Il mio dilatare nello spazio e nel tempo il raggiungimento della laurea mi porta ad essere "ancora" studente all’età di 24 anni. Nella mia vita ho lavorato solo per 3 mesi, e per lavoro non intendo qualche progetto web o grafico partorito rimanendo comodamente seduti in camera sorseggiando cocacola, come mi è saltuariamente capitato nell’ultimo anno, ma un vero lavoro con un contratto, un capo, un orario imposto dall’alto cui devi sottostare, il parcheggio difficile da trovare, la partenza anticipata per raggiungere prima della sirena il luogo di lavoro dove ad attenderti ci stanno colleghi antipatici cui rovescieresti volentieri un pentolone di olio bollente in testa (si fa per scherzare, anzi apprezzo particolarmente la bonaria ironia con cui mi rimproveravano o sbeffeggiavano per tutta la durata del turno). Non ho ancora conosciuto appieno quindi la dimensione lavorativa, e rimango bene infossato tra le comode e rassicuranti braccia della vita da studente (peraltro mantenuto ancora dai genitori, ma il tempo sta per scadere), che ha un enorme vantaggio rispetto a tutte le altre: il Tempo (il vero Petrolio del 2000), lo puoi gestire in proprio. Dalle lezioni allo studio, se uno ha una coscienza appena appena un pò debole, ci può infilare dentro di tutto. Anche il lavoro, per dire. Impagabile è il lusso, proprio nel mentre di un paragrafo sulle prestazioni del protocollo 802.11, di potersi alzare di scatto e, senza averlo terminato, andarsene in balcone a grattarsi la pancia, oppure uscire e tuffarsi in un prato. Penso che questa libertà valga più di qualsiasi stipendio miliardario, qualsiasi gratificazione per un progetto concluso, qualsiasi villino comprato sul Gargano. Riconosco che si tratta di un discorso completamente immaturo (cosa aspettarsi da me, del resto), ma è la doverosa premessa per passare ad un’altra considerazione, diretta conseguenza del Limbo in cui sonnecchio da 18 anni di studio. Non ho alcuna aspirazione lavorativa, nè vedo il lavoro come obiettivo di vita, ed è un problema in un mondo in cui si vive per lavorare, e si lavora per racimolare denaro, l’unica linfa vitale per sopravvivere. Dal cibo ai sogni, tutto poggia su un consistente mucchio di banconote, vi sfido a provare il contrario. Qualsiasi cosa costa, dalle sneaker Adidas a quel concerto che non possiamo proprio perdere, dal viaggio meditativo in Bolivia al corso di ElettroFunkyKickSpinning, ed è necessario consegnare le nostre vite a un posto di lavoro cui affidiamo in ostaggio la maggior parte delle nostre giornate. Rasento l’ovvio, ma a scatenare tutto è stato questo post di Forma Mentis. Molti fanno lavori unicamente per "sopravvivere", in cui consegnano mente e corpo per tot ore sottoscritte da un contratto. Dall’impiegato in ufficio al cameriere al bar, c’è tutto un sottobosco di Terziario dove la produzione e lo scopo del lavoro non ci interessa, non ci appartiene, e diventiamo unicamente ciechi ingranaggi, senza alcuna reale consapevolezza di cosa si sta facendo. Lo si fa e basta, perchè ingranaggi più grossi di noi ci obbligano a ruotare in quella direzione. I nuovi schiavi non si trovano nei campi di cotone ma nel Terziario, il congelatore di vite cui succhia tempo per permettere di continuare ad alimentare questo circolo vizioso di vita "non vita". Fa molto Tyler Durdeen, un discorso così. Già mi immagino ai colloqui di lavoro in cui mi diranno di ripassare tra MAI (citazione da Santa Maradona) e io mi mostrerò esteriormente triste ma non appena uscito dall’azienza che mi ha rifiutato, inizierò ad esultare felice di essere ancora disoccupato. Pronto a godermi il mio Tempo, fino a morire di fame sotto un ponte, bagnato dagli schizzi di fango del Cayenne che sfreccia accanto al mio cadavere.

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18 risposte a

  1. Ale_87 scrive:

    che ci vuoi fare?

    non so se dirti che, del resto, è la vita o se, invece, dirti che l’errore lo stai facendo tu. e non so se dirti l’una o l’altra cosa perchè non ho la soluzione al problema. che novità. insomma, se penso a qualche parere illustre di qualche illustre sociologo, mi viene da dirti che, fondamentalmente, tu non centri, che la “colpa” è della società moderna: è la società dell’incertezza, dove il mercato del lavoro è fluido e le opportunità non sono definite. dove il lavoro precario è l’unica scelta che hai e dove non puoi aspettarti stabilità economica. Bauman dice che l’identità degli individui moderni è come un puzzle: devi comporre tutti i pezzi, ma non sai quale sia l’immagine finale di riferimento e, quindi, non sai se i pezzi che hai a disposizione sono utili allo scopo perchè, del resto, non ti è dato sapere qual è lo scopo. è tutto un punto di domanda. non sai come, ma soprattutto non sai cosa. il lavoro identifica l’uomo, ma oggi lavorare è difficile, perchè, sostanzialmente, non si sa che lavoro fare. quello che conosci, che apprendi è costantemente messo sotto torchio dal paricolo dell’obsolescenza e, indistintamente, tutti rischiano di essere dimenticati. è la società dell’anomia, della solitudine, delle scelte che non si concludono mai. società del rischio, dice Beck. quindi, no, non sei tu. è la vita. la vita oggi. ci sarebbe da rassegnarsi, mi dico…e poi, proprio questo pensiero mi fa dire che no, non ci possiamo rassegnare, che non può essere e non deve essere necessariamente così. che c’è un posto per tutti. però, insomma, non so aiutarti, ma solo capirti.

    e tutte queste parole che ho scritto…non è perchè sono diventata saggia tutto d’un tratto, ma è perchè qualcosa sto studiando, visto che siamo in tema di università…o almeno ci provo.

    bacio, ale

  2. utente anonimo scrive:

    va così………… le persone valgono per quello che hanno dentro, non importa che lavoro fanno o se ne fanno uno. anche il lavapiatti va bene se puoi goderti la vita e riempirti ogni giorno gli occhi di cose nuove e incredibili

  3. utente anonimo scrive:

    il commento anonimo è mio, non mi ero firmata. littlewitch

  4. attimo scrive:

    Ale, dire che ci provi mi pare riduttivo, visto le citazioni che hai snocciolato 🙂 L’immagine di Bauman che citi mi piace, è molto esemplificativa oltre che azzeccata. E’ colpa della società moderna, soprattutto, del meccanismo che fa andare avanti questa società che la ingessa. Francesca, è esattamente quello il mio scopo, riempirmi gli occhi, e sì, ci si può riuscire anche davanti alla schiuma del detersivo, epperò in quel caso ci vuole un enorme sforzo di fantasia :-p

  5. Minerva84 scrive:

    Io sono pienamente d’accordo sul fatto che il tempo sia il petrolio del 2000. Quello che mi auguro per il mio domani è di trovare un lavoro flessibile a sufficenza da poterlo gestire con i tempi più simili possibili ai miei. O di guadagnare così tanto da potermi permettere tutte quelle cose che ti fanno risparmiare tempo e che quindi ti permettono di gestire come ti pare il disavanzo. Ma sarà dura…

  6. Ale_87 scrive:

    anche secondo me il tempo è il petrolio del 2000…il problema è che, fondamentalmente, è un tempo che non ci appartiene. non possiamo pensare di utilizzare flessibilmente il nostro tempo e, allo stesso tempo, di vivere bene. la verità è che il tempo, oggi, è del consumo, del capitalismo. il fatto che attualmente le forme di occupazione siano flessibili non è un bene, perchè genera una precarietà quasi totale, che non riguarda soltanto l’aspetto economico, ma anche il nostro posto nel mondo. avere un lavoro flessibile non permetterà di gestire il tempo secondo i propri bisogni, perchè quel tempo sarà gestito dal mercato del lavoro per i bisogni dell’economia. non voglio sembrare estremista…e non dico che sia tutto marcio. sottolineo soltanto che oggi la nostra libertà è solo apparente. nessuno è fuori dal giro del capitalismo. la tradizione viene progressivamente sostituita dalle istituzioni, tanto che la nostra vita si articola in base alle esigenze di queste ultime e non in base alle nostre. il potere dell’uomo di creare e modellare è, a mio avviso, molto ridotto. il punto è: o ci stai o non ci stai. se ci stai decidi di seguire il mondo e guadagni tanti soldi; se non ci stai resti indietro, solo e squattrinato, alla ricerca perenne di una soluzione. è una società difficile, giudicante, materialista, cinica e, soprattutto, estremamente razionale. abbiamo imparato troppo bene ad essere “reali” nel considerare le situazioni e abbiamo forse dimenticato il valore del sentimento intimo e commosso riguardo alla vita. è un mondo laico, che si lascia alle spalle Dio e i valori esemplari del passato. siamo troppo avanti e corriamo troppo in fretta. non vediamo niente intorno. rinunciamo a quello che amiamo e seguiamo la logica del guadagno. non c’è idealismo, ma soltanto manifestazione violenta di localismo: estremismi politici e religiosi…penso che il nostro sia il tempo del conflitto sociale taciuto e perpetuo. e non si tratta di intimismo, ma di diffidenza verso tutto e tutti. e ci facciamo del male, smettendo di comunicare, evitando di guardarci negli occhi, evitando l’amore almeno quando vorremmo evitare la morte. le relazioni sono instabili perchè le identità sono instabili. perchè amare per sempre significa attivare un freno e precludersi qualcos’altro: significa vedere gli altri che scorazzano lontano, mentre noi restiamo a guardare, cullati dall’effimero abbraccio di una persona che vorrebbe solo amarci, se mai la si trovi.

  7. Alicesue scrive:

    lavorare tutti e lavorare meno.

    Il futuro è part time. Pagato come full time…

    chissà se lo capiremo mai.

  8. Ale_87 scrive:

    certo, ma saranno tutte forme di sottoccupazione…e cmq part time pagato come full time non credo proprio. se lavorano tutti poco, ma vengono pagati tutti molto, lo stato dove li prende i soldi per gli stipendi? dalle tasse? e, come vedi, siamo punto e a capo.

  9. utente anonimo scrive:

    Ale, la fiorente economia giapponese su quello si basa…

  10. Alicesue scrive:

    ma perchè dici stato? sono aziende private….

  11. attimo scrive:

    Stato o aziende private, il problema rimane: chi caccia li soldi?

  12. utente anonimo scrive:

    Cayenne? Cadavere? Mioddio un po’ di ottimismo.

    Lucea

  13. Ale_87 scrive:

    se vogliamo parlare della fiorente economia cinese allora è il caso di aprire un blog apposito…ci sarebbe tanto da dire. la Cina è l’esempio più eclatante di paese sviluppato che associa agli straordinari frutti della modernità anche la terribile miseria che ne deriva. sai che 16 delle 20 città più inquinate al mondo sono cinesi? in cina le condizioni lavorative sono molto differenti dalle nostre: i diritti dei lavorati sono minimi e gli stipendi bassi.

    probabilmente il futuro è proprio quello, ma sarà un futuro pessimo. lavorare tutti e poco…certo…ma alle condizioni deprimenti che impone il capitalismo. si sta delineando un nuovo concetto di lavoro e, volere o volare, dovremmo abituarci, con tutte le conseguenze che comporta.

    e poi, concordo con attimo, stato o aziende private, chi li caccia i soldi?

  14. attimo scrive:

    (dal basso delle mie conoscenze economiche, dico che il Capitalismo è un enorme vicolo cieco. potrebbe durare ancora per millenni, non so, ma è cieco)

  15. utente anonimo scrive:

    penso anch’io che sia cieco…

    bacio

  16. lucenellarete scrive:

    Senza offesa nei tuoi riguardi. Io mi sono sentito adulto e responsabile a 25 anni, cioè quando ho buttato via i libri per lasciare la famiglia, trasferirmi e trovarmi un buon lavoro.

    Ciao, Paolo

    http://www.lucenellarete.net

    http://myfoxblog.blogspot.com/

  17. attimo scrive:

    Infatti non mi sento a mio agio con la coscienza. Penso che trasparisse il senso di incompatibilità che provo tra me stesso e buona parte di questa società. Se non traspare, lo dico ora. Essere adulti, volendo trovare una sintesi, penso sia “scegliere”.

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