Si nuddu miscatu cu nenti

Credo che le racconterei una storia, comunque, senza tentare di convincerla.

 

Alla fine si riduce tutto alla guerra tra il Bene il Male. Tra il bianco e il nero. Non siamo capaci di scegliere una terza via, e tutte le volte che crediamo di farlo si tratta invece soltanto di una mirabolante truffa. Abbiamo soltanto due possibilità, anche se ci illudiamo di poter schierarci per il Nero con le mani inzuppate di vernice bianca, o di camminare sopra il bianco lasciando orme nere. Alla fine vogliamo a tutti i costi ridurci le prospettive, le verità, le soluzioni a soltanto due opzioni possibili. Sapendo che siamo incapaci di scegliere, sperando che sia la vita a farlo al nostro posto.

Ma la vita è come una ragazza timida: se ti avvicini per parlarle, lei si ritrae arrossendo. Se le chiedi qualcosa, lei ti accuserà di essere pretestuoso. Se ti avvicini troppo, lei finirà per scappare via. La vita non sospetta nemmeno l’esistenza del concetto di scelta: è una ragazza timida, che vorrebbe essere avvicinata, desiderata, ma non farà mai nulla per dimostrartelo. E finirai per non accorgerti mai di lei.

Anche la mia famiglia è timida, e non si lascia avvicinare. E quando ci si prova, si ritrae, o finge di essere a suo agio. Però arrossisce in viso, e tradisce tutta la finta spontaneità. La mia famiglia ha paura, fondamentalmente, e basta un obiettivo di una macchina fotografica a spaventarli. Però di nascosto ridono, sentono che si stanno in qualche modo divertendo, ad essere inseguiti da una macchina fotografica, ad essere messi su due file ordinate “altrimenti non ci state tutti”, anche se siamo pochi, pochissimi. Sarà che il divano è piccolo, che in salotto ci stanno al massimo due materassi affiancati, sarà che sembra di essere a scuola il penultimo giorno prima delle vacanze, quando arriva il momento della foto di classe.

Non avevo mai scattato una “foto di famiglia”, come quelle di cento anni fa, quando ci si metteva il vestito migliore e si andava tutti dal fotografo ad immortalarsi in un lugubre scatto funebre, destinato a durare per sempre sulla carta ingiallita e morsicata dal tempo e dai ricordi. Ci si mette sempre il vestito migliore quando si vuole essere ricordati, io però ero spettinato e pallido e la barba di una settimana, e mia mamma non ha saputo non ridere goffamente e mio padre si è scordato gli occhiali addosso e mio cugino teneva il Nintendo in mano eccetera. Non eravamo insomma al meglio delle nostre possibilità, ma proprio per questo ho scelto inconsapevolmente il momento migliore per scattare il ritratto della nostra famiglia. Mai stati al meglio delle nostre possibilità, mai stati soprattutto una vera famiglia. E’ una foto un po’ paracula e un po’ sincera, mentre impostavo l’autoscatto mi sono sentito clamorosamente ipocrita, perché se morissi ora credo che non sarebbero loro le persone che mi conoscono meglio.

Ma è così importante conoscersi bene per scattare un ritratto di famiglia? Credo di aver fatto più per loro in quei cinque minuti in cui li dirigevo nel salotto di mia nonna come un vigile urbano o un maestro delle elementari, controllando il panico sui loro volti per il protocollo del pranzo festivo totalmente sconvolto, che in tutta la mia vita. Ho obbligato mia sorella a scattare una stupida foto con l’autoscatto, soltanto a noi due, che in fondo siamo due sconosciuti, due sconosciuti che non sanno nemmeno di volersi bene, che non sanno nulla dei rispettivi drammi interiori, che si ritrovano a raccontarsi le rispettive vite soltanto alla domenica, quando va bene, come fossero trentanni che non si vedono. Che vai a fare a Verona tutte le settimane? Ma esattamente in cosa consiste il tuo lavoro a Venezia? Mi devi passare l’ultima puntata di Lost. Ora io e te scattiamo una fotografia. Prendi il Carlino in mano. Ma perché? Tu prendilo. Che cosa stupida.

Che cosa stupida ridurre tutto a una lotta tra Bene e Male, che cosa stupida volersi schierare, che cosa stupida vivere per essere ricordati. Io e te non ci vediamo mai, non facciamo nulla per confermare le nostre reciproche esistenze, eppure quando sarà il tuo compleanno mi verrà da piangere per la tua bontà che si infrange regolarmente contro il mondo come un gabbiano contro un vetro trasparente, eppure quanto ti vedo mi ricordo che non ci siamo mai fatti una foto assieme, e sarebbe anche ora di rimediare.

Ci vuole coraggio a scegliere di non schierarsi, ad imbracciare una reflex invece che il rancore, a far ricordare piuttosto che essere ricordati.

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3 risposte a Si nuddu miscatu cu nenti

  1. Alessandra scrive:

    Sei nessuno mischiato col niente. sembra un dialetto delle mie parti. lo è?
    è un post molto interessante, ricco di “cose” da vedere e scorgere fra le righe.
    il concetto di famiglia non è più tanto facile da definire e spesso, hai ragione, ci si sente estranei proprio fra quelli che dvrebbero rappresentare la nostra essenza, il “da dove veniamo”. ma poi in fondo questo è il mondo dell’indipendenza, dove te la devi cavare da solo. ed è così difficile.

  2. Attimo scrive:

    Dialetto napoletano 🙂

  3. Alessandra scrive:

    da me si dice praticamente uguale 🙂

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