I no che aiutano a crescere

Stanotte ho sognato esattamente questo:

Siamo tutti in fila, uno di fianco all’altro, come un plotone di esecuzione. Abbiamo appena oltrepassato i cancelli del carcere, un enorme stabilimento post industriale riconvertito all’ordine. Di fronte a noi, disposto su due file, c’è un altro plotone. Nevica copiosamente, tutto è ricoperto di bianco. Io sono al centro del mio esercito, pochi passi prima di una linea disegnata sul terreno che i fiocchi non riescono a coprire. Di qua noi, di là loro. Nessuno sa dove stia il bene e il male, a nessuno è stato comunicato per che cosa sta combattendo. Perché sembra di essere in guerra, con i due schieramenti uno di fronte all’altro, e una linea a dividerli. Ma non abbiamo armi, non abbiamo feriti nè ostaggi. Siamo soltanto divisi.

Mi guardo attorno, cerco di scrutare le facce al mio fianco. Riconosco compagni del liceo, gente che non vedo da un bel po’ di tempo. Poi sconosciuti, tanti, mescolati ai volti noti. Mi sento comunque solo. Alzo lo sguardo verso il cielo di piombo che scarica neve come si svuoterebbe la sacca ormai colma di un aspirapolvere. Fa freddo. Ripercorro le forme del carcere, le linee dello stabilmento ingiallito dai crimini e dall’incuria dell’uomo. Più che una prigione, sembra una fabbrica dismessa. Forse lo è stata. Forse è un carcere dismesso, e le manette ormai penzolano dalle inferriate delle gabbie lasciate vuote. Non lo so, non ci sono mai entrato, non mi fanno entrare. Ho la strada sbarrata da uno schieramento disposto su due file, che mi fissa e attende.

Vedo personaggi amici aldilà della linea sul terreno antistante l’edificio. C’è anche il mio migliore amico, al fianco di una bambina piccola che staziona esattamente di fronte a me. E’ lei al comando del suo plotone. Siamo noi i generali senza vessilli. Ci fissiamo, immobili, stazioniamo come pali, circondati dal silenzio più definitivo. Perché stiamo per combattere?

Continua a nevicare, e decido di aprire il fuoco per primo, senza consultarmi con i miei compagni. Apro la mia mano, attendo che si depositi sopra una carica sufficiente di fiocchi. Poi me la avvicino alla bocca e, sporgendomi sulla linea verso la bambina di fronte a me, ci soffio sopra. Una folata di neve imbratta il suo volto arrossato e i capelli biondi. Io le sorrido. Lei tossisce.

I suoi compagni si destano dal funereo torpore. Sono sconvolti dal mio gesto, offesi. Ma non reagiscono, si scambiano soltanto occhiate attonite. Dietro di me inizia il fermento. Qualcuno sembra non essere d’accordo su come procedono le cose. Siamo divisi, da una linea, di fronte a un carcere, e sembro essermelo dimenticato, con quel mio gesto oltraggioso e insieme tenero. Volevo soltanto giocare, in fondo. Si alza un grido, netto e fermo: “E’ sbagliato!”. Mi giro, a pronunciarlo è stato il mio compagno di banco del liceo. Sorride sornione, come lui altri miei compagni delle superiori a sostenerlo con aria perplessa.

“Non è così sbagliato!”, rispondo. Cerco di reagire, ma la fila si rompe, il plotone si smembra nel piazzale di fronte al carcere, si formano piccoli gruppetti che parlottano tra di loro. Ho perso il loro sostegno, non ci sarà nessuna guerra, nessuna pace. Iniziano ad ignorarmi. Nessuno, nemmeno dall’altra parte, ha oltrepassato la linea.

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