L’Inizio della Fine

Ricordo di avere pensato le esatti parole che avrebbero poi composto la pagina dei Ringraziamenti già da diversi mesi. Direi dall’inizio di questo inverno che ora può finalmente finire. Sono parole cresciute quasi da sole, lievitate nel corso di questi anni di magre universitarie, tanto che alla fine si sono disposte come volevano loro sulla carta. E’ la cosa che mi rende più orgoglioso, quella pagina, aldilà di inutili voti e gratificazioni accademiche che durante sette anni a Ingegneria sono stati capaci di stuzzicare la mia autostima se non per pochi secondi. Poi si ripiombava sempre nell’Inutilità, nella Frustrazione e in quel senso di Impotenza subìto e cercato allo stesso tempo.
Ho messo un punto all’inizio di questo inverno, anche se dirlo ora sembra molto paraculo, e mi sono tuffato negli ultimi rigidi e freddi mesi di questa transumanza che sembrava non volesse finire mai. Mi sono ritrovato in un ufficio bianco, ho guardato la neve cadere, ho lasciato correre le derive sentimentali del mio cuore e un po’ tutto il resto, tanto che oggi, ora che mi sono fermato un attimo e che il sole è spuntato, mi viene da chiedermi che cosa mi è rimasto in mano. Un inverno durato 4 mesi, passato a comporre una tesi picassiana che spesso mi sfuggiva di mano, ad accumulare insonnie notturne faticandomi ad addormentare non prima delle 2, a cercare di trovare uno sfogo a un tappo che ribolliva in qualche serata fugace passata a perdersi nelle campagne, senza mai trovare la nota giusta, il ritmo calzante, la goccia di sudore sulla guancia che potesse far brillare un’estate “placebo” in pieno gennaio. Sopra la mia testa, in questo inverno durato molto più che quattro mesi, direi quasi sette anni, moltissimi cieli incolori: specchi dell’anima oppure calamite delle sensazioni, il principio di causa-effetto rimane a me sconosciuto e clamorosamente ambiguo. Cieli grigi ripetuti giorno dopo giorno, a soffocare un sole che forse aldilà delle nuvole splendeva lo stesso, o forse era veramente spento. Balbettando, in maniera svogliata e sofferta, sono arrivato a stampare un abbozzo di tesi, a scrivere un abbozzo di discorso e a colmare giorni pasquali di attese infinite e strette di mano anticipate. Il giorno della discussione il sole è uscito, anche se faceva ancora freddo. Il giorno della proclamazione pioveva, faceva davvero freddo nonostante fosse fine marzo. Nonostante la Primavera fosse già iniziata. Oggi il sole è tornato a riscaldare la mia pelle impallidita, tecnicamente l’Inverno è ufficialmente finito, e io non ho più voglia di maglioni pesanti e di gelate notturne, non più, almeno.

Un venerdì di inizio settembre del 2001, ero seduto nell’ultima fila dell’autobus, con il sole al tramonto che illuminava la scena alle spalle. Stavo seduto in mezzo tra l’amico di una vita e la ragazza di parte di una vita, le nostre ombre si allungavano lungo il pavimento vuoto del tram numero 9. Era appena terminata la settimana di adattamento delle nuove matricole, il lunedì successivo ci sarebbe stato il primo vero giorno di lezione, il giorno dopo sarebbero crollate le torri gemelle. Avevo ancora le sembianze (mai perse) del liceale sfigato, forse avevo già lo stesso paio di occhiali che indosso tuttora. Era troppo presto, o forse irrimediabilmente troppo tardi, per dare peso a quella specie di presentimento che la luce arancione di quel sole contribuiva ad alimentare. Ma sapevo di essere salito sull’autobus sbagliato, pur se con le persone giuste al mio fianco. Sapevo che un po’ tutti e tre non stavano sulla linea più adatta alla loro destinazione. C’è chi poi se l’è fatta propria, la linea numero 9, e ha deciso di cambiare inconsciamente destinazione adattandosi, c’è chi invece ha accettato di rimanere seduto su quell’autobus nonostante sapesse che il capolinea era sbagliato, o che sarebbe sceso giusto qualche fermata prima. O forse, che quell’autobus avrebbe continuato a girare per le vie cittadine alimentato dalla benzina più incolore sul mercato, l’Indolenza, l’Inettutidine, la Frustrazione. Ricordo spesso quella scena perchè quel presentimento che avevo si è tramutato perfettamente in realtà. Se c’è una cosa che ho imparato dopo sette anni a Ingegneria non riguarda il modo di studiare, l’importanza enorme e sottovalutata di apprendere un metodo di studio, il devastante e definitivo fascino per la vita studentesca, che si avvicina per molti aspetti al modello ideale di vita, le persone che ho incontrato e che sono diventati veri e propri “amici”, il riuscire a fare chiarezza su quello che non voglio fare da grande e che non avrei voluto fare nemmeno da piccolo, a imparare a sopportare certi doveri e non essere troppo egoisti nei confronti di chi comunque ti mantiene, a soddisfare certi desideri di chi avrebbe tanto voluto essere al tuo posto e ora, nell’autunno della sua esistenza, si ritrova una corona d’alloro sulla sua testa perchè in fondo questa laurea le appartiene molto di più che a me. La lezione più grande, e che inizio a cogliere soltanto nei primissimi momenti solitari post bagordaggine da festeggiamenti, riguarda proprio quel presentimento. Quel tipo di preveggenze che ogni tanto mi capita di provare sulla mia pelle, una voce interna che ha colto perfettamente il binario morto su cui sono incappato, o incorona di impossibilità i miei sogni. Non ho voluto ascoltare quel presentimento, e ci ho “rimesso”, tra le duemila doverose virgolette, tante quante i giorni che ho passato in un ex zuccherificio e che ora rivorrei indietro dal primo all’ultimo. Una condanna travestita da alibi, o un alibi che simulava una condanna hanno fatto corto circuito, bruciando in un giorno di fine inverno, o di inizio primavera. Nelle scintille si rivede quel presentimento, e al posto della pergamena mi è stato consegnato una pagina bianca su cui appuntare tutti gli altri presentimenti che mi verranno nei giorni a seguire, per tenerli bene in mente. Per seguirli alla lettera, la prossima volta che salirò su un autobus.

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2 risposte a L’Inizio della Fine

  1. Alessandra scrive:

    presentimenti a parte, adesso su quella pagina potrai scrivere molto altro. puoi iniziare a costruire qualcosa di gratificante e significativo per te stesso. recupera il tempo “perso” sfruttando quello che ancora non è trascorso! 😉

  2. alicesu scrive:

    Infatti. la cosa migliore è che è finita.

    Sai, io ragiono in un modo malsano: non c’è giorno in cui non pensi alla morte. Con questo pensiero preciso, prendo le mie decisioni. A volte sbagliate (sbagliatissime, eh), altre invece mi stupisco della bellezza di quello che ho attorno.
    E’ che pensiamo troppo poco alla caducità, stiamo lì, a progettare, a creare, per un domani. E magari quel domani non avviene o avviene a discapito dell’oggi e non è detto che quel progetto sia ancora valido e importante per noi.

    La cosa più importante, di tutto questo, è la parola amici tra virgolette.

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