The fool on the München

Quasi sto per perdere il primo treno, all’ultimo minuto decido di rivoluzionare l’assetto pericolante del mio zaino lasciando a casa la tenda. Scambierò tuttavia il materassino per un sacco a pelo, portandolo inutilmente con me per 10 infiniti giorni. L’acume del viaggiatore solitario, già. Mi sento molto figo nel lasciare a casa la tenda all’ultimo, perchè così riesco a chiudere lo zaino, mi sembra una mossa geniale quando invece era una mossa praticamente obbligata, che evita di ingaggiare facchini cambogiani per il trasporto bagagli. Nel tragitto tra camera mia e la macchina di mio padre che, diffidente, mi accompagnerà in stazione, sudo tutto quello che un uomo magro in buona salute può sudare in una fresca alba d’estate. Mi ostino a fare finta di niente, “dai ti ci devi solo abituare“, mi sento agile come un elefante, il manifesto della goffaggine. “Dai che è normale, in fondo anche gli altri hanno gli zainoni pieni“. Io però ne ho due, di zaini, uno dietro che chiamerò amichevolmente Il Mostro, e uno davanti, quello leggero per il giorno. Già. Evito di parlare, non voglio sentirmi dire che “stai portando troppa roba“. Odio ascoltare l’evidenza. La mossa tardiva di lasciarsi alle spalle la tenda genera un ritardo pauroso, devo correre per prendere il primo treno e ci salgo per un soffio. Per un soffio sono salito sulla mia “vacanza”, lo scarto è colmato, sono veramente partito.

Arrivo a Padova e mi sento tremendamente solo. Puzzo, ho già macchiato la prima maglietta col succo d’arancia della Santal, una tenera chiazza rosa ad altezza costato che ambiguamente potrebbe sembrare una ferita da arma da taglio. Nell’attesa dell’IC Verona-Monaco inizio nella mia opera di lurkaggio selvaggio. Prima ancora di fotografare, la vera e totale attività che mi ha impegnato nell’interrail è stata Guardare. Osservare, scrutare, vedere, assimilare, annotare, chiamatela come vi pare, sta di fatto che non ho mai guardato così tanto in vita mia. Lacci di scarpe, cicche per terra, bordi dei cestini, insegne delle stazioni, pannelli, cielo, cornicioni, interni di abitazioni, auto, alberi, carta, rifiuti, vetri sporchi, ragazze, bambini, vecchi, donne, uomini, valigie, occhi, rughe, menti, barbe, tette, culi, spalle, peli, panchine, personaggi. Tutto, tutto guardavo. E più guardavo, mentre aspettavo il treno per Verona, alla stazione di Padova, nemmeno due ore dopo la partenza, più mi sentivo impacciato, in mezzo agli italiani che andavano in vacanza con i loro normalissimi trolley di ordinanza, che scivolano dolcemente con le loro rotelline. Io portavo tutto sulle spalle, compreso un improvviso attacco di solitudine pazzesca. Ripensavo a una gita fuori porta in treno di diversi mesi fa, ai discorsi fatti nello scompartimento di un altro intercity; mi era venuta una voglia tutta improvvisa e immanente di scopare e innamorarmi, proprio lì sul binario 4 della stazione di Padova, due ore dopo l’inizio del mio interrail, ancora distante dal confine.

Assumo la prima dose di doping dal lettore mp3, il Caso mi regala clamorosamente una canzone strappamutande, penso sia solo una coincidenza, in effetti se mi trovo a percorrere la Val d’Adige da solo assieme a una famiglia italo-tedesca è frutto di una coincidenza, di tante coincidenze che si sommano. No? La madre tedesca di fronte a me elargisce ai figli irrequieti un libricino, scorgo il titolo, “Perchè è bello essere cristiani“. Cerco di non mostrare alcun segno di perplessità sul mio volto, sono in viaggio “devi avere la mentalità aperta” mi ripeto, e mi viene pure da sorridere. La madre tedesca mi parla in tedesco, dice che sembro proprio un tedesco. Risorrido.

