La mia vita ricalcata male

Sono cinque mesi che sto provando a interpretare una risposta a una domanda. La domanda sarebbe: “Cosa vuoi fare da grande?”. Ecco, in questi ultimi cinque mesi sto tentando di essere una risposta. Curioso, per un dubbio vivente come il sottoscritto. Io che quando mi siedo sui gradini della chiesa di San Domenico, la mia schiena si piega come un punto interrogativo.

Neanche due mesi fa non sapevo nemmeno come si chiamasse, quella chiesa. Nè mi ero mai seduto, su quei gradini, anche se sono fatti apposta per sedersi, una sera d’estate. Sono perfetti per assorbire il calore di un sole colato per tutto il giorno. Per alzarsi quando è finita la telefonata, pulirsi il culo dalla polvere e sporcarsi di conseguenza le mani, e non trovare niente per pulirsi e quindi tenersele così, proseguire dritti fino al Duomo e stringere altre mani, pulite, fresche.

Fino a non molto tempo fa non mi ero mai seduto su una panchina in faccia alla parete verde delle mura. Non avevo mai aspettato che il barbone si alzasse per lasciarmi il posto. Non mi ero mai appartato nei parcheggi dei supermercati. Lascio tracce di me stesso in giro per questa città morta (perché siamo stanchi di novità). Strisciate sull’asfalto, ghiaia compressa, ditate sui vetri. Sono io che passo a farmi evaporare dove capita, dove nessuno possa sentirmi e dove solo tu possa ascoltarmi. C’è un aspetto fondamentale di tutta la faccenda che considero sempre troppo poco: l’assenza.

Non sapevo molte cose di me stesso. Non sapevo che sarei riuscito a interpretare una Risposta, semplicemente farfugliando davanti a un’agenzia di stampa, o regalando un po’ di colore al mio piano telefonico. Facendo i conti con tutto quello che non c’è. Facendo spesso tutto da solo, perchè tu manchi e questo diventa motivo sufficiente per farmi tagliare l’Italia in due, per sputtanarmi all’interno della cinta muraria, per provare a rispondere alla fatidica domanda del cazzo: cosa vuoi fare da grande?

Perchè per una volta sarebbe carino non essere scelti, ma scegliere. Bestemmiare nel tempio delle tue religioni, costruitesi negli anni sui pavimenti di camera tua e nei giri a vuoto in auto perchè drogare o affittare una puttana costava troppo. Ora che in auto ingoi chilometri. Ora che ti siedi sui gradini come un adolescente. Ora tiri giù il crocifisso a colpi di ti amo, o di titoli in corpo 14.

Verrai bandito e ti ritroverai seduto sui gradini della chiesa. La risposta ti morderà all’orecchio.

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Una risposta a La mia vita ricalcata male

  1. Alessandra scrive:

    le cose cambiano. cambiano sempre. arriva un momento in cui ti dici: ma quando è successo? magari il cambiamento non riguarda direttamente te, ma ciò che ti sta intorno, ma il concetto rimane: le cose cambiano. e quando la consapevolezza ti atterra, è sempre un po’ troppo tardi o sei in tempo solo a metà, tanto che puoi aggiustare il tiro, ma il centro del bersaglio – ormai – è andato. insomma, la vità è un punto di domanda. l’unico modo per sopravvivere a noi stessi, ai ritardi, agli errori, agli sprechi, è forse quello di imparare ad apprezzare. perchè altrove, lontano dalle nostre esistenze dubbiose, c’è chi il dubbio non sa cosa sia e non perchè sai stupido, ma perchè le alternative non le ha mai avute. le cose cambiano quando si hanno alternative fra cui scegliere e la scelta non è sempre quella giusta o la migliore fra quelle disponibili. se provi ad essere una risposta, secondo me, stai andando nella direzione gisuta.
    bacio

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