A Ferrara non volano mosche

L’ho visto mentre saliva in piedi su un tavolo di plastica al Mei.
L’ho ascoltato al Renfe mentre era tenuto al guinzaglio da Canali, e già urlava meno (non tanto, ma comunque meno).
L’ho osservato ieri sera, alla Sala Estense, inserito nel programma ufficiale del festival di Internazionale, introdotto da De Mauro come “il più grande artista italiano vivente”, accompagnato da chitarra, violino e violoncello.
E’ bravo, pensavo mentre ci schiaffeggiva in faccia una cover di De Andrè, o un testo di una deportata. E’ stato il concerto migliore dei tre, quello di stasera alla Sala Estense. Non il mio preferito (le distorsioni di Canali trovo ancora siano l’ideale, per lui), ma sicuramente il più equilibrato, il più, oddio, maturo. Ogni cosa sta andando al suo posto. Ora lascia cantare anche il pubblico, ora non legge più quando fa i reading, ora fa delle cover detonanti di pezzi di De Andrè, appunto. E ti viene da chiedere: è così che deve finire?

Potrete spiegarmela in mille modi, la parabola de Le Luci della Centrale Elettrica, il Rino Gaetano degli anni Zero, i giochi di parole che non fanno ridere, canzoni triste cantate a squarciagola in macchina come neanche Celentano (troppo azzurri. troppo lunghi), le sua urla da acciaieria perforanti. Vasco Brondi ha avuto (già ne parlo al passato?) un solo grande ma definitivo merito: è stato il più “contemporaneo” di tutti. In senso storico, generazionale e, soprattutto, sensazionale (nel senso di sensazioni). Ora è diventato bravo, equilibrato, azzecca i tempi, evita ormai inutili vittimismi, i suoi pezzi sono riconoscibili, anche riarrangiati, le letture sono mandate a memoria e non legge più ma le interpreta, anche se l’effetto è lo stesso. Sono sempre stato convinto che Vasco fosse “Noi”, anche se navighiamo su navicelle spaziali differenti.
Ora Vasco inizia ad essere “Uno bravo”. Costruiremo molotov, con i suoi libri?

Ad andare ai suoi potenti e delicati concerti tipo quello di stasera, ci sente di nuovo un pochino soli.

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