Ho un’agendina su cui annoto brandelli di eventuali post, dato che ormai da 4 anni molto spesso mi capita di ragionare come se dovessi riempire un blog: ovvero, far scorrere in avanti di uno la posizione sul calendario, sul contatore dei post pubblicati. Sul numero di commenti, forse.
Non li ho mai scritti veramente perchè non avevano uno straccio di ispirazione che li sorreggesse. Erano fiati di anima soffiati davanti all’ufficio postale, durante un’attesa. O sollecitazioni elaborate mentre si sbirciava lo sguardo obliquo di una ragazza.
Ho pensato: se invece di abortirli, li avessi lasciato una possibilità di esistere, che cosa sarebbe potuto essere? Per loro, prima di tutto, e per me. Dove sta la soglia di pubblicazione? Che cosa merita di prendere voce, e cosa invece di venire dimenticato su un’ingiallita pagina di un’agendina? (Lo so, mi sto fossilizzando sempre sui soliti "argomenti", sarà il caldo. Il caldo è arrivato da un giorno ed è già stato incolpato di praticamente tutto).
Alcuni le chiamano "occasioni perse", ma in realtà non ci ho mai molto creduto, e più che rimpiangerne la mancata stesura, mi cruccio di tutto il tempo che passa tra una parola scritta e il silenzio. Le caselle vuote del calendario sono falsi alibi, menzogne di una realtà che si finge desolata ma invece è desolante. Sottile differenza: non è morta ma respira, e il respiro lo sento, e decido io quando è il momento di non ascoltare.
E’ un periodo dove l’università mi prende in ostaggio (è abbastanza palese, ormai) lasciando una copia perfetta di me stesso ad agire sulla scena sociale. Non che mi stia ammazzando di studio, ma è un’ossessione che mi tiene occupata la mente. Praticamente ogni mia battuta commiseratoria riguarda l’università. Snervante, già. Pur se non metto piede da settimane in facoltà è come se fossi sempre là dentro, in un modo o nell’altro: la mia famosa gabbia dorata. Ho ripensato alle obiezioni di due post fa, all’immane spinta a sbrigare la faccenda definitivamente nel modo più rapido e indolore possibile. Il luccicchio della contropartita dovrebbe essere sufficiente per abbagliarmi e inchiodarmi alla sedia e passare questi benedetti esami, ma ahimè riesco perfettamente a riconoscere quando sto sparando un’immane cazzata, e questo è uno di quei momenti. E’ molto probabile che questa contropartita non mi interessi così come vado spacciando, e qui si svelerebbe l’arcano. Tra l’altro, non posso pensare seriamente alla Contropartita fino a quando non avrò spezzato il lucchetto. Ma non posso nemmeno pensare seriamente a una cosa che, ancora, non esiste.
Non sarà mica che non muoio certo dalla voglia di perdere la possibilità di tenere i piedi fuori dal finestrino alle 4 del pomeriggio?

Momento Baci Perugina -> Una citazione di Oscar Wilde fa più o meno così: "Non è felice chi ha quello che desidera, ma chi desidera quello che ha". Chi ha un desiderio, invece?

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3 risposte a

  1. PennyL scrive:

    Anch’io lo faccio!! Io però annoto questi pensieri sul cellulare per poi scaricarli sul word col cavetto delle orribili foto. Da qui, i post sconclusionati che sono addizioni di pensieri e sensazioni immortalate duante la gornata. C’è una canzone di De Gregori che dice “vedo cadere questa stella e non lo so cosa desiderare”. Ecco.

  2. attimo scrive:

    Questo cavetto è diabolico, estrapola tutto quello che verrebbe altrimenti insabbiato 😛

    (immagine perfetta, chè la stella a volte la vedo pure io).

  3. CinemaSuperga scrive:

    ci piacciono molto, i blog quotidiniani a diario.

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