Domenica mattina mi ero svegliato con il sapore dell’estate in bocca. Poche ore prima mi ritrovavo da solo in bici lungo il sottomura, a ondeggiare per la strada urlando sommessamente qualche canzone dei Verdena, non ricordo nemmeno quali. Stavo uscendo dalla notte bianca ferrarese, appuntando sulla mia divisa estiva la seconda stelletta. Ogni stelletta rappresenta un "momento estivo per definizione", non per forza eclatante ma che ti faccia rendere conto che ti ritrovi nella stagione migliore dell’anno: esagerata, sfacciata, sincera, puttana, malinconica, inutile, speranzosa, attiva, pigra, bugiarda, come solo l’estate sa essere. Il primo era stato, banalmente, sedersi sugli scalini del Duomo, il mercoledì sera prima. Il secondo è stato appunto sabato scorso: piccoli contorsionismi personali sulle note verdeniane prima, quei giri a zonzo così fuorvianti poi, conditi da battute sguaiate e sottintesi.
Quindi a fine serata mi bevevo questo calice estivo, sentendomi come vorrei sempre sentirmi, a disegnare zig zag sull’asfalto cantando senza vergogna "canzoni da suicidio" (cit.). Il sapore domenica mattina è rimasto anche dopo essermi lavato i denti, e sono arrivato così al momento fatidico della Partenza, da spettatore quando invece dovevo (dovrei, devo) essere molto più che una comparsa, e molto meno che attore protagonista. Ma mi è bastato impossessarmi della macchina fotografica prima, e del volante poi (quest’ultimo, gesto che poi mi costerà assai caro) per scrollarmi di dosso la patina notturna e salire sul rafting di Ferrara-Nordkapp. Ho fatto un’altra cosa che mi piace dannatamente fare, con quali risultati non ha importanza: scendere in un torrente per fotografare dall’angolazione perfetta i ciclisti di passaggio, appostarmi su un paracarro di un tornante mentre a pochi cm mi sfrecciano camion incuranti per cogliere il colpo di pedale, spalmarmi sull’erba per immortalare la fatica e la soddisfazione (pari sono, per i ciclisti) di chi sta andando a Capo Nord. Mentre ero sopra un cavalcavia in Cadore, durante i dieci canonici minuti di attesa del passaggio dei ciclisti, sfidavo il fracasso del traffico urlando di nuovo, mi pare Regina Spektor questa volta. Urlando senza essere sentito su questo cavalcavia del Cadore, il vento che mi spettinava e io che urlavo più forte, perchè nessuno mi sentiva. Ero di nuovo coinvolto, assimilato dal viaggio, ogni minuto un km diverso, a fare un’altra cosa che mi piace particolarmente: saltare da un cm di terra all’altro, e fermarsi solo per dormire, mangiare, ringraziare, rubare qualcosa. O appuntare tutto quanto su un foglio di carta, per prendersi dannatamente sul serio. Ad un certo punto viene anche a piovere, mi tocca fare la spola tra Cortina e un bar a 5 km da Cortina dove Simone e Marco si sono rifugiati causa fulmini e ruota bucata. E mi ritrovo in macchina, sotto la pioggia, a Cortina, a cantare di nuovo, Intervention (questa me la ricordo bene, mi ha fatto un certo effetto pompare gli Arcade Fire a Cortina sotto la pioggia, unire due cose che non c’entrano nulla tra loro) senza che nessuno mi senta, e mi veda perchè il vetro rigato dalla pioggia mi protegge, mi nasconde, mi fortifica.
Al confine le strade si dividono, io posso assaggiare un solo pezzettino di Austria, 40 km e un’insegna del McDonald’s in tedesco che segna il mio ultimo pasto con quelli di Nordkapp. Giro la macchina e rientro presto in Italia, senza più una macchina fotografica in mano, senza più la solitudine per poter cantare pezzi di anima e di stomaco. Ripercorro a ritroso la strada già mitica delle tappe di questi giorni italici, sono triste come solo i rimpianti sanno essere, e sento inevitabile che riprendo le mie abituali spoglie. Quei tornanti teatro dei miei proclami sentimentali, a ripensarci ora, sono pallidi tentativi di negare l’evidenza. Stai tornando a casa, e spararle grosse non cambierà la realtà delle cose: che stai tornando a casa, che tutto ritorna come prima, immutabile.
O quasi, ovviamente. Serve un aggiustamento, una tacca che ti faccia ricordare per sempre questa tre giorni on the road, che renda quel naso davanti allo specchio un pelino più storto per te, ma sempre dritto per gli altri. Un secondo basta per sfregiare una fiancata di un’auto, per buttare all’aria una sceneggiatura di un’estate che non sarà come avevi preventivato, forse non sarà proprio niente di niente (e per questo potrebbe essere tutto, tra l’altro). Un secondo è sufficiente per un colpo di scena che rimette in gioco tutto, facendoti perdere molto. Un secondo basta per darti una sonora lezione, ma io la definirei più "accanimento terapeutico".
Beh, mi spiace tanto per te Destino, ma non sono ancora guarito.

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2 risposte a

  1. utente anonimo scrive:

    un colpo di scena ti ha forse messo fuori gioco…forse un altro ti aiuterà a tornarci dentro. insomma, capisco il tuo disappunto per questo accanimento e per quel mare Artico che pare allontanarsi sempre di più, ma non è detta l’ultima. una cosa per volta.

    ale

  2. ma.L.ice scrive:

    Sul mobiletto dei trucchi accanto allo specchio c’è sempre posto.

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