Quando scendo dal treno mi ritrovo non in una stazione, ma in un aereoporto. In Germania hanno stazioni fighissime, piene di negozi sempre aperti con tutti i possibili tipi di cibi (schifezze). Starei lì dentro per ore, fregandomene della città ai miei piedi, dell’Ufficio Turistico, della ricerca degli ostelli e di una mappa. Sento odore di modernità, di plastica, Monaco è giocattolosa e sa tanto di Svizzera. Non mi nego nulla eh, faccio pure il turista che deduce considerazioni sociali soltanto da lla prima insegna colorata che vede sceso dal treno. Eppure Monaco la cammino tutta, anche in periferia, e non vedo sporcizia, vedo solo ordine, colore, ordine. Persino le rughe della storia sono liscie, levigate, trasformate in un presente perenne.

Entro nella camera dell’ostello (scelto ovviamente a caso), svegliando un canadese dai capelli colorati di viola e blu. Al liceo avevo 8 in inglese, ora non capisco nemmeno come si chiama questo tipo. Didier, mi pare. Io dico yes a tutto, alla reception, ai tipi in camera e pure a me stesso.
Alla sera la voglia di saltare la cena è tanta, perchè sono pigro e perchè in interrail si diventa clamorosamente tirchi. Cioè, uno ha paura di fottersi subito tutti i soldi, e così centellina pure le coche al Mac. Che costano meno che in Italia, tra l’altro, e portano una buona dose di zuccheri a rapida assimilazione. Scatto foto. Sono le 23 e Monaco è già deserta, come la mia stanza dell’ostello. Dove sono finiti tutti?

Al mattino mi risveglio e la stanza si è inspiegabilmente ripopolata. Un’australiana mi racconta dove sta viaggiando, e nemmeno a lei nego la mia sfilza di yes. Noto che il mio umorismo perde molto nella traduzione letterale ita->eng, dovrò inventarmi qualcosa nei prossimi giorni per evitare di sembrare Alberto Sordi. Ovviamente, non ci riuscirò.
Tra metro e km a piedi, giungo alla conclusione che qui in Baviera sono sfondati di soldi. Premessa indispensabile per qualsiasi velleitaria analisi sociale. Quindi, specificato che sono spaventosamente ricchi sfondati, si può aggiungere che tutto è predisposto per essere (sembrare) chiaro, ordinato, pulito. L’ambiguità è assente, le ombre raddrizzate, i sotterfugi annichiliti. Lo si capisce dalle insegne, dai caratteri tipografici dei negozi, ristoranti, hotel, dei nomi delle strade e della segnaletica in generale. In Italia è cicciosa, inelegante, scoordinata, inattuale soprattutto. Qui tutto è Sans Serif, Monaco è la meravigliosa segnaletica dei bus e della U-Bahn, essenziale e pulita e illuminata, così aggiornata che la guardo e non smetto di fotografarla. Nel mentre, chiedo a due tizi francesi che stavano fotografando di tutto se posso a mia volta scattare loro una foto, e questi di risposta si offendono. Accettano, ma si offendono.
Tutti vanno in bici, e le bici non si mescolano mai ai pedoni o alle macchine. Tutto è ovviamente più caro, più costoso. La chiarezza espositiva si paga. Uno si guarda attorno e si sente italiano anche solo nel riflettersi nella tipografia bavarese, mi sento molto Times New Roman, pieno di serif ad indicare le mie inadeguatezze, i miei ricordi stilistici e le ridondanze che mi fanno apparire altro, pesante e gracile allo stesso tempo. Tanto che, quando pesto l’unica, enorme, cacca di cane sull’intera GoetheStrasse, mi sembra quasi di avercela messa io, quella merda, e non so dove cazzo pulirmi.

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3 risposte a The fool on the München

  1. Folle scrive:

    Lol, l’hai fatto, il report completo! 😀

  2. Goldo scrive:

    Sei un Dio coi Serif

  3. Alessandra scrive:

    è una coincidenza. la merda, intendo 😛

    bel resoconto
    bacio

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