Un gruppo di ragazzi si aggira sperduto nei dintorni del sottomura. Sono le due di notte e fermano un ragazzo con la maglia verde e gli occhi lucidi, per chiedergli indicazioni relative al loro parcheggio. Intuisco che hanno parcheggiato molto lontano da dove ci troviamo, tento di reindirizzarli sulla retta via, ci salutiamo. Non gli ho chiesto se venivano dal Concerto, ma mi sembrava abbastanza evidente: sperduti, dai volti sornoniamente stanchi ma appagati. Mi piace immaginarli euforici, all’uscita da Piazza Castello trasportati dall’entusiasmo hanno iniziato a camminare in tutte le direzioni, là dove macchine o navicelle spaziali non possono arrivare. Hanno scelto di vagare senza curarsi di stare percorrendo la strada giusta per il parcheggio, senza fare caso alla notte che incalzava, e a quei pensieri disturbanti tipo  "domani mattina bisogna alzarsi presto, e dobbiamo ritornare a lavorare laggiù, in città". Folli bambini che scoprono la luce e si perdono ad inseguirla.

Ho assistito al concerto degli Arcade Fire qui nella mia città (andare al concerto di uno dei tuoi gruppi in bicicletta è quasi irriverente), e all’uscita mi sentivo come una persona che non ha più bisogno di niente, perchè ha appena avuto tutto. Solo riottenerlo, avrebbe avuto un senso, ed infatti l’euforia mi avrebbe tradito presto con la voglia di ripartire da capo, da Keep the car running, da quell’HE! liberatorio di No Cars Go. "Ancora", sibilavo insaziabile, ma non si può essere parsimoniosi con chi, sul palco, ti chiede di donare tutto te stesso (mani, gambe, stomaco, cuore e mente) perchè se lo può permettere. Questi canadesi che lanciano in aria tamburelli e indossano camicie al neon, possono permettersi di strapparti da te stesso e consegnarti a loro, perchè sul palco fanno altrettanto. Rapiscono, ladri gentili e feroci, e li rapiamo. Una cascata di suoni e canzoni strabocca dalle pagine di una bibbia aperta dal vento e dalle ferite del tempo che non si rimarginano, ma sanguinano dolciastre.
Le luci sul palco non mi sono mai sembrate così essenziali e fondamentali, per illuminare i volti e i mille strumenti sul palco (sono tanti, e li suonano tutti a turno, frenesia e caos incanalati magistralmente), e prima ancora che sentiti, gli Arcade Fire li ho visti. Li ho impressi nei miei occhi saturi di luce bianca, che scuotevano i miei timpani e i miei piedi facendomi saltare come un bambino impazzito. Un concerto fatto di picchi continui, una catena montuosa con cime appuntite e altre più maestose (su Rebellion ho saltato ma anche chiuso gli occhi) o mistiche (Intervention, meriterebbe un grazie solo lei), colline dal crinale dolce e ombroso (Ocean of Noise, My Body is a Cage) che si affaccia poi verticale e spaurito sugli schizzi di una grande onda nera nel mezzo del mare.
Mi sono girato ad un certo punto a guardare chi mi stava vicino, i miei compagni di una serata sigillo della mia estate (e di un pò tutto quanto, ma sì cazzo), per potermi ricordare un giorno di questi momenti e di chi era con me, un pò come quando si vince un mondiale. Avrei iniziato ad abbracciarli tutti, uno per uno, perchè finalmente avevo la chiave del mio corpo in mano e potevo liberarlo, scaricando su di loro, l’elaborazione fisica (prima ancora che mentale) di quelle canzoni. C’è chi ben spiega cosa ha musicalmente rappresentato il concerto di ieri sera: io invece non ci riesco e soprattutto non lo voglio fare, perchè è stato qualcosa che va aldilà della musica, riuscendone tuttavia a incarnare lo spirito essenziale. Gli Arcade Fire sono stati i sorrisi appagati di tutti coloro che battevano le mani in Piazza Castello, il volto sudato e compresso in una smorfia quasi dolorosa di Win Butler alla fine, quando mi è sembrato che smettesse di essere cantante e diventasse come noi, intento a rapire, assimilare e fare proprio quello che, sotto le spoglie di un coro molto anthemico, era il respiro di una sana, lucida, irrequieta felicità.
Onnivori canadesi ci hanno portato alla Liberazione, armati di organo e di musica barocca e sfacciata di essere tale. Ci hanno consegnato canzoni che assomigliano ad enormi pozzanghere dopo torrenziali piogge, in cui si cade e ci si rialza zuppi di fango ovunque e si finisce per inzozzare tutto quanto; che non consegnano nessuna risposta ma anzi rendono ancora più grandi le sofferenze e le gioie, amplificano le paure e le sconfitte e il dolore. Dandoti, in una ventilata serata di metà luglio, tutto ciò di cui hai bisogno.

Arcade Fire – 11/07/07 – Piazza Castello (Ferrara)
Setlist:

Keep the car running
No cars go
Haiti
Neighbourhood #2 (Laika)
Black Mirror
Black Wave/Bad Vibrations
Neon Bible
Intervention
(Antichrist Television Blues)
Ocean of noise
Neighbourhood #1 (Tunnels)
The Well and the lighthouse
Neighbourhood #3 (Power Out)
Rebellion (Lies)

My body is a cage
Wake up

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6 risposte a

  1. cidindon scrive:

    Bellissimo post. Grazie per la scaletta, non ricordavo tutti i brani. (ps.: anche io mi sono un pò perso, ma poi “ritrovato”, nelle viuzze della citta’, fischiettando “EH!”…)

  2. manuconta scrive:

    avrei scritto le stesse cose, sapendo di non esserci, perchè intuivo che sarebbe andata così.

  3. attimo scrive:

    Loro sono una garanzia.

    Mi sono ritrovato a passare avanti e indietro di fronte a piazza castello vuota, piena di cartacce, mentre smontavano il palco, sperando che riapparissero…

  4. Ale_87 scrive:

    …dopo quest post…e-mule mi aspetta…

  5. gospelandmore scrive:

    Che bello il tuo post. Mi hai trasmesso l’adrenalina e l’energia che non sempre si prova ad un concerto, è chi sta sul palco che deve far partire un punto di contatto con il pubblico che lo deve cogliere e far rimbalzare ai performers. Mi piacerebbe vedere gli Arcade Fire. Se ti interessa, dal mio blog puoi linkarti a Bradley’s Almanac, un blog americano nteressantissimo, incentrato sulla scena musicale di Boston e non solo….dove Bradley ha dedicato ampio spazio a qs canadesi, è in inglese, ma non credo che tu abbia problemi a ritrovarti 😉

    Mi mancano le emozioni dei concerti, qs è un periodo di “pausa forzata”. Mi diverto però a cantare gospel nel frattempo. Ripasserò ciao!

  6. attimo scrive:

    Esatto, hai detto bene. E loro più che mandare un punto, hanno mandato un enorme pallone (passami il paragone…) e noi l’abbiamo fatto rimbalzare tra di noi. Grazie per il consiglio!

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