Offlaga Disco Pax – Venti minuti

(si parte con la canzone migliore del secondo album del Collettivo Sensibilista. E forse la più triste dell’anno intero.
Gennaio finì così, piangendo come vitelli)

Ascolta: Offlaga Disco PaxVenti minuti.

 

Invecchiando trovo in me particolari di lui, alla mia età di adesso:
qualche segno delle mani, un’espressione allo specchio, un tono di voce.

Questa cosa non mi piace per niente.

 

Ci sono stati pochi momenti nella mia vita in cui mi sono sentito veramente figlio di mio padre.

Per esempio. Un capodanno dei primissimi anni ’90 abbiamo provato assieme ad assecondare la tragedia di fine anno. Ci siamo messi davanti a casa, al freddo, con i nostri modesti fuochi comprati all’Interspar. Piccoli, di quelli che non facevano rumore ma solo un po’ di luce, per non spaventare la moglie-madre. Ci siamo piazzati poco distante dalla Ritmo e li abbiamo posizionati per terra.
Faceva un freddo della madonna.
Li abbiamo issati sul loro piedistallo e, sebbene fossero alti soltanto pochi centimetri, sembravano grattacieli. I cenoni visti dal basso. Noi guardavamo quelle punte pronte a infiammarsi, mio padre teneva i fiammiferi in mano, e io fissavo a turno lui e i fuochi. Entrambi avevamo la stessa espressione: perplessa. Io nei suoi confronti, perchè lo sapevo che di capodanno, razzi e mazzi vari non gliene fregava niente. Credo che in quel momento avrebbe voluto essere ovunque, tranne che lì davanti a casa sua. E lui era perplesso nei confronti dei fuocarelli comprati poche ore prima, troppo bassi per far luce su uno stretto argine della pianura padana.
E mentre attorno scoppiava l’ennesima guerra mondiale, noi proviamo ad accendere le nostre precarie fontanelle. Non faccio in tempo a girarmi verso mia madre per dirle “ehi guarda”, che lo schizzo di luce si ripiega su se stesso, affonda tra l’erba ingiallita da un inverno che una volta era ancora tale. Forse colpite dai kamikaze della nostra coscienza, o forse a causa della bassa qualità della materia prima (certe cose bisogna comprarle fuori dai canali ufficiali), lo spettacolo dura pochi secondi, l’anno nuovo finisce subito con l’affogarsi delle scintille dei nostri fuochi. Non c’era più altro da fare che andarsene a dormire.

Oppure. Mentre guidavo su una buia strada provinciale non terminata per mancanza di fondi statali, avevo le lacrime agli occhi perchè mi ero reso conto che finalmente una parte della mia vita era terminata. Una specie di capodanno, ma di quelli veri, però. Lì ho capito i racconti di mio padre da giovane, quando aveva mollato tutto perchè aveva voglia di tanti capodanni diversi, e non aveva avuto quella pazienza che invece aveva dimostrato suo figlio. Un filo lungo dagli anni ’60 a questi cazzo di anni zero, che forse ora si poteva tagliare.

(1 – continua)

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