Il libro delle domande

Non ho ancora comprato i biglietti per il 19 luglio. Potrei andarci in bicicletta, a comprarli, direttamente da chi li stampa. E’ un privilegio di vivere nella città del 19 luglio. Ma non ci sono ancora andato. Mi sono alzato, ho visto la tazza vuota, mi sono chiesto, con cosa vuoi riempirla, oggi? E invece del latte ci ho messo il tè, una delle 50 bustine che mi ero preso l’altro giorno ipotizzando scenari post atomici, quando mi ero chiesto cosa porteresti con te se dovessi scomparire per mesi?, e mi è venuto da pensare al te, e all’ambiguità delle parole, ché a volte l’italiano mi sembra ancora più incerto e pressapochista dell’inglese, quelli usano una parola con cento significati, noi cerchiamo di sfangarcela con gli accenti, ma poi subentrano quelli acuti, e quelli grevi, che è una forma dialettale di gravi, presumo io che la grammatica l’ho lasciata in terza media, quando scrivevo te con l’acca in mezzo, che in inglese se è all’inizio delle parole va aspirata, e se in mezzo invece come bisogna pronunciarla, inspirata? Così mi sono fatto (il) te, la mattina in cui potrei acquistare i biglietti per il 19 luglio, potrei farlo in bicicletta, potrei averli in mano già ora, già adesso, senza aspettare corriere espressi o senza indugiare troppo nelle corsie preferenziali sotto al Savonarola, il Savonarola che d’inverno nessuno se ne ricorda e lui imperterrito continua a indicare un punto impreciso all’orizzonte, il Savonarola sotto cui tento di organizzare feste di compleanno a sorpresa fallendo miseramente perché le persone arrivano tardi, ormai, alle sorprese, e se glielo fai notare quelli ti chiedono ma era così importante? e tu finisci per guardare da un’altra parte, sui ciottoli, sul padimetro che segna livelli di piene impensabili,  davvero l’acqua arrivava così in alto? e tu non ci credi, così come del resto non credi nemmeno alle sorprese, mine antiuomo piazzate sui nostri marciapiedi, cosa resta dopo l’esplosione? Resta una malinconia immediata, la carta lucida dei regali, i nastri verde, resta un senso di stupore che infesta le strade e si mescola con il fumo delle aspettative, da dove viene questo profumo?, e per colpa delle nostre sorprese poi la Regione e i Comuni devono aumentare le domeniche senz’auto, nel 2012 saranno due in più, e dovremo girare in bicicletta anche di domenica, quando siamo più pigri, e vorremmo dormire, vorremmo incastrarci nelle lenzuole, vorremmo far cadere dal letto i cellulari che vibrano per svegliarti, e tu li osservi muoversi gradualmente verso il ciglio del materasso, senza muovere un dito, li osservi quasi sadicamente quasi terrorizzato, se ora cade si aprirà a metà?, ma non importa, lasci fare, lasci che la sveglia faccia tremare le lenzuola, lasci che la mattina faccia un volo di quaranta centimetri e vada a schiantarsi sul pavimento freddo, e taccia, e lasci che sia notte ancora per dieci minuti, il tempo che la mattina si ricordi nuovamente di te, e torni a squillare, sorpresa, è mattina, sorpresa, devi andare a comprare i biglietti per il 19 luglio, sorpresa, anche quest’anno hai un 19 luglio da attendere, da scrivere sull’agenda, da cerchiare in rosso, da cerchiarti in rosso, ma questi colori non rovinano la pelle?, e a me sinceramente, che in questa città ci vivo, e che ci sono stati, prima ancora, gli 11 luglio, i 5 luglio, i 10 luglio, me li ricordo tutti, mi ricordo persino la faccia della cassiera dell’Arci, che tiene un blocchetto delle nostre migliori estati in un cassetto di un’anonima scrivania da ufficio da qualche parte nel centro della città, la mia città (dove ‘mia’ non va inteso in senso possessivo, per carità, ve la lascio anche, se ci tenete, ma nel senso di identità), lontano dagli occhi del Savonarola, e basta pagarla e quella, placida, rilascia un segno tangibile che in fondo le cose vanno abbastanza male da sperare in un 19 luglio, e abbastanza bene da poterceli permettere ancora, dei 19 luglio, delle code per i lavori in corso per sistemare le buche nelle strade per le sorprese lasciate, in fondo è l’economia che gira, ci facciamo del bene, ci facciamo del male, abbiamo denti da riparare, macchine da far girare, spritz da ordinare nell’attesa di addormentarci tutti, ma lo reggerò un intero concerto suo?, e svegliarci a mezzanotte tra le cartacce, e rivederci tutti il prossimo anno, ancora, con un segno in più sulla fronte. Potrei andarci, insomma, ma ancora non vado, tergiverso, perdo tempo, sempre, perdo sempre tempo, mi ricordo di canzoni come Acrobat, invece che di Bon Iver, a chi potrà interessare ancora Acrobat?, e dei silenzi quando si sta bene, che si assomigliano molto ai silenzi di quando si sta male, e delle sorprese, che assomigliano molto a dei click sull’interruttore della luce, quei click che stanno a metà strada tra la luce e i sogni. E se mi distraggo mentre attraverso la strada? Stanotte ho sognato un amico, scusate, un conoscente (l’uso del vocabolario, me lo scordo sempre), che vive da due anni a Brisbane, e nemmeno sa chi diavolo sia Bon Iver, o la cassiera dell’Arci Ferrara, ho sognato che era tornato in Italia, a Napoli, più o meno, e si metteva al pc a scrivere una mail ai suoi amici per raccontare come stavano procedendo le sue vacanze a Napoli, in Italia, e nel sogno, insomma, io ero praticamente dietro di lui, invisibile, e riuscivo a leggere quello che scriveva, e nel sogno riuscivo a pensare esattamente come lui, che non sarà mio amico ma qualche sanissima legnata a calcetto ce la siamo comunque data, negli anni dell’università, ed essendo mio, il sogno, la mail era come se gliela stessi scrivendo io, e indovinavo esattamente il suo tono, i suoi giochi di parole che fanno ridere solo lui e la sua ragazza, anche lei a Brisbane, peraltro, e mi ricordo che usava delle emoticon stranissime per descrivere quello che gli era accaduto, delle emoticon che erano davvero la rappresentazione visiva di quello che gli era successo, forse eravamo nel futuro, non voglio saperlo, non ha importanza, so che nel mio sogno io pensavo esattamente come lui, e riuscivo a indovinare esattamente come le cose che avrebbe sentito lui, con il suo tono, che quasi nemmeno lo conosco.

Ora qui ci andrebbe un cerchio disegnato sulla sabbia con un ramo secco, per dire.

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Una risposta a Il libro delle domande

  1. Scralco scrive:

    Grande Zucco!

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