al volo una palla lanciata dall’unico componente in piedi, che poi doveva sobbarcarsi l’infame compito di andarla a riprendere (le palle, sui prati, rotolano velocissime, sempre e comunque). “Troppi tempi morti”, ho sentenziato, quasi borioso, mentre non riuscivo a staccare gli occhi di dosso da quel gioco per me impossibile da decifrare. E ho pensato che decifrarlo fosse una cosa romantica, molto più di carezze, o promesse o silenzi, e ho pensato che poi del romanticismo non ce ne facciamo più nulla, ormai (ormai significa oppure mai, vero?), mentre invece la mappa, e poi l’atlante stradale, e poi seguire le strade statali con il dito, quello invece, credo serva, a prendere fiato, a far entrare il sole nella stanza, ad asciugare i panni col vento, a decidere di tenere un altro giorno (solo uno), la barba. La geografia, per me, è come Kafka per Jonathan Franzen. E non saprò riempire i silenzi o sentirmi felice o far accadere, di nuovo, le cose belle, renderle (finalmente) iterabili, ma conosco a memoria tutte le uscite delle autostrade del Nord Italia, e prima o poi le imboccherò tutte, tutte quante, e mi daranno un Telepass d’oro da appendere sul camino e mostrare, orgoglioso, ai bambini in gita del 2080 venuti a studiare l’ultimo esperto vivente rimasto di Geografia, quello che ancora tiene le briciole dentro le pagine degli atlanti stradali come segnalibro, e le chiazze di vino come promemoria per i prossimi posti da visitare.

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