Il pane e le rose e le spine

Tacciono i modem, tacciono gli auricolari, le ventole dei computer non girano. Una settimana che si dilata nello spazio e nel tempo, che diventa sottile sottile e taglia a fettine gli oracoli che abbiamo innalzati a noi stessi. Se ai piedi della statua giace colui che ci salverà tutti, di sicuro non prende il regionale per Venezia.

“Distoglimi dal fare quello che starei per fare”, ti ho scritto, e hai alzato la paletta dell’egoismo per farmi accostare. Documenti, prego. Sopraffatti dalla burocrazia e dalle scartoffie. Non ce li ho, li ho dimenticati a casa. Ho lasciato tutto nel cassetto, la patente, la carta d’identità, il bancomat. Non ho bisogno di farmi riconoscere, nel posto dove vorrei andare. Non ho bisogno di andarci con la macchina. Non mi serve prelevare nulla. Solo alzare la copertina di un quaderno.

Chissà perché l’ho infilata sotto quella copertina. Stamattina per un attimo mi era balenata l’insana idea di spostarla da lì. Ma ho desistito, sarebbe stato patetico. Poi mi sono vestito, sono sceso, salito sulla bici, pedalato e imprecato contro chi mi attraversa la strada impunemente, come ogni mattina. Un drogato del ‘farcela’ che smette di prendere le sue dosi, che cosa vede? Non ho nemmeno più voglia di raccontarvelo, che cosa si vede. Ma ci provo un’altra volta, l’ennesima. Immaginate di avere conficcati nel cervello due auricolari. Sì, come quelli del vostro lettore mp3: immaginate di averceli ben piantati nella massa grigia spugnosa e sugosa. Questi auricolari pompano direttamente nel cervello l’audio di voi stessi, a volumi folli, insostenibili. E a voi sembra di sentire poco, piano, e date una sterzata al volume. Immaginate di tenerli piantati per anni, senza nemmeno ricordarvi quando hanno fatto la loro comparsa nel vostro cranio. Quasi non ci fate più caso. Ora immaginate che il filo degli auricolari si incastri in un ramo, che si strappi via, che la musica improvvisamente si fermi. Il disco salta, la canzone si interrompe, il riff è sparito. Che cosa sentite? Niente. E’ un rumore che non scorderete mai più.

Lo sento al mercoledì sera, verso le 8, quando esco dalla stazione e mi incammino da solo verso i giardini del grattacielo. Ormai fa ancora luce, a quell’ora. E mentre cammino sotto gli alberi che iniziano a popolarsi di foglie, sento soltanto quel rumore infinito. Di niente. Allora provo a ficcarmi di nuovo gli auricolari strappati, spingo sulle tempie, sulla nuca, forte. Ma non entrano più. E il rumore continua. Il silenzio è ovunque. Vedo le auto passare, al passaggio pedonale che attraverso senza guardare, sapendo che si fermeranno perchè hanno paura di prendermi sotto, come mi ha insegnato Chinaski, ma non sento il rumore dei motori. Il silenzio è ovunque, è totale, ti annichilisce. Penso alla prima cosa che vorrei, per cercare di ricordarmi di nuovo chi sono, cerco di aggrapparmi ai miei egoismi e a ciò in cui credo, alle mie sensazioni. Le mie sensazioni sono la mia verità, no? I miei sentimenti sono ciò che sono, no? Vengono prima di tutto. Assemblano per me l’immagine di ciò che vorrei avere esattamente in quel preciso istante, mentre sto attraversando le strisce pedonali e il disco ha smesso di girare e se non riparte subito muoio. La vedo gettarsi da un balcone sopra una pizzeria d’asporto, questa immagine, plana sul marciapiede e si sfracella come uova strapazzate, senza emettere alcun suono. E’ un affresco dei miei sogni disegnato sull’asfalto. Non fa nessun rumore, basterà una pioggia a lavarlo subito via. Non funziona nemmeno così. Continuo a sentire quel rumore. Quel silenzio che è ovunque. Quel silenzio dove tutto ciò che sono non esiste. Dove non riesco nemmeno a morire.

Fa paura. Allora mi arrendo. Il gesto più coraggioso che possa compiere, è arrendermi, e ascoltarlo tutto, quel fottuto silenzio, fino all’ultima nota. E mi rimane il coraggio, la costanza, la volontà, il rispetto, mi rimangono tutte queste metafore un po’ marziali che francamente mi hanno rotto il cazzo. Così mi arrendo, a quel rumore, e i miei timpani si dilatano come bolle di sapone e poi scoppiano, senza fare rumore. E divento silenzio.

Chi sopravvive a tutto questo, quando poi lo racconta ai nipoti, la definisce solitudine. Io preferisco chiamarla verità.

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Una risposta a Il pane e le rose e le spine

  1. Goldo scrive:

    sempre notevole, sempre notevole
    più stai male più sei bravo
    quasi quasi ti stacco una gamba per leggere qualcosa di super

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