Trovami un modo semplice per uscirne

Tre ore, quattro ore, cinque ore di radio, a un volume moderato perché vogliamo fare gli egoisti ma senza farlo sapere troppo in giro, ore legate insieme con i fili attorcigliati del telefono infarcite di Radio Montecarlo, musica di gran classe, con la pubblicità a intervalli regolari, cadenzati, programmati, pianificati, veramente raffinati, ore che si inseguono senza mai prendersi arrivando a fine giornata col fiatone, dopo aver scavalcato ponti e discorsi che non vogliamo sentire, ma sentiamo, conversazioni che non vogliamo sostenere, ma sosteniamo con le nostre braccia come fossero figli illeggitimi appoggiati al grembe materno dei nostri occhi arrossati, giudizi che non vogliamo dare, ma diamo, senza nemmeno un filo di vergogna per diventare opinionisti da salotto, senza nemmeno il pudore cui la paura dovrebbe consegnarti, ma persino la paura, si è fermata, anche la paura si è arenata da qualche parte e tu ti guardi attorno sbattendo i capelli che non ti decidi a tagliare nel vento infastidito dalla tua stessa presenza. E ordini caffè doppi e mandi giù pubblicità al quadrato, nuovo disco in uscita, nuovo disco in uscita, nuovo disco in uscita, nuovo disco in uscita, e ti entra in testa un ignobile ritornello, l’orribile tradimento di un passato lui sì dignitoso, quando non perdevi il tuo tempo a guardare dove gli sconosciuti appiccicano le stelle, quando avevi le mani pulite ma le guance arrossate, quando usavi il sangue per scrivere, al mattino presto, sulle tue nocchie, che non avevi voglia di andare a lezione, e oggi invece tieni le mani in tasca, al massimo ne lasci libera una per trattenere il solito giornale rubato da un vagone vuoto (risparmi sui quotidiani facendo ingiallire l’erba dei tuoi futuri), ma le tieni ben nascoste nella tasca dei tuoi jeans ancora estivi, perché tu segui gli inverni climatici, e non quelli dei calendari, ed è intollerabile vestirsi da eschimesi il 14 novembre, tutto ha una data, tutto ha una scadenza, tutto deve avere una liturgia da seguire, e le mani in tasca, nascoste, e non scrivi più col sangue e non prendono freddo, e così nessuno ti legge più le mani, e non sa se hai freddo o caldo, e non sono segnate dalle rughe ma solo dalla pubblicità delle radio con i palinsesti per quarantenni, coraggio, ci sei quasi e ti riconoscerai in quel palisensto che ora ti disconosce, ci sei quasi e poi dalla tua bocca non usciranno più nuvole pallide di vapore, come oggi, cos’è, hai freddo, no, è fumo, sto bruciando, cambia stazione. E non cambia stazione. E ancora pubblicità, e ancora convulsioni immaginate, ti immagini sdraiato per terra a pulire il pavimento con il tuo maglione a righe. Non scrivi più sulle mani con il sangue delle vene, abbiamo tutti finito di sporcarci le mani, ci infiliamo i guanti i più sfacciati, se le tengono in tasca i più omertosi, e nessuno dice la verità, e nessuno riesce a capire se battiamo i denti per il freddo o perché ci scappa da ridere o perché ci scappa. Le mani pulite eppure armadietti ricolmi di sapone, più per il profumo, che per l’igiene. I cui nemici si annidano ovunque. Anche in bagno, dove i cartelli ci riconoscono come ‘Gentili signori uomini’, e invitano ad abbassare la tavoletta, e ci spieghiamo come avere paura, la procedura per non sporcarci le mani, per non mangiarsele e per non infilarsele addosso.

Questa voce è stata pubblicata in Catene e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

2 risposte a Trovami un modo semplice per uscirne

  1. alice scrive:

    Un post meraviglioso.

  2. Simur scrive:

    E’ ora, forse, di tagliarsi i capelli!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *