Nemmeno questa sera ho assaggiato le merendine spin-off dei Pan di Stelle. Le ho comprate alle 21.28 di qualche sera fa, 2 minuti prima che la Coop serrasse le fila. Alla cassa ero in coda dietro a un signore di mezza età che si era procurato una porzione di un pò di tutto. Primo piatto pronto, secondo piatto pronto, una bottiglietta 50 cl di bibita, una birretta, fetta di torta pronta, un’insalata pronta, un frutto pronto. Confesso di non aver afferrato subito la barretta metallica che serve a tracciare i confini delle nostre vite sul nastro trasportatore della cassa. Poi ci ha pensato la cassiera, a ripianare la comune dimenticanza.
Le file del supermercato erano vuote, tranne qualche sporadico caso di ritardatario uscito dall’ufficio o, chissà, uscito appositamente di casa dieci minuti prima della chiusura, per vedere l’effetto che fa. Osservavo sorridendo chi indugiava (scommetto volontariamente, per poi essere portata via a forza dalla sicurezza) su quale acquisto effettuare. Una concentrazione sul filo di lana, sapeva molto di irreversibilità, di resa dei conti: quel branzino sarà mio, o stasera, o mai più.
Curioso parlare di centri commerciali proprio mentre leggo questa metafora (mi piace pensare che lo sia) di Scralco (scrive così raramente che ogni post va linkato, a priori, come se fosse una meteora). Prevedibile pensare che quella metafora si riferisca a quello che sto più o meno pensando io, in questa primavera vorace, seppure credo di prenderla molto più larga di lui, la faccenda.

Sono giorni in cui intravedo, praticamente ovunque, definizioni perfette da appiccicare come post-it al bianco frigorifero. Ne sento l’urgenza, prima che sfuggano via, come puntualmente accade. Il sudore della mia fronte viene assorbito dal metallo del manubrio della mia bici, la penna non scrive sulla gazzetta mentre imbocchi piazza ariostea e nel frattempo fai uno squillo col cellulare. Sono definizioni estemporanee che non riesco a divulgare, inafferabili. Ora sto provando a scriverle direttamente, così in mutande, che fa molto tropical-chic stare seduto mezzo nudo davanti al portatile.

Domenica pomeriggio. Ho due chele di granchio al posto delle braccia. Domenica mattina. Infilo la Porrettana proprio ai piedi del Sasso di Marconi, pedalo in direzione di paesi che profumano di grigliate e di erba tagliata. Marzabotto, Vergato, Cereglio, Tolè, Pian di Venola sono cartelli stradali radiosi, ambigui ammiccano alle mie ambizioni ciclistiche mal supportate da un fiato corto e da gambe legnose. Sono trofei golosi. Negli 11 km di salita sulla tortuosa stradina che segue sinuosa la collina (notare che i ciclisti si sbrodolano tra di loro con dettagli precisi sul percorso, l’andatura, i rapporti… si gode proprio fisicamente a scambiarsi tutti questi dati, ci si sente un pizzico pervertiti e drogati) non è passata una sola auto, e se è passata non me ne sono accorto perchè i miei occhi erano imbevuti di sudore, le mie orecchie assordate dall’eco del mio fiatone. Si diventa per forza epici, a raccontare della prima salita della stagione, fatta senza adeguato allenamento si tramuta in vergognose imprecazioni ad alta voce, mentre con gli occhi decidi di fissare solamente i tuoi piedi, la linea bianca a bordo strada, senza alzare mai lo sguardo. Per nessuna ragione al mondo. Non c’era anima viva lungo quella salita, domenica mattina, ero solo a ingiuriare contro un’inerme collina la cui colpa era unicamente di essere troppo verticale. L’ho odiata, ho odiato me stesso perchè non ero capace di soffrire di meno, ho odiato quel sole che picchiava come un fabbro sulle mie braccia scoperte. La solitudine della mente e del corpo, solo sui colli bolognesi in sella ad una bici, non c’era nessuno attorno che quasi ti veniva paura. Un contatto così diretto, franco, primordiale, che non riuscirai mai ad avere con un essere umano, e se ci riuscissi, non ti basterebbe sposarti. Ho avuto la tentazione di mettere i piedi per terra, a pochi chilometri dalla discesa, ma mi sono ricordato della televisione che si sentiva rimbombare nelle case mansuete, del tipo che superandomi è riuscito persino a dirmi "ciao" nonostante la fatica, della borraccia divorata. Non ho tradito la collina, non potevo.
Sabato notte. Mancato il concerto dei Bloc Party (e giovedì quello degli I’m from Barcelona) mi ritrovo "castrato" nella bolgia dell’Estragon. Inconcepibile essere circondato da casse pulsanti e non fiondarsi in mezzo alla "pista" e saltare e mostrarsi ridicoli pupazzi animati. Dovrebbe essere un dovere morale (segnatevela e rinfacciatemela quando mi vedrete appoggiato al muro).
Sabato pome: premiare mostra. Lunedì mattina: smontare mostra. Lunedì pomeriggio: rimontare mostra.
E poi ancora, venerdì pomeriggio: discutere di futuro a Venezia. Sempre: accumulare 14 (per ora) giorni di ritardo sulla tabella di marcia dello studio. Lunedì sera: confessare che la tabella in realtà non esiste, ma era bello crederci. Trovare fastidioso questo spezzatino. Ritrovarsi parecchio (per motivi miei) in questo dubbio di kay. Decidere di scriverne un’altra volta. Guardare Lost.

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5 risposte a

  1. utente anonimo scrive:

    Ecco.

    Prima il post di Kay, poi il tuo.

    Oggi mi fate piangere.

  2. utente anonimo scrive:

    non so se sia la primavera, il sole, il caldo, insomma, tutto questo verdeggiare che mi attira così tanto verso la vita per poi accorgermi che non sono capace…ma questo discorso sull’incapacità lo abbiamo già fatto. resta che capisco te, capisco scralco e capisco kay…e vorrei non capirvi, perchè vorrebbe dire che finalmente “ne sono fuori”. però, insomma, fa parte di me. andiamo ancora avanti.

    ti abbraccio, ale

  3. utente anonimo scrive:

    E’ incredibile come le stesse giornate vissute e raccontate da 2 persone diverse sembra appartengano a vite distantissime.. eppure….

    adoro il tuo flusso di coscienza. 😉

    un bacione

    Littlewitch

  4. utente anonimo scrive:

    scrivi bene, segno che hai la testa che funziona bene.

    Lo sforzo sulla collina è una sensazione che a parole non risalta.

    Io le affronto con la moto, non c’è il rapporto rispettoso con la collina, ma è più una sorta di sesso violento, io salgo rabbioso, e la colpa la posso dare alla curva troppo stretta e a quel burrone troppo vicino alla strada.

    Sensazioni diverse, ma accomunate da quel luogo perfetto che è l’apennino bolognese.

    E poi conosco Scralco di persona, altra sfortuna in comune

  5. attimo scrive:

    In bici forse è un coito prolungato. Oppure lunghissimi preliminari fatti di sguardi prima, poi ammiccamenti e infine poderosi stritolamenti. In cima, l’orgasmo.
    Ogni persona ha lo Scralco che si merita 😉

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