Via Arianuova 41

Ho l’obiettivo della macchina fotografica fuori uso. Avrei semplicemente scattato due o tre foto sottoesposte e sfocate, le solite insomma, ma dato che la tecnologia mi si ribella contro, gli dò su rovesciando un po’ di the alla vaniglia sulla tastiera.

Partiamo dall’inizio. Che poi sarebbe anche la fine. Capodanno 2009, la prima notte di un anno a terapia intensiva. Un anno in cui si fa quel che si pare (così pare). E infatti: abbiamo brindato cinque minuti dopo tutti gli altri, dal balcone abbiamo sparato in ritardo un tappo di champagne (surrogato di una pistola). Ho finalmente guardato Blob, l’unica cosa plausibile che si possa fare a capodanno. Ho interpretato il ruolo di giudice, a me che decidere non piace, e no, non credo vi dirò mai chi abbia vinto la gara tra carbonara e amatriciana (anche se ho deciso, fidatevi). Ho visto finalmente la neve il primo dell’anno, ho guidato da Bologna a Ferrara con l’autostrada soffice come la panna montata che a volte (quasi mai, direi) tenevi in frigo.

E poi c’è tutto il resto. So di gente che è venuta a portarvi la colazione alle 5 del mattino a fine turno, di tantissima altra gente che ci ha bivaccato, in quell’appartamento. Alcuni non sono mai più tornati, altri non sono mai venuti. Io, per dire, non ho mai appoggiato il mio sacco a pelo sul tuo pavimento polveroso, visto che a pochi km una casa in fondo ce l’avevo. Però ho fatto pipì nel tuo bagno, ho agitato le maracas sotto lo specchio, ho messo su le canzoni che volevo io facendo tremare i vetri delle finestre.

Ho imparato a conoscere le tue coinquiline, e loro hanno iniziato a chiamarmi col mio vero (finto) nome, Attimo, roba che lo fanno solo tu e lei, appunto. Però non ho mai capito se lo facevate per sfottermi. Ho attaccato poster strappati col sudore, se ti ricordi una volta sono venuto pure con un tavolino sequestrato da mio padre, poi rispedito al mittente. Ti ho guardato mangiare un infinito piatto di patate lesse, e regalarmi un sorso di Natale caldo in cui ci ho inzuppato due o tre macine.

Ho conosciuto Maria Elena e Samuele, il tappeto per DDR su cui non volevo salire, ci ho fatto la mia prima (e unica) festa da universitari quando ovviamente la mia laurea era appesa al muro già da un pezzo. In ritardo, insomma. Mi hai spiegato il funzionamento dei database sopra ai tuoi quattordici cuscini, e ti confesso che ancora oggi non ci ho capito una sega. Ma quella sera mi sembrava di potermi mettere a disegnare relazioni 1-molti come se niente fosse.

Ma vengo al punto, che fra poco devo andare a lavorare. Quella casa che ti piaccia o no era anche un po’ nostra. Di chi ci ha dormito solo una notte, di chi ti prestava il frustino per montare le uova, di chi non sapeva mai che campanello suonare (Olivetti, asd). E’ stata la tua finestra sul mondo, la nostra finestra su di te. Ora che signori si chiude, ora che i poster vengono strappati non in piazza castello ma dentro camera tua, ora che rulla la vernice bianca sulle pareti e quella scritta “ti amo-cazzi tuoi” ce la dobbiamo portare in tasca, ora che non ci sarà più nessuna via Arianuova in cui fermarci a salutare dopo le nostre sere feriali dove non sapevamo mai dove andare, beh, ora sei diventata grande.

E io ancora un po’ di più.

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2 risposte a Via Arianuova 41

  1. Alessandra scrive:

    intenso. come il sole di mezzogiorno.

  2. patti smith scrive:

    lacrimuccia.

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