Ciao mondo

Le prime due parole che ho scritto dentro un blog sono state ciao mondo, due parole che soltanto un ingegnere informatico può cogliere, e tutti gli altri no, in teoria, ma solo perché ragionare in linguaggio binario invece che in esadecimale o peggio, con un alfabeto di 21 lettere rende tutto molto più semplice, o complicato. Invece Ciao mondo, acceso spento, bianco nero, 0 e 1, dovrebbero capirlo tutti, come il mare della bambina di Cechov, ché alla fine si finisce sempre lì, al mare e alla bambina e a quel ‘grande’ che è soltanto una parola che le contiene tutte le altre, dentro ‘grande’ ci finisce dentro il Troppo, il Tanto, il Niente, il Nulla e possiamo andare avanti tutta la notte a giocare a infilarci dentro tutto quello che siamo capaci di masticare, dentro ‘grande’, ma insomma, è tutto quello che ho tentato di descrivere in ormai nove anni di blog, roba che potrei pisciare in testa a tutti questi tumbleristi che citano, citano, citano, citano anche se stessi invece di provare ad articolare due o tre consonanti e vocali, ma anch’io ho fatto questa fine, eh, anch’io sono diventato la citazione e la metafora di me stesso e il mondo nemmeno lo saluto più, lo cito, diobono, lo cito, e cito pezzi di me per spiegarti le cose, e cito pezzi di te per nasconderle le cose, e citiamo le crosticine le macchie sulle lenti e sulle lenzuola, e cito comici di programmi che non vanno più in onda, sappiamo soltanto citare, una cosa che gli ingegneri informatici non possono fare, condannati a decodificare tutte le cose che dite voi, gli ingegneri informatici sanno soltanto salutare il mondo, appena entrano in casa, e forse puzzeranno e forse non sapranno vestirsi e forse indossano ancora mutande bianche (beninteso, io sono un ingegnere pentito prima ancora di iscriversi, non vorrei innescare pericolose associazioni), ma l’educazione, quella signora mia è la prima cosa che imparano, e di fronte al mondo loro non si guardano l’ombelico non mostrano i capezzoli non ostentano il cappello dentro cui versare le nostre lacrime ma dicono Ciao mondo, senza nemmeno usare le virgole, perché nei linguaggi binari non ci sono pause tra le parole, non esiste la punteggiatura tra me e te, esiste solo me e te, e per fare tutti gli altri bisogna mettere insieme soltanto me e te, che diventiamo così riproducibili diventiamo tutti gli altri, tutti gli altri finiscono sempre per essere fatti di noi, di me e te, e non ci può essere stupore, ogni volta che ci innamoriamo, non ci può essere dolore, ogni volta che ci si lascia, non ci può essere sollievo ogni volta che riusciamo a limonare con gli incubi degli altri, perché alla fine si tratta sempre di me e te, me e te, messi in fila come fossero lampadine accese o spente, e questo un ingegnere informatico (pentito o meno), lo sa, che io e te facciamo il mare e la bambina che lo guarda e Cechov che si inventa la definizione di tutto, quindi di me e te, quindi del mondo, e se sollevaste i laghi le gambe i veli le foto l’erba i fiori la colla l’unto delle cose che postiamo, ci ritrovereste soltanto dei me e dei te, così, in successione, e hai due possibili reazioni, di fronte alla presa di coscienza che non amerai altri all’infuori di me e te, che non odierai nessun altro che non sia te e me, quella di amare tutti o di non amare nessuno, quella di scoprire un terzo carattere del linguaggio binario, e quella di non volerlo sapere, e di arrendersi prima ancora di cominciare, e di tornare a casa, in silenzio, apparecchiare in tavola, in silenzio, di leggere il giornale del giorno prima, perché oggi non hai fatto in tempo a comprarlo, di guardare distrattamente i profili twitter di qualcuno, perché tutti non fai in tempo, a leggerli, di massaggiarsi la caviglia destra che fa male anche solo quando la appoggi sulla vasca, mentre stai per farti un bagno, perché tu dentro la vasca ti siedi anche se devi fare la doccia, perché ti vuoi sdraiare, guardare il soffitto, spegnere la luce, in silenzio, e di arrenderti, e di fare la prima cosa che ti hanno insegnato a fare a ingegneria, a casa, nella vita: fare entrare il mondo, senza poter scegliere il pertugio che deciderà di usare, per entrarti in casa, per entrarti dentro, riporre nell’armadietto ogni metafora sessuale, ogni orientamento sessuale, ed essere prima di tutto educato, col mondo, e salutarlo e dirgli Ciao e poi non riuscire mai più a scrivere qualcosa di più onesto e limpido e lineare di quello, in nove anni, nove anni dove Splinder ti ha quasi cambiato la vita, e in quel quasi c’è il senso di Splinder stesso, nove anni passati dentro Splinder invece che dall’analista o in una palestra o in un’università o all’estero o in un consiglio comunale, nove anni passati a declinare il quasi in tutte le forme possibili, nove anni in cui ti emozionavi, letteralmente, se ti commentava una blogger di cui stimavi anche le virgole, appunto, e di cui scoprivi, lei inaccessibile come pareva essere e come poi si dimostrò, che pure lei ascoltava i Coldplay, sì, e che non bisognava vergognarsene, nove anni dove poi Splinder l’hai abbandonato perché hai imparato a costruirti da solo i blog e i siti e tutto il resto, e pure a smettere di ascoltarli, i Coldplay, e ti sei fatto il blog da solo una sera di fine novembre quando un’altra vita stava per iniziare, e non sapevi che sarebbe stata esattamente uguale a quella di prima, la sequenza di me e te che si riproduce, anni di me soltanto, anni di te soltanto, il codice morse che si usa per gridare dalla finestra ‘quasi’ mentre fuori ha pure smesso di nevicare e non c’è nessuna cazzo di montagna di neve ad attutire l’eco che ti scappa tra i palazzi i campi i canali i diversivi le fogne le macchine parcheggiate e non torna indietro, come Splinder che oggi chiude, come i quasi che me li pettino in testa me li disegno sullo stomaco e poi faccio trenta addominali sul tappeto per farli assomigliare entro un’estate qualsiasi a qualcosa che dopo nove anni non si chiuda con una schermata blu di scuse per il disagio.

Questa voce è stata pubblicata in 200X, Linea d'ombra e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

4 risposte a Ciao mondo

  1. Alessandra scrive:

    un post come questo (il suo contenuto, s’intende) mi ricorda perchè, ormai parecchi anni fa, ti contattai su msn per sapere chi tu fossi e che vita vivessi…se non ti conoscessi e ti leggessi ora per la prima volta, lo rifarei di nuovo. in fondo devo un grazie a Splinder. altrimenti non ti avrei mai incontrato. o magari sì, ma ci saremmo incrociati per strada, per sbaglio, e saremmo passati oltre.

  2. Attimo scrive:

    La penso quasi come te, riguardo a Splinder (mi riferisco al tuo post sul tuo blog), quel ‘quasi’, appunto, riguarda le persone con cui sono entrato in contatto grazie alle mie viscere sul tavolo, tra cui tu, e sono e ne sarò sempre contento. per strada, certe cose non capitano, dentro allo stomaco sì, evidentemente.

  3. Alessandra scrive:

    vero. dentro allo stomaco sì 🙂
    comunque, anche se ormai non postavo più, digitare l’indirizzo di Splinder ed essere reindirizzati altrove assomiglia quasi ad una porta sbattuta in faccia…come se mi avessero detto “che ti aspettavi? Tanto a te non interessava”.
    ma dopo così tanto tempo la mia finestrella sul mondo non esiste più (tumblr ovviamente non conta. tumblr, per riprendere il tuo pensiero, è solo un’enorme citazione) e davvero non capisco se questo sollievo che sento è perchè qualcun’altro ha deciso per me…o perchè davvero non m’importa ed è solo una variabile in meno nell’equazione, così da rendere tutto più facile.
    ed è incredibile come la chiusura di Splinder mi abbia infine spinto a ripensare ai motivi per cui su quel blog non scrivevo più…al perchè spesso avevo finito col scrivere sciocchezze, a parlare di politica o a dare opinioni su libri e film inutili, fatto salvo per qualche buon concerto. beh, quei motivi fanno male. codardamente, anche di quelli mi voglio dimenticare.

  4. Attimo scrive:

    Non dimenticarli completamente però perché potrebbero ritornare 😉

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *