Novembre finiva senza che ci fosse stato un giorno nebbioso, così come era accaduto per ottobre prima. In una città in cui la nebbia non offuscava soltanto la vista ma racchiudeva tra le sue gocce grigie praticamente ogni risposta ai mali della comunità, era dunque un’evenienza che turbava senza sconvolgere. Come mangiare un panettone ed accorgersi, alla terza fetta, che non contiene l’uvetta: sempre di panettone si tratta, e non esiterai a mangiarne comunque un’ulteriore quarta fetta. Ferrara continuava a mangiarsi, masticando silenziosa quella stessa fetta da ormai troppi anni, e non si accorgeva che novembre finiva e le avevano portato via anche la nebbia.

I’m the next act
waiting in the wings

Non riconosce la gente per strada. Gridano il suo nome ripetutamente, fino a quando riescono a convincerlo che le crepe sull’asfalto non sono poi così interessanti. Sulle strisce pedonali indugia, ingaggiando un balletto con l’auto ringhiante: finestrini sono abbassati e appannati, ma riesce a distinguere chiaramente l’impropero. Potrebbe starsene seduto ore di fila sul muretto di marmo, ad osservare la vestizione dell’albero, per poi andarsene quando verrà premuto l’interruttore delle luci.

I’m an animal
Trapped in your hot car

Esiste la disciplina anche nei sogni? Mentre si chiedeva se la ritualità ha un effettivo risultato sul corso degli eventi, anche quella sera prima di salire i gradini cedette a reclinare la sua testa all’indietro a guardare le stelle. Aveva smesso di farlo spontaneamente da quando era diventato miope, ovvero quando un piacere si tramutò in sforzo e per metterle a fuoco aprire gli occhi non bastava, bisognava socchiuderli, e a volte neppure così le vedeva. All’epoca pensava che la parola disciplina non dovesse venire associata alle pulsioni emotive. Per soddisfare il desiderio di fissare puntini luminosi doveva essere sufficiente reclinare la testa all’indietro, e sarebbe stata la loro luce a raggiungere i tuoi occhi. Una specie di gioco di incastri, dove qualsiasi spinta o aiuto avrebbe avuto il sapore di contaminazione. Mettersi gli occhiali per guardare le stelle sarebbe stato come "barare", violare una sorta di predestinazione.
Molte estati dopo, si sentì in colpa una sera che vide una memorabile stella cadente e gli scappò di esprimere un desiderio. Oltre al lato vergognasamente retorico della situazione, nonchè molto poco scientifico, sentiva tutta la stupidità e l’inutilità del gesto, tanto che osò esprimere solo una parte del reale desiderio. Non credeva alle stelle, non credeva a se stesso e a quello che il suo stomaco misteriosamente pronunciava, e non gli riusciva di credere alla costruzione dei sogni. Il Caso era l’unico motore di tutto, un motore ecologico che non consumava idrocarburi, e nemmeno buoni propositi. I sogni non si potevano costruire, e non c’era bisogno di scaramantici tagli di nastro alla presenza del sindaco e delle principali autorità. Perchè dunque ammiccare di fronte a una stella cadente, in un atto di dubbio gusto morale, come se volessimo ricevere una tangente dal Destino?

I am all the days
that you choose to ignore

In tempi di recessione emotiva, possiamo farci bastare 5 minuti per settimane, possiamo tenerceli in tasca e palpeggiarli con i nostri consumati polpastrelli fino a renderli perfettamente levigati, chè basterebbe una pioggia per farli scorrere via. Però non piove, passano giorni e la nostra tasca rimane secca, intatta, con i nostri 5 minuti lisci e adagiati tra le pieghe della stoffa. Ti viene in mente quando ti pugnalorono con incomprensibili parole, mentre ora il peso di quei 5 minuti nella tasca ti fanno sembrare quel coltello una carezza tra i capelli. Sa molto di contrappasso, riuscire ad afferrarlo per il manico e farsi qualche taglio sul braccio, perchè hai voglia di sanguinare anche tu. Anche tu inutilmente come colei che ti comunicò la terribile verità: "a volte possiamo farci bastare anche solo 5 minuti". Incurante del rischio di farseli bastare per una quantità di tempo approssimante al "resto della tua vita", sodalirizzi a tal punto con l’ex-aggressore da comunicarglielo e promettergli che un giorno le spiegherai tutto. Novembre finisce senza aver mantenuto ancora la promessa, ormai dimenticata da entrambi. Fino a quando arriveranno altri 5 minuti ad appesantire la tasca, a riempire il buco lasciato dalle tue dita che ci provano a non tormentare la stoffa, ma è più forte di loro, sono più forti di te e di qualsiasi disciplina, qualsiasi consapevolezza.

You are all I need
I’m in the middle of your picture
Lying in the reeds

Ragioni sempre per metafore calcistiche. Pareggi in trasferta, 0-0 in casa, 3-0 in contropiede. Ragioni forse troppo, per metafore calcistiche, chè ti viene il sospetto di trasformare tutto quanto in partite su un rettangolo verde. Hai bisogno di sentire la palla scivolare sull’erba, hai bisogno di vedere sniffare la polvere bianca che delimita l’area di rigore e distinguere quello che è possibile da ciò che invece deve ancora accadere. Hai bisogno di un arbitro per mandarlo regolarmente a cagare quando non ti fischia rigore, hai bisogno di una simulazione per reclamare la moviola in campo, hai bisogno di un cross dalla trequarti che faccia alzare il centravanti e con lui tutta la tribuna. Hai bisogno di vederli in faccia, uno per uno, la gente sugli spalti, di vedere lo scettismo dei tifosi avversari, di sentirtelo addosso marchiato come un’etichetta indelebile, e hai bisogno dello stupore eterno dei tuoi tifosi quando al terzino viene fuori un tiro dai 25 metri che fa vincere la loro squadra. Hai bisogno dell’odore degli spogliatoi, della pelle unta dagli olii del massaggiatore, e delle grida scartavetrate sulla faccia dei giocatori da un allenatore che vuole occupare tutti i centimetri del campo. Tutti quanti. Hai bisogno di una palla che rotoli, di colpirla di interno destro e di sedurla con la suola destra. Ed è per questo che fai metafore calcistiche, che ti piace nemmeno troppo segretamente perdere. Ti piace vincere solo se c’è un perchè da sventolare, magari o soprattutto se portato di nascosto dentro lo stadio, nascosto nelle mutande come fanno gli ultrà con i petardi e i fumogeni. Tu segni, e la curva si ricopre di fumo blu nonostante i tornelli all’ingresso e i biglietti nominali, e tutti a chiedersi come sia potuto accadere.

I am a moth
who just wants to share your light

Riascoltare sempre le stesse canzoni, pur conoscendole ormai a memoria, è un po’ come andare tutte le sere sempre nello stesso bar. Non è semplice paura del cambiamento, incapacità di accettare le proprie sconfitte (e quando mai avremmo combattuto, peraltro?) e disperato bisogno di appoggiarsi sopra a una spalla già bagnata dalle tue lacrime rinsecchite. C’è anche una perversione perfezionistica, nel imbucarsi ogni sera nello stesso locale, per delinerare ancora meglio un quadro perfetto (della situazione). Un’altra volta play, un altro colpo di scapello al capolavoro unico e irripetibile di noi stessi. L’egocentrismo sfrenato ci porta ogni sera allo stesso bancone, circondati dalle stesse facce color anice in cui possiamo rispecchiarci ed accorgerci quanto siamo belli, quanto siamo così noi stessi, così sicuri nei nostri pregiudizi sulle stelle, sul Caso e sul Destino. Ripetiamo gli stessi ascolti fino a svilirli, svuotiamo i soliti bicchieri fino a lasciare il segno delle nostre labbra su di essi e per farli venire via un ciclo di lavastoglia non basta. Bisogna romperli, senza ferocia ma con la pazienza e la laboriosità costruttiva di un artigiano, pazzo a tal punto da credere nella disciplina dei sogni. Paziente, sordo e cieco da passare il resto della sua vita a scolpire un tronco ancora radicato nel terreno.

I’m just an insect
trying to get out of the night
I only stick with you
because there are no others

Tutto ciò di cui ho bisogno è marrone come la terra che ho nei capelli, è risuonato come una cover. Tutto ciò di cui ho bisogno è colorato come le canzoni dei Beatles, e giallo come una palla da tennis. Tutto ciò di cui ho bisogno è inadeguato come un cd masterizzato in fretta prima di uscire al sabato sera, ed è sincero come un cd masterizzato in fretta prima di uscire al sabato sera. Tutto ciò di cui ho bisogno è conoscere gente sul treno, e di un ritardo sulla tabella di marcia. Tutto ciò di cui ho bisogno è sconosciuto come il giorno in cui accadrà, e rosso come le mie guancie. Tutto ciò di cui ho bisogno siede di fianco a me, e si chiama Impossibile.

It’s all wrong
It’s all right
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