Dove sono i nostri bambini

Come si dice incontrovertibile in francese? Non è tanto per il significato del termine, quanto per il suono che produce quando lo si pronuncia. Se dico incontrovertibile in italiano, sembra che stia tranciando una foglia morta con la suola della scarpa. In francese immagino che incontrovertibile assomigli più a quando si spacca una noce, ma una noce grande, lunga, che i pezzi si spargono su tutta la tovaglia e cadono anche sul pavimento e poi mamma deve spazzare.

Riscriviamo il vocabolario, dopo confusione e pazienza la prossima parola la lasciamo decidere a loro, ai bambini di tutti i colori che giocano ai piedi del grattacielo. Dove le persone si schiantano, loro disegnano lettere con la tempera sull’asfalto, riempiono palloncini alla fontanella, ridono dei passanti. Crescono, giocano, inciampano. Ci passo una sera sì e una sera no ormai da mesi, ed è il momento più bello della giornata, quando uscito dalla stazione mi incammino nei giardini del grattacielo, il posto più animato di Ferrara, che d’estate diventa anche il più bello, al tramonto, gli alberi alti, in alcuni punti molto fitti in altri più diradati abbastanza da stendere una rete da pallavolo, o un telo per terra, o salire su una giostra. Anche se si divertono di più, quei bambini stranieri tutti di paesi diversi che per capirsi tra di loro parlano italiano, mentre invece se lo parliamo noi finiamo per non capirci, per dividerci, per prendere il pallone e dire la palla è mia e adesso non gioco più, e tornarsene a casa e accendere facebook, si divertono di più a toccarsi, inseguirsi, cadere, scomporsi, piuttosto che giocare con una palla. Ferrara bella è tutta lì, nei tardi pomeriggi di luglio, con le mamme che discutono tra di loro mentre i loro bambini calpestano l’erba, fanno rumore, sovrastano le macchine che poche centinaia di metri più in là rigano l’asfalto come unghia sulla lavagna. E finisco per sentirmi contento anchio, a passare in mezzo a loro, io serio occhialuto e pallido, io cittadino di una città che non mi è mai veramente appartenuta, io che sogno l’Australia o la Germania o il Nepal mentre loro sono veramente contenti di scendere in strada a giocare seriamente.

I nostri bambini dove sono finiti, non ci sono, non stanno sui marciapiedi, sono andati in vacanza, stanno cenando, stanno navigando, ma senza tutta questa retorica di ritorno, semplicemente non ci sono, sono chiusi in casa o nei cortili e comunque tutti in posti privati, e chissà che musica ascoltano i nostri bambini, io ascolto sufjan stevens d’estate mentre sogno l’Australia o la tangenziale di Milano o la Sicilia o le montagne, loro non ascoltano nulla, litigano magari si insultano, che mica sono santi, anche tra di loro probabilmente arrivano a odiarsi follemente nello spazio di un secondo, ma il secondo dopo è un palloncino che scoppia, è plastica strappata tra le loro mani scure e sporche di terra che si bagna e vieni qua che adesso ti bagno io ma se adesso lo tiriamo a questo occhialuto pallido che passa di qui tutto serio. No dai, desistono, l’altro giorno me la sono vista brutta, una bambina mi guardava sogghignando troppo convinta di tirarmi addosso un gavettone, e io pensavo non vedi che ho i pantaloni lunghi, ho gli occhiali, ho la faccia triste perché ho lavorato perché ho allungato lo sguardo per l’ennesima volta verso l’atrio della stazione (io esco dall’uscita laterale, di solito) sperando che, non vedi che sono troppo grande ormai per subire gli ennesimi scherzi dai bambini più sgamati di me. I nostri bambini siamo noi che non sappiamo ancora parlare in italiano, che subiamo gli scherzi dai bulletti del cortile anche a ventisette anni, in fondo non è cambiato niente, la parola la decidono loro ed è scherzo.

E’ tutto uno scherzo, in stazione a Venezia è da più di una settimana che i monitor degli orari sono saltati, mandano colori privi di senso, arcobaleni monchi e storpiati che rimangono lì senza che nessuno intervenga, senza che nessuno prenda la cassetta degli attrezzi, sviti, provi a vedere un po’ che sta succedendo a questi monitor guasti: come facciamo a sapere che treno dobbiamo prendere, quello giallo oppure quello verde oppure quello giallo un po’ più scuro? Dove porta il treno giallo un po’ più scuro? Un po’ più a casa? Un po’ più lontano? Oppure si ferma un po’ più in là nella campagna se si rompe l’impianto dei freni? Come si fa a decidere che treno prendere in base ai colori, perché non riparano quei monitor, perché passo di lì un giorno sì e uno no e vedo che il regionale per Bologna è sul binario nero? Poi è ovvio che la gente finisca per cadermi addosso, se il treno frena, mi piove tra le braccia una 40enne che sta gestendo contemporaneamente due telefonate di lavoro, ed è altrettanto ovvio che non mi senta dire “pronto”, e invece si scusa. Di che cosa ti scusi, penso io, è tutto a posto, non abbraccio nessuno da mesi e per capitarmi dei capelli tra le labbra ci doveva pensare Trenitalia e il suo impianto frenante.

La sento dire al telefono che negli ultimi giorni ha dormito massimo quattro ore a notte, tipo come me, quasi, dice che è veramente molto stanca, e in effetti la gente non è che stia male, è semplicemente soltanto molto stanca, sogna di notte schermate di gmail piene di mail in arrivo ancora da leggere, l’oggetto dell’ultima recitava: “un neurone pagato a caro prezzo”. Non chiedermi cosa significa, non dirmi dove sei finita, raccontami cosa farai sabato e domenica. Ci sentiamo stanchi e quindi terribilmente vecchi, vissuti, sopravvissuti, reduci dal nostro personale Vietnam, che è molto diverso dal bowling o il sesso, non sarà che siamo invece terribilmente piccoli, bambini che vanno a letto senza cena, che stanno in gabbia in cortile anche oltre il tramonto, che se ne stanno a giocare da soli a Monopoli in cantina, io faccio io e faccio anche te. Perché se una volta il mare era grande, come ci hanno insegnato i bambini un’estate di mille anni fa, ora la gente è soltanto stanca.

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3 risposte a Dove sono i nostri bambini

  1. Locataire scrive:

    Io avrei scelto la parola “insipido”.

  2. Attimo scrive:

    Come un gelato caldo.

  3. Locataire scrive:

    no, attimo: quello è schifoso, non insipido 😉

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