Che ci fregano sempre

E poi dopo un mese che corri di sera al freddo, al buio, senza nessuno attorno, con le luci delle auto delle persone che tornano dal lavoro o escono fuori a cena, è indifferente da quella distanza, dopo un mese che corri senza allenamento forzando l’andatura perché così “ti rinforzi”, ti dicono, dopo un mese di corsa avanti e indietro, avanti e indietro, per non perdere di vista i chilometri, per non far saltare le tabelle, un mese in cui corri ma senza strafare, anzi, strafando “ma poco”, un mese in cui devi dosare anche l’indosabile (l’inosabile?), dopo un mese che corri, beh.

straccio

Credo che per forza poi ti venga il fiatone, ti venga un colpo di tosse che se non stai attento riproponi il pranzo di 6 ore prima sulla ghiaia, e poi bisogna metterci dei criceti finti per i passanti che delimitino la zona, attenzione zona scivolosa, col disegno di uno che corre a gambe all’aria, che ti viene anche da ridere, magari a scivolare lui si diverte, tu dopo un mese che corri ti viene il fiatone, devi controllare i colpi di tosse, hai i polmoni rossi come lamponi conditi al limone, cosa fai, ti viene da appoggiarti accasciarti alla prima panchina che incontri, con i podisti professionisti che ti sfrecciano nella penombra e ti guardano con sincera compassione, con le badanti ucraine che parlottano tra di loro sogghignando, cosa fai dopo un mese che corri sforzandoti ma poco, poco alla volta, ti appoggi alla prima panchina che incontri e guardi fisso per terra, e l’unica cosa che vorresti in quel momento è una luce che esca dai cespugli lì vicino, una persona vestita da tortino al cioccolato, tipo, che regga in mano una torcia, che te la punti in faccia costringendoti a coprirti gli occhi e a sentire soltanto la sua voce che ti consola: “Coraggio per oggi hai finito, coraggio adesso ci rotoliamo insieme giù dalle Mura“.

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8 risposte a Che ci fregano sempre

  1. Me scrive:

    invece no.
    perchè non è mica una corsa, è un’espiazione.
    e credi solo che serva al fiato, alle gambe, invece è la ginnastica delle delusioni.
    vado a allenare la solitudine per un’oretta al giorno.
    la porto al parco, oppure al lungo fiume.
    si sfoga un pò, butta fuori a turno tutti i suoi pensieri, e alla fine è sempre lì, ma spompata, stanca.
    Non fa la voce grossa, quand’è stanca.
    è sempre lei, è, per carità, non è che cambi…
    non si lascia traviare così facilmente.
    però la strapazzo.
    mi lascia fare.
    ha capito che serve a entrambe.
    che il mors tua vita mea qui non funziona.
    è sagace, in fin dei conti.
    Sa aspettare, e aspetta.
    Prima o poi mi toccherà farmela amica.

  2. Attimo scrive:

    stavolta taccio, non ho altro da aggiungere.

  3. Me scrive:

    e vabè, fa piacere il dialogo costruttivo…
    chiedo venia d’essere intervenuta.

  4. Attimo scrive:

    ma no, è che hai ragione.

  5. Attimo scrive:

    Hai ragione anche perché ogni volta in più che corro, ho sempre un pizzico in meno di farlo, e sono un pizzico più resistente, e me ne dispiace, diventare resistente a certe cose, in fondo.

  6. Me scrive:

    ah si?
    e perchè?
    pensi sia come leggere, che una volta che hai imparato non puoi più guardare le lettere e basta?
    non credo sia così, o come la filastrocca coi mesi dell’anno, o andare in bici…la resistenza non è una conquista permanente.
    altrimenti non avrebbe poi molto senso allenarla…

  7. Attimo scrive:

    In fondo alla salita c’è una discesa, almeno?

  8. Me scrive:

    certo. poi c’è anche un’altra salita, un tratto un pianura, un ponticello e un guado.
    c’è un tipo che si tira appresso un’asina e un albero che oscilla a ogni folata di vento.
    uccelli rapaci, fiori bellissimi e un tempo instabile.
    uno si equipaggia come può.
    e poi di arma di senso del limite.

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