Nada Surf – See these bones

(Canzone numero 2 de La gigantesca scritta 2008. A cui attacco una folle idea che mi è venuta quest’anno, dalla realizzazione molto lunga. Come il post seguente, del resto.)

Ascolta: Nada SurfSee these bones.

 

Do you remember when the line was blown
Do you remember when it fell
Do you remember when you went to her house, remember ringing the bell

 

Molti anni dopo, di fronte a un profilo abbandonato di Facenet, l’utente Breakdown Alfonsi si sarebbe ricordato di quella remota sera in cui il suo amico lo aveva condotto a conoscere il Museo del Tempo.
Il mondo era così vecchio, che molti nomi erano privi di cose, e per assegnarli tutti bisognava leccarli con la lingua.

Ci erano voluti qualche decennio per la fusione tra Internet, Facebook e Realtà. Ora gli utenti si collegavano direttamente a Facenet: per esempio, si recavano dal profilo di Dittatura e inserivano il numero di Carta di Debito per leggere le ultime notizie del Partito Oligarchico o gli editoriali domenicali di Luca Sofri. Per dire. Lontani erano i tempi in cui per farsi le amicizie bastava pigiare un bottone. Ora ce n’era una sequenza intera, che andavano dal “mi scusi” al “ma io ti ho già visto da qualche parte”, fino ad arrivare al “dito medio” oppure “abbaglianti in corsia di sorpasso”. Ogni forma di comunicazione era catalogata in pulsanti, e le amicizie non erano più esibite ma ben nascoste nel proprio giardino di casa. Se ti fermavi a guardare anche solo per un attimo la foto del profilo di una ragazza che avevi incrociato la sera prima al Piazza, rischiavi addirittura di essere bannato per un paio di giorni dal tuo network.

“Vai ancora al Piazza?”, chiese Breakdown Alfonsi al suo amico mentre salivano le scale a lumaca. “Ogni tanto, ma ormai il piede mi fa troppo male quando salto sui Franz Ferdinand”. Il dolore era un residuo di un calcetto di inizio secolo, che ebbe la tipica sorte di ogni segnale inviato al corpo dell’amico durante la sua vita: essere sottovalutato. Tanto che pure i gradini gli risultavano indigesti, così come i net-jay della Piazza.

“Sempre appoggiato alla balaustra del Baretto 21 in attesa dei Bloc Party, vero?” incalzò Alfonsi, sfottendo l’amico. “Sempre, ovvio, tanto lo so che non li metteranno mai. Comunque ecco, qui dentro ci sono tutte le nostre vite”. La porta si aprì su una stanza completamente bianca: metri di soffitta completamente sterilizzati, popolati da teche, bacheche, tavoli che ospitavano reperti archeleologici ormai introvabili.

Breakdown sul momento non capì a cosa si trovava di fronte, sentiva soltanto un fortissimo odore di pulito cui non era più abituato da quando i Detergenti, assieme ai Detersivi, erano stati banditi su ordine dell’Anarchia. Per rispettare i dogmi della Decrescita e salvare l’ambiente, erano state adottate severe misure per ricalibrare la vita dei Campagnoli: lavare e pulire implicava costi e rifiuti, concetti assolutamente da Bannare secondo l’Anarchia, e fecero sparire dagli scaffali dei supermercati (finchè rimasero aperti) tutte le marche di detersivo e prodotti per la casa. Le massaie finalmente potevano riposarsi, mentre ovunque crescevano montagne di polvere e gli stracci indosso si ricoprivano di quelle che un tempo si sarebbero chiamate “chiazze” e ora invece “motivi ornamentali”. I migliori stilisti, per intenderci, si sfidavano per produrre l’abito più bianco possibile, laddove la sottrazione e la pulizia significavano massimo lusso ed estrosità. Prima ancora di occuparsi degli oggetti racchiusi in quella soffitta, Breakdown Alfonsi era sconcertato da quella stanza labirinto bianca senza luci colorate. L’amico non tardò a dare spiegazioni: “Qui dentro c’è il mio passato. Ma anche il tuo, e quello dei tuoi amici. Ci siamo noi, qui dentro. Ci ho messo anni, direi praticamente tutti gli anni della mia vita, per radunare tutta questa roba, ma finalmente ce l’ho fatta: ce l’ho fatta ogni giorno, a stare dietro alle nostre vite, al tempo. Sì – disse con la voce rotta dall’orgoglio – si potrebbe proprio chiamare il Museo del Tempo”.

Alfonsi iniziò a girare in mezzo a quelle teche. Una bottiglia di vetro col tappo in plastica, rosso, contenente un liquido marroncino, e sopra stampata una scritta bianca, “Coca-Cola”; ancora da aprire, perfettamente conservata dal 2005, come recitava la didascalia sottostante. Una confezione colorata, piccola, denominata Tatranky, apparantemente sembrava del cibo: “wafer cecoslovacco, 2007”. Fogli di carta stropicciati, elencavano prodotti tecnologici e relativo prezzo: “volantino pubblicitario Mediaworld, 2003”. E ancora: un cartellone verde pallidissimo, su cui si poteva leggere la scritta sbiadita “Si può fare”: “Cartellone Campagna Elettorale Veltroni, 2008”.

Breakdown era smarrito, il portatile non prendeva là dentro e non poteva di certo chiedere all’utente Wikipediaman chi diavolo fosse Veltroni. Anche se quel nome gli ricordava qualcosa di molto vago. L’amico aprì la teca e prese in mano il cartello, ondeggiandolo sulla sua testa: “Ecco, quel pomeriggio in Piazza Castello facevano tutti più o meno così. C’era il leader del Partito Democratico per un comizio elettorale, poco prima delle elezioni del 2008, ti ricordi? Quando rivinse Berlusconi…”. Il nome dello statista fece illuminare Alfonsi: l’amico stava parlando di politica, di quando ancora l’Italia era una Repubblica e si andava a votare, prima della Devoluzione. “I tempi cupi della Democrazia! Ora mi ricordo, Veltroni fu il penultimo segretario del Partito Democratico, prima della Scissione…”.

L’amico sorrise: “Bel colpo, ricordarsi di quella gente. Vieni, facciamoci un giro completo. Guarda, questo è il reparto Cibo: guarda quella bustina di maionese marchiata con una M gialla… E quel bicchierone di carta con il coperchio trasparente, di Starbucks: è ancora sporco di caffè. Ma questi sono gli scarti, in quella teca termo-regolata ci sono ancora piatti intonsi” disse indicando un piatto di lasagne perfettamente conservato sottovuoto. Una cannuccia usciva dalla besciamella collegandosi a una valvola chiusa: “Quando sono particolarmente triste la apro e sento gli ultimi rimasugli rimasti dell’odore…” confessò l’amico.

Subito si riprese dalla scarica di malinconia, e continuò la spiegazione: “Quando avevamo vent’anni ti ricordi che si buttava via tutto? Gli scontrini si lasciavano cadere per terra, i vestiti venivano rimpiazzati, gli elettrodomestici sostituiti, i ricordi ammassati in scatoloni destinati ad ammuffire. Affidavamo i ricordi unicamente alle foto delle nostre digitali, e video su YouTube, senza conservare niente. Pensavamo che sarebbe bastato qualche click sul mouse, entrare nella cartella Grecia 2005, e guardare qualche foto per farci tornare in mente le sensazioni di una vacanza al mare con gli amici. Puttanate. Io ho iniziato a conservare TUTTO. Le ricevute dell’autostrada, i biglietti dei traghetti, la bottiglia di vino, il costume indossato, la schiuma da barba e la lametta, la crema solare, il cerotto di quando mi sono tagliato un dito del piede su una conchiglia, il pallone bucato in spiaggia, il pomello del cambio della Uno, l’autoradio, i cd, lo specchietto retrovisore, il telefonino, la scheda della ricarica da 10 euro…”.

Un elenco ininterrotto che Breakdown Alfonsi frenò con il suo stupore. La sua paura: “Tu mi stai dicendo che per tutta la tua vita non hai buttato via niente? Hai accumulato tutto questo? Tu sei pazzo, cristoprofano!” Non era così piacevole ritrovarsi dentro una macchina del tempo, dentro un luogo che raccoglieva tutto quello che aveva, volontariamente o meno, rimosso. Iniziò a vagare confuso per la soffitta, da una sezione all’altra. Una parete intera di cd, dvd, videocassette. Un muro lunghissimo di libri, riviste, quotidiani ingialliti, brochure promozionali, volantini, cataloghi Ikea. Una collezione di scarpe, ciabatte, vestiti: un paio di Adidas puzzolenti, un cappellino dei New York Knicks, ma pure abiti femminili, reggiseni, culotte, calze a righe. E ancora, teche su teche contenti monitor di computer, telefonini, stampanti, ma pure confezioni di monitor, manuali di istruzione di telefonini, carta da imballaggio per stampanti. Ogni oggetto veniva pensato come pianeta circondato dai suoi satelliti, immerso nel sistema solare di una attività, circondato da altri sistemi che andavano a formare la galassia di una Vita. Delle tante vite che l’amico aveva incrociato.

“Perchè hai accumulato tutto questo?” chiese tra l’incredulo e il disperato Breakdown. L’amico aspettava questa domanda dal momento in cui acquistò apposta l’ultima confezione di yogurt Yomo alla Fragola disponibile: “Mi venne in mente di iniziare a non perdere niente della mia vita quando provai a cercare disperatamente un brick di Billy… Sai quella bevanda fine Novecento, che prendavamo da bambini? Ecco, quando mi resi conto che non esisteva più una confezione di Billy sulla Terra, e quindi non avrei MAI più potuto sentirne il sapore, capii che dovevo iniziare la Raccolta. La preservazione di tutto quanto componeva la mia vita: cibo, vestiti, oggetti, ma anche tutto l’ecosistema attorno a queste cose… perchè io volevo poter ricreare, quando ne avessi voluto, esattamente un momento particolare della mia esistenza. Potermi immergere in un giorno della mia gioventù attraverso la ricostruzione di quello che mi circondava. Le nostre vite altro non erano, fino all’inizio della Decrescita, che gli Oggetti con cui entravamo in contatto… Le Esperienze erano trame tenute in piedi dalle COSE. Raccogliendo ogni COSA, avrei conservato per sempre il ricordo di quello che ero, che eravamo. Niente più Billy scomparsi. Perchè io volevo ricordare tutto!”

Mentre gridò il suo proclama, indicò un’intera parete di scontrini. Breakdown ora fissava l’Amico e non sapeva cosa dirgli. Gli sembrava di soffocare, come se una cascata di Moleskine piombassero su di lui sotterandolo. Pensava di essere di fronte a un maniaco, che aveva vissuto soltanto per fabbricarsi ricordi e infilarli in una ingestibile enciclopedia. E poi tutto quel bianco, quella pulizia, dilatavano i bronchi dei suoi polmoni ingolfati. Uscì senza dire niente da quell’inutile Museo del Tempo e corse fuori. Non volle più vedere l’Amico malato di ricordi, ormai diventato un pazzo maniaco da cui stare lontani. Come si poteva pensare di ricordare tutto? Come si poteva desiderare una cosa simile?

Non ebbe sue notizie per molto tempo, fino a quando, trascorsi diversi anni, mentre faceva pulizia nei suoi contatti di Facenet, ne ritrovò il profilo. L’artrosi che ormai a 143 primavere lo attanagliava rendeva difficile scrollare il monitor con la mano, e doveva ricorrere all’uso di un mouse con rotellina. Entrò nel profilo dell’Amico, venendo a conoscenza della sua morte avvenuta pochi giorni prima. Un link al profilo dell’Ospedale spiegava che il decesso era avvenuto in seguito all’ingerimento di una bevanda scaduta da più di un secolo. Si ricordò di quel giorno in cui entrò al “Museo del Tempo”, come lo chiamava l’amico, e l’unica reazione che ebbe alla tragica notizia fu quella di chiedersi chissà quale sapore avesse la Coca-Cola.

(2 – continua)

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Una risposta a Nada Surf – See these bones

  1. Alessandra scrive:

    bella la storia. molto. e sono curiosa di conoscereil seguito.

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