Come puoi vivere a testa in giù

forse dovevo prendere un muffin invece che un old island, old england, come si chiama, aiutami, io mi sono fermato a rimirare la panna montata e le scaglie di cioccolato, e poi sono salito in macchina e ho messo su l’intero Requiem e mi ha tirato cinghiate con la fibia e io lasciavo venire rosso quando finiva una canzone e ripartivo solo con Canos, toglietemi i Verdena dall’autoradio altrimenti non rispondo di me e inizio a scrivere a chiunque la verità, vi prego, sull’amore e sugli espatri e sull’età e sul peso forma e sul rispetto e sull’uso della carta igienica e sull’opportunità di aprire un tumblr, toglietemi quel cd dall’autoradio che fa lampeggiare di arancione la mia vita e vi dirò tutto quanto, magari scombinando le sillabe ma usando soltanto parole sincere come le ciliegie in fondo al bicchiere sui corpi e i capelli e Berlino e Barcellona e Londra, ma Londra solo in primavera, prima il lungo inverno e la bella estate e il lungo inverno e l’infinito autunno, e le articolazioni e le scapole che sembrano ali e farti volare issandoti al centro della stanza e mia sorella che pesa venti chili meno di me e quindi è leggerissima e mi chiede cosa fai, e io la faccio alzare dal pavimento e spettinare, toglietemi quel cd dall’autoradio che caramella il volante e lascia una scia sui sedili e vi dirò la verità sui social network sulle forbici e sulla carne, la carne che avvolge i discorsi con il suo grasso e il suo sapore, la carne usata come sottobicchieri dei nostri whisky che sanno di zucchero, molecole disgregate dai nostri molari usurati, con i canini in congedo permanente e gli incisivi impiegati per meri e velleitari scopi di rappresentanza, pensateci bene al prossimo sorriso, pensateci prima di elargirlo al primo Come stai? che passava di lì quasi per caso, sicuramente per convenienza dell’interlocutore, pensateci e mettetevi in ginocchio a scrivere, il momento in cui non userete nemmeno una sedia per scrivere ma batterete i tasti così, in ginocchio, con le scarpe slacciate, e il maglione semi sfilato, non date la colpa ai Verdena o allo sconosciuto illuminato che vi propina una ricetta degli anni 70, date la colpa, per i crampi ai polpacci mentre scrivete, ai baci non dati, ai sorrisi tenuti per momenti migliori, mentre andrebbero impiegati adesso, per i momenti peggiori, alle carezze dimenticate sul divano o nelle tasche dei vostri cappotti, dove le vostre dita costruivano rebus indecifrabili senza la chiave nascosta, che sarebbe io-ti-voglio, ma non si ha l’umiltà di riconoscerlo, l’umiltà di abbandonare questi tavoli di vetro che lasciano vedere i nostri pantaloni e le nostre scarpe e ci distraggono da quello che sentiamo, e io sto sentendo da venti minuti Requiem a volumi improponibili, toglietemi quel cd e vi prometto che vi dirò la verità su quello che non sono stato capace di essere e su quello che non voglio diventare, che non voglio concedere, che non voglio ammettere, il futuro si regge su tre lettere anzi due, la n e la o, e la positività è bandita dalle feste a tema, dai lunedì dal ritorno delle vacanze, dai viaggi a bordo di low cost, dai corsi cui ci iscriviamo per credere di essere capaci di seguire delle regole, dalle regole, solo divieti, solo negazioni, la positività per ora la chiameremo omopatia, che è la paura di scoprirci animali senzienti, che vogliono passare le estati, a Pordenone, oltre che gli inverni, la paura di scoprirci ad ansimare per una nota rubata, per una ciocca di capelli, per un sms al mattino appena svegli, per un perdonare e un dimenticare, toglietemelo, quel cd, dalla mia autoradio, e io vi riporterò a casa e vi aiuterò a salire le scale, appoggiatemi alla mia spalla e io vi farò entrare nelle vostre case e vi accompagnerò fino al vostro letto, e vi depositerò docilmente, come una chitarra acustica che arpeggia quando il locale chiude, sopra ai vostri materassi, alzando le coperte e abbassandovi le palpebre, e vi dirò sì con una carezza sulle vostre sopraciglie e vi racconterò la mia storia, che è quella di chi chiedeva di togliere i Verdena dall’autoradio, e fermarsi, e non ricordarsi chi fosse, e di riconoscere una persona, in chi mi guarda, e di insegnarle a non disprezzare il respiro degli altri, è solo ossigeno, da inalare nelle vene, e addormentarsi contaminandosi reciprocamente, e deporre le armi, una volta per tutte, stai a vedere che vinciamo tutti, in un modo o nell’altro.

Questa voce è stata pubblicata in Catene, Linea d'ombra, Proclami e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *