Love it or love it

Restare o scappare, arrivare al cinema e ricevere in mano questo quadrato di carta da inserire in un’urna, scegliendo tra la fuga e la resa, tra la diserzione e la ricostruzione, tutto è ambivalente, cristo, tutto è fottutamente individuale, dalla scelta dei calzini all’amore alle tasse da pagare alle persone con cui scoperai in un futuro (a quanto pare) evidentemente remoto, tutto ridotto a una scelta individuale, come se dipendesse soltanto da noi stessi, Restare o Scappare, dall’Italia, diceva, chiedeva, rispondeva, il documentario (carino, peraltro, ma questo è un aspetto totalmente secondario), ma poteva voler dire da qui, da domani, da te, da me, da quel libro, da quel pomeriggio, da quella scelta, da qualsiasi cosa che venga in mente ai tuoi nervi, Restare o Scappare, e io credo di averle provate entrambe, io sono un grande sostenitore, del Restare, anche quando i muri prendono fuoco e bruciano i tappeti e i tuoi capelli e le mani finiscono per scottare insopportabilmente, mi ricordo anni fa io che ti urlavo in faccia e tu che mi urlavi in faccia e tu che te ne andavi e io rimanevo lì, perché avevo il senso del dovere per l’amore, quasi una predisposizione marziale a farle funzionare, le cose e l’amore e le persone, come se sulla schiena delle persone ci fosse uno scompartimento dove infilarci le mani non per farle godere o soffrire o torturarle ma per insegnare loro come si fa a perdonare o a non avere fretta o ad avere ancora voglia di te, tutte cose alla fine anche molto inutili, io rimanevo dentro la stanza, al centro, rimanevo e cercavo con le urla di farti tornare, e più scendevi le scale, e io più urlavo, ma io rimanevo lì, lì dove l’incendio era divampato, senza accorgermi che invece tu ti portavi via le fiamme, il calore, il bruciore, la luce e quindi tutto. Che senso ha avere ragione quando sei solo nel buio di una stanza di albergo di Reggio Emilia? Che senso ha avere ragione quando sei disteso nudo sui materassi disposti sovversivamente sul pavimento del soggiorno di tua nonna? Che senso ha non imparare, le cose, non accettare che tutto è maledettamente individuale, che contano soltanto le nostre dita, e i polpastrelli, e nient’altro, che senso ha predicare la visione comune, che senso ha consegnarmi un tagliandino all’ingresso di un cinema per chiedermi se voglio Restare o Scappare? Abbiamo davvero un’alternativa? Ci interessa davvero scegliere tra queste due opzioni, che è come scegliere tra l’acqua e la pioggia, tra la fame e i crampi allo stomaco, dove sta la differenza, all’atto pratico, dov’è soprattuto che ci si asciuga, ché gli asciugamani sono tutti in lavanderia e dobbiamo strisciare la faccia e il petto e le gambe e il culo contro le pareti del bagno, e per quanto vuoi che siano lisce le piastrelle (anche se sulle mie ci sono disegnati in rilievo orridi fiori di prati di trent’anni fa), rimani comunque bagnato, dove ci dobbiamo asciugare? Si tratta di decidere se prendere un ombrello o indossare un poncho, è come scegliere se affrontare correndo o camminando il chilometro che ci separa dalla macchina al portone di casa mentre sta piovendo tutta la pioggia possibile. La vera scelta che cambierebbe tutto, cambierebbe la mia vita e la tua e quella di tutti, sarebbe quella di decidere di tornare tutti indietro, o di andare tutti avanti, e di riprovare a tornarci, in quella stanza a Reggio Emilia, poco distante dal teatro, ma insieme, di riprovare a ignorarci, qualche settimana fa, e di decidere, insieme, di fare cose stupide come scriverci, ma insieme, e di non avere paura di sembrare ridicoli, ma reciprocamente, e di non farti scendere dalla macchina, ma insieme, di non prenderti in giro di fronte al prof di Arte, ma insieme, di andare a Firenze dai Verdena, ma insieme, di volerci, di nuovo, o mai, o per la prima volta, che è anche la più bella, ma insieme.

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