Il tramonto degli stupidi

Mi alzo in punta di piedi per sbirciare dentro il cassonetto RAEE, dentro ci sono tutte le lavatrici che non vogliamo più, i fornelli che non scaldano più bene o sfiatano troppo gas metano mandando a male i nostri arrosti e i nostri pranzi, poco più in là c’è PLASTICA, e uno quasi non ci crede quante sono le cose che non vogliamo più, c’è un giocattolo con i colori ancora brillanti ci sono taniche di benzina vuote tavole del cesso lasciate per sempre alzate, e poi c’è il FERRO e ti viene la ruggine agli occhi soltanto a guardare le grate di una grigliata d’estate con tanto di grasso animale lasciato lì ad intaccare, a corrodere irrimediabilmente il processo di riciclo dei materiali, mandando a puttane tutto il buon impegno di quei famelici di Hera che ti chiedono nome cognome paese di nascita, prima di poter accedere all’isola ecologica, vieni schedato se decidi di disfarti di un fornello da cucina che avrà i suoi buoni 30 anni (che non ci vediamo) e che probabilmente potrebbe fare il suo dovere per altri trenta, basterebbe abituarsi al sapore di metano nei cibi, io per non saper fare i caffè con la moka l’acqua della pasta la vedevo comunque bollire e venire su.

Mi alzo in punta di piedi per sbirciare sopra al palco e vedere se stanno suonando seduti o dentro una fossa quegli eroinomani bergamaschi, che una delle canzoni più belle è anche una canzone che non avevo mai sentito, messa soltanto sulla versione in vinile di un album di dieci anni fa, che a riascoltarla mi rispunta un pizzetto caprino e i capelli rispuntano in testa come fossero margherite a febbraio, come si fa a essere tristi quando a febbraio ci sono già le margherite, e quando chiudo la bicicletta davanti alla stazione in sosta vietata, perché ora dieci anni dopo anche le biciclette sono da considerare in sosta vietata (te le vengono pure a rimuovere se non stai attento, e le vanno a rinchiudere nelle isole ecologiche perché pensano che tu non le voglia più, e magari hai solo dimenticato la chiave in tasca di un giubbotto lasciato sopra un divano altrui oppure ci hai soltanto litigato e ti è venuta voglia di inquinare e adesso prendi la macchina tutte le mattine nonostante la benzina e la libia e i gasdotti gestiti dai rivoltosi), e mentre chiudo la bici rischiando la multa mi ricordo come si fa a far innamorare le persone, un’antica pratica che sto dimenticando per imparare qualcosa di molto più rivoluzionario, quella di farmi odiare dalle persone.

Mi alzo in punta di piedi per guardarmi i peli del naso davanti allo specchio del cesso del regionale veloce, ormai la mia vita e i miei fine settimana si risolvono tutti lì, sui regionali dico, invece che sui binari dove abbiamo salutato chi ha preferito seguire se stesso e speriamo che ci mandi una cartolina dal Venezuela o dal Mozambico, in tutti quei posti dove io non vado perché odio stare in infradito e preferisco camminare scalzo e starmene in maglietta in camera mia anche se è febbraio. Che poi febbraio era ieri, e ci tocca girare il calendario di Internazionale a ricordarci che tutti i giorni leggiamo qualcosa che poi dimentichiamo dopo due minuti, l’articolo su Twitter che serve a fare la rivoluzione, l’articolo sull’Europa prossima al collasso, il Diario dal nostro Inviato dal Risorgimento, tonnellate di carta stampata per impedirmi di dormire, tonnellate di informazioni da sciorinare al prossimo ottobre mentre sarò in coda a seguire un giornalista straniero a caso, e invece non mi ricordo niente, non mi rimane in testa nulla, a parte quelle due tre parole di Paolo Nori, ti voglio bene, lo so già.

Mi alzo in punta di piedi mentre mixano Lotus Flower con Litio e me ne compiaccio, mentre mi viene una voglia indegna di vinile io che nemmeno ho il giradischi, una voglia incredibile di mettere in fila i vinili, già lo so il primo vinile che prenderei in vita mia se avessi un giradischi in casa, una voglia matta di esporre uno dopo l’altro nella mia libreria che non ho i vinili e tutte quelle cose che vogliamo, ancora, nelle nostre isole inquinanti dove per entrare non serve la carta d’identità ma una tessera AICS da 5 euro.

Mi compro un mac, mi intenerisco per una ragazza attempata che vuole acquistare un biglietto per uno spettacolo gratuito ed insiste, quando le dicono che è gratuito, e mentre insiste si capisce che vuole pagare per la sua unica passione, lei non vuole i soldi, non sa mica che farsene, lei vuole soltanto il dietro le quinte di Madame Butterfly, anche se è gratis, fategliela pagare.

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6 risposte a Il tramonto degli stupidi

  1. Simur scrive:

    Leggo giusto: “Mi compro un mac”?

  2. Attimo scrive:

    Potrei anche riferirmi al panino. Mistero, eh.

  3. Alessandra scrive:

    seguire se stessi è forse la cosa più difficile (più facile, dopo che hai imparato) da fare, perchè questo è un mondo un po’ ingiusto e troppo caotico, tanto che alla fine è meglio starsene dove si è. meno complicazioni, minore fatica. è solo il nostro cuore ad arrancare.

  4. g. scrive:

    ti do forti pacche sulla spalla.

  5. admin scrive:

    Ale, che sia meglio poi non lo so mica. Secondo me è più sicuro, ma credo che volessi dire anche tu una cosa del genere. Come infatti poi dici.

    G.: barcollo, così.

  6. Alessandra scrive:

    si, esattamente quello che intendevo. mi hai capito. è più sicuro 🙂

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