Le Luci della Centrale Elettrica – Piromani

(Canzone numero 8 de La gigantesca scritta 2008 – Disco dell’anno, che ci/vi piaccia o no. C’è chi va a vedere le Luci della Centrale Turbogas, e chi invece ci lavora dentro)

Ascolta: Le Luci della Centrale ElettricaPiromani

andiamo a vedere le luci della centrale elettrica
andiamo a vedere i colori delle ciminiere dall’alto dei nostri elicotteri immaginari
andiamo a dare fuoco ai tramonti e alle macchine parcheggiate male
ad assaltare ancora i cieli a farci sconfiggere e finire sui telegiornali
foto in bianco e nero delle nostre facce stravolte sui quotidiani locali
andiamo a vedere i cantieri delle case popolari
dai finestrini dei treni ad alta velocità
trasformiamo questa città in un’altra cazzo di città

Le premesse non coincidevano esattamente con un turno notturno passato a controllare il livello del catalizzatore. Del resto, le premesse si divertivano regolarmente a rinnegare se stesse, senza curarsi che qualcuno prima o poi si sarebbe potuto fare male.
Lo spazio della consapevolezza che non era finita proprio come si augurava, durava il tempo di infilare la chiave nella serratura della sua auto non nuova. Poi un colpo di acceleratore andava a ingolfare le sue aspettative, una sferzata del tergicristallo puliva il parabrezza della sua frustrazione, e così poteva vedere le foglie secche sul cofano, accendere i fanali del buonsenso e infilarsi in strada. Quando arrivava al parcheggio era quasi orgoglioso di mostrare il tesserino da turnista. Si sentiva un sopravvissuto ai sogni infranti, ai progetti pagati con sovvenzioni familiari, un cane sciolto della politica del fare che prevaleva sul dire, volere, credere. Pretendere.

Oltrepassando la sbarra mobile non si stava solamente recando a prendere servizio: saliva in sella a un presente che faceva troppo presa per cavalcare sopra a un futuro che non futava. A notte fonda lui iniziava, laddove gli altri finivano e iniziavano a chiedersi cosa ne sarebbe stato del domani. Non aveva nulla da domandare al domani perchè lui “era” il Domani, lo indossava così come si infilava nella tuta blu più grande di una taglia e calzava scarponi pesanti. Agghindato come un astronauta pronto per la missione notturna, si lasciava dietro la sbarra tutto quello che sarebbe potuto essere, e non era stato. Su uno schermo della sala quadri osservava particelle chimiche fondersi, su un altro guardava quasi impassibile il presente e il domani che si mescolavano, creando una sostanza trasparente quindi pericolosa, perchè poteva attaccarsi alla pelle diventando una seconda epidermide. Essere nella negazione di quello che (non) si è stati. Senza chiedersi come si era potuti finire lì. Poi andava a fare il giro di ispezione.

Il giro notturno a controllare l’impianto gli ricordava di essere precipitato nel ventre di una balena invisibile. Col tempo aveva imparato a riconoscere le venature del suo stomaco nelle tubature delle linee di produzione, e quando si avvicinava per serrare meglio qualche valvola, appoggiava l’orecchio per ascoltare il flusso dell’anima della balena di acciaio. L’impianto respirava, sbuffava vapore acqueo come gli esseri umani dalle enormi vasche di raffreddamento, schizzava fuoco in alto simulando una fumettistica incazzatura quando le cose non andavano tanto bene, sebbene non perdesse mai il controllo. Era un enorme organismo che ti accoglieva al suo interno rispettandoti e lasciandoti il tempo di assimilare i suoi bioritmi, fare i propri conti e decidere se era il tempo di fermarsi lì per sempre o solo per un attimo. Lui, mentre chiudeva le valvole e picchiettava col martello sul ventre di una vasca, aveva ben chiaro cosa fare: smetterla per un po’ con le decisioni, il passatempo preferito di chi continuava a volere, credere. A pretendere.

Quando si faceva tardi, quindi molto presto, entrava nella sala quadri per controllare sugli schermi la situazione. C’erano monitor fedeli alla causa che registravano tutti i capricci della balena di acciaio che non dormiva mai, costantemente illuminata a giorno da milioni di fari e di luci. L’impero delle luci di Magritte riprodotto in larga scala dentro un petrolchimico, solcato da vialetti bianchi e accesi sovrastati da un tetto di cielo nero, scuro e invidioso. Le stelle non si riuscivano mai a vedere, anche nelle notti più limpide, ma ciò nonostante lui non era triste. Smettere di sognare gli avrebbe fatto sicuramente bene, e si compiaceva di questa libertà di non essere altro che quello che era.

Percorrendo gli spazi aperti dell’essere vivente meccanico, incrociava spesso i suoi colleghi indaffarati a improvvisare se stessi e una vita oltre il turno notturno di lavoro. E così li coglieva immersi nel presente, creandosi un’attesa per l’alba, il mattino passato a dormire, il pomeriggio dedicato finalmente ai propri interessi, incapaci di cogliere il muro sottile che l’attesa sapeva ergere tra ciò che erano e ciò che sarebbero stati, tra un presente e un futuro. Loro di qua e loro di là, a specchiarsi beati in un domani che poteva essere subito, il giorno dopo, oppure mai. Accecati dalle luci del petrolchimico che scioglievano le tracce delle premesse non mantenute, ma non potevano illuminare gli aloni rimasti sui vestiti.

Col passare delle notti aveva imparato ad apprezzare la staticità del petrolchimico, gli sembrava fosse imperturbabile e non si lasciasse attraversare dai venti delle varie crisi che nel frattempo imperversavano in città. Ogni cosa lì dentro era sempre sopravvissuta, e sempre lo sarebbe stata: chiudevano le società proprietarie ma il baraccone continuava a restare in piedi, a illuminare di giorno le notti di migliaia di operai, tecnici, addetti, ingegneri e dirigenti come lui. Obbligati a resistere, a non potersi lasciare andare verso una disfatta panacea di tutti i (propri) mali, a non poter assaporare la sconfitta ma continuare a stringere valvole, senza alibi per quello che poteva essere, senza aspirazioni per quello che sarebbe stato. Il giorno e la notte fusi assieme, le luci che incollavano sulla stessa faccia, strato sopra strato, il passato il presente e il futuro senza distinguerli più. La sua faccia, infilata dentro una maschera ad ossigeno prima di salpare sull’astronave Enterprise.

Fuori, qualche chilometro lontano da quel parcheggio, c’era un ragazzo come lui, ma senza maschera e senza tuta, che ammirava quelle luci. Sapeva che si trattava ma di uno squallido Petrolchimico cancerogeno, ma ogni volta una sensazione primordiale gli saltava alla gola, quando era in prossimità al casello di Ferrara Nord. I bagliori cammuffavano il Petrolchimico in una specie di Centrale Elettrica quale non era, di notte diventava magicamente una New York adagiata sulle valli bonificate. Sapeva che quella era merda chimica, non era New York ma Ferrara, sapeva che stava guardando un fottuto buco nero che brilla, eppure si fermava lo stesso ai bordi del cavalcavia con la macchina accesa di fianco ai fossi e alle pantegane, per fotografare quello spettacolo. Non pensava a niente: pensava solo che fosse bellissimo. Drighignava i denti implorando di trasformare quella cazzo di città in un’altra cazzo di città. Pretendeva.

(8 – continua)

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