Afterhours – Riprendere Berlino

(Canzone numero 5 de La gigantesca scritta 2008. Non ho mai capito se il ritornello fosse o meno interrogativo…)

Ascolta: AfterhoursRiprendere Berlino

Non sarebbe bello
Non farci più del male
Non sarebbe eroico
Non essere degli eroi

Non sarebbe strano
Essere più leggeri
E non aver paura

Credo che quando uno si laurea, la prima cosa da fare, e intendo prima ancora che rigare l’auto del proprio relatore (ma sicuramente DOPO aver scolato un litro e mezzo di sano spritz), sia quella di partire per il posto più lontano possibile. Con un bagaglio molto leggero (una maglietta, un paio di calzini asciutti, un lettore mp3, la copia della tesi da cremare) e soprattutto da soli.
Non importa dove si vada, e non è nemmeno importante il tragitto che si compie (non viviamo appallotolati dentro una cartina del Bacio Perugina, per fortuna), ciò che conta è unicamente la Distanza. Lontani, ovunque ma non lì, sul sagrato della facoltà dove parenti e amici si apprestano a celebrare il funerale laico (cit.) di una solida figura nelle loro vite. A cosa lo riassegniamo ora il nostro Attimo? Ora sono cazzi un po’ per tutti.

Ovviamente non sono partito subito, ho lasciato ingiallire la mia corona di porro e farro sopra la mia testa per tutta la primavera. Questo fu il mio primo grande errore della mia vita laureata male. Seguì un secondo (meno grave) errore: rimediare al primo. Pensare che tutto si sarebbe risolto grazie a una semplice canzone. Ti sei voluto fidare di lei, aprendo così nuovi nodi irrisolti. Ora hai una città in cui ritornare, prima o poi. Una ferita aperta che non fa male, da suturare con i binari del treno.

Primo maggio, una canzone sale in macchina e non vuole più scendere. Un ascolto, due ascolti, tre ascolti: inizi a ridere, sai che ormai è fatta, ha vinto lei sbucando dal nulla, e ora inizierà a ricattarti. Decidi coscientemente di affidare le tue vacanze a un singolo appena uscito, anche se hai paura e, diciamo la verità, ti vergogni pure un po’. Ti senti vittima di un clichè di te stesso, schiavo di un ritornello subdolo che va a colpire là dove fa più male, l’inconscio ancora da arare. Ci lascia un seme che sboccerà un lunedì mattina ad Amburgo, quando ti arrenderai e la darai vinta a Manuel Agnelli. Era tutto scontato – Finché non sei caduto.

Dopo che ad Amburgo scopri che non c’è il mare, ma solo un grande fiume che sembra il mare. Dopo che ti rendi conto che ad Amburgo piove. Dopo che ad Amburgo ti ritrovi in stanza circondato da armadi biondi che piazzano minacciosamente al centro del pavimento lo stereo, avvertendo che non si tratta affatto di un segnale di pace, e preferisci giocarti il jolly, inzaccherando per sempre l’ultima pentola pulita a tua disposizione. Dopo che alla sera leggi la gigantesca scritta Danke Hambourg (capendo solo al tuo ritorno cosa c’era da ringraziare). Dopo che al mattino fai colazione da solo ad un’enorme tavola rotonda, in cui si avvicina una biondina e chiede se può sedersi proprio lì, nell’unica tavola rotonda occupata, e tu riuscirai a non dirle nemmeno una parola, uno sbuffo, un respiro, nulla. Dopo che Amburgo è mezzora di treno da Lubecca, che è meno triste ma più a nord e quindi poco cambia. Dopo che finalmente capirai che era necessario andare da Amburgo per poter accendere il lettore mp3 e premere finalmente quel fottuttisimo tasto play, e per una volta sarà la canzone che si fermerà ad ascoltarti, e non viceversa. Allora sì che ti tornerà in mente il Primo Maggio sopra citato, capirai di essere finito in una trappola a forma di tavolo da biliardo e una voce che canticchiava il tuo destino imbucando la pallina numero 8.

Non ci sono posti prenotati per Riprendere Berlino, verrai sballotato da un vagone all’altro finchè non troverai tregua nello scompartimento per i bambini. Ti metterai a giocare con le figure colorate mentre poco distante gli spagnoli discuteranno di politica sorseggiando Jagermaister. La campagna fuori dal finestrino ti sembrerà esattamente uguale a quella delle tue parti, soltanto più gialla e più azzurra, e più “grande”. Nessuno verrà a farti notare che starai occupando il kindergarten, sarà che starai sorridendo o forse perchè puzzerai esattamente come loro.

E poi scenderai in Stazione Centrale, ritornerai a farti stuprare la schiena dal tuo inutile enorme zaino carico di ipocrite vergogne e sinceri imbarazzi, e finalmente farai cadere la prima foglia dalla tua testa, pigiando semplicemente play.

(5 – continua)

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