The fool on the Berlin

(seconda e ultima parte del filmino delle vacanze – le foto però continuano qui)

Il fiammifero mi si sta spegnendo in mano, e non basta a illuminare la stanza. Sono rannicchiato nell’angolo, fa ancora caldo nonostante settembre sia iniziato, la pelle umidiccia si lascia impannare dalla polvere del pavimento di quell’angolo remoto di stanza. Le orecchie sono perforate dalle cuffiette del sudatissimo lettore mp3. Sto ascoltando gli Oasis, i fantasmi che in questo momento mi sembrano le creature più reali possibili. Il fiammifero inizia ad alimentarsi con la mia pelle, il legnetto ormai è annerito e non serve più a niente. La luce si affievolisce, la stanza è inghiottita ancora un poco dentro al buio. Non sto uscendo molto ultimamente, direi anzi che non sto più praticamente uscendo. L’unica concessione è stato un litro di latte fresco, spillato dal distributore come neanche fosse vino, c’era persino la coda. La mano le mani, le braccia bruciano, producono sordi rumori di accortocciamento come legna secca, ma la luce continua a indebolirsi. Ripongo gli occhiali sul pavimento, ormai non mi servono più. Ci sto mettendo diversi giorni a riprendermi dal jet lag emotivo, e l’unica maniera intelligente per tirarmene fuori mi è sembrata quella di dimenticare tutto quello che ho visto e sentito. Per lasciare che i ricordi rimanessero tali, e non si trasformassero in fantasmi. Tanta fatica a scarpinare per Berlino, e ora la cosa più sensata da fare non è altro che bruciare se stessi. L’unica maniera per ritornare a casa sani e salvi.

A Berlino ci arriverò di mattina, viaggiando su un comodo notturno partito da Monaco. Breve riepilogo della situazione nella mia carrozza. Sedili scomodissimi, e ok. Un cicciotto tedesco appena salito già si stappa la prima, fresca e gustosa bottiglia di birra. Gli durerà tutta la notte. Più avanti un ragazzo imperscrutabile, seduto in modo composto riuscirà a dormire serenamente. Misteri. Di fianco a me due ragazze giapponesi, tirano fuori dal loro set di valigie un portatile e si guardano un film, sottotitolato in giapponese. Mi chiedo cosa capiscano. Dal fondo del vagone arrivano due giovani interrailers, ovviamente si guardano bene dal salutarmi, nonostante abbia uno zaino che come minimo è il DOPPIO del loro e il viso tumefatto a testimonianza che non sono in viaggio di piacere. Le due suddette tipe estraggono dal loro zaino alcuni aggeggi non identificati che le faranno (ovviamente) dormire comode anche in posizione a G minuscola rovesciata. In tutto questo, rimango io rannicchiato che tento di sdraiarmi tra i due sedili, facendomi inclinare alcune vertebre dal bracciolo. Tanta fatica per produrre un rivolo di bava fredda (l’aria condizionata era a palla) sul mio zainetto usato come piacevole cuscino.

Si dice Berlino e ti può venire in mente, che so, Potsdamerplatz. I suoi grattacieli moderni, alti e luminosi, ma al tempo stesso “avvicinabili”. A me vengono in mente i tortellini surgelati che mi sono gentilmente e provvidenzialmente offerti.
Vai a Berlino e una delle cose più scontate da fare può sicuramente andare a vedere la porta di Brandeburgo. Però io prima di tutto, me ne andrei a distendermi nel prato verde tra il parlamento e l’Hauptbanhof (bellissima), e lasciarmi liofilizzare (senza vergognarmene) dalla fatica del camminare e delle scatolette di tonno trangugiate, mentre attorno giocano a pallone con pettorine rosa e le ragazze prendono il sole vestite (vestite. Le adoro.) mentre ascoltano l’ipod, anche loro da sole, indipendenti.
Certo, ci sarebbe da scrivere un trattato sull’evoluzione di Berlino, l’esposizione orgogliosa di impalcature e gru accanto al Duomo, una capitale che appare come laboratorio spazio-temporale dove si restaura e si crea allo stesso tempo, e anche se non hai una guida turistica in mano riesci comunque ad afferrare un po’ del senso di questa città. Però Berlino sono anche le mie vesciche ai piedi, vere e proprie stigmati che hanno raggiunto vette di dolore indicibile. Sono le vesciche ai piedi che ho letteralmente calpestato alle due di notte su Unter den Linden, l’ultima sera, con i piedi che mi dicevano di smettere, finirla lì, e io che facevo il gradasso e chiedevo di urlare più forte. Tanto ero talmente anestetizzato dalla ruggente nostalgia dei secondi appena terminati, che mi son messo pure a correre.
E così corro, e perdo per strada le congiunzioni, la punteggiatura, un po’ tutto l’insieme. Rimango con un elenco infinito sulla terza di copertina di un libretto dei ricordi improvvisato. Il sabato passato a girare in bici per Charlotteburg. Gli uccellini a Kopperplatz che mi vengono a beccare perchè hanno fame (loro, hanno fame, già), i giorni che passano. Amburgo, Lubecca. Di nuovo Berlino, dove ritorno nello stesso beatlesiano ostello, con tutta una serie di vecchie domande. Poche risposte, e non tutte mi sono piaciute. La tristezza e i sorrisi gratuiti. Friederichstrasse. Sono il cuore bagnato di Attimo. L’epifania raggiunta grazie ai discorsi di un altoatesino incentrati sul rockabilly. La giostra è finita, tocca a me scendere. Bassoatesino.

Sulla facciata dell’enorme centro sociale Zapata campeggia un imperturbabile interrogativo. How long is now?, chiede. Semplice, rispondo io: una settimana a Berlino.

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