I tavoli della biblioteca in agosto sono vuoti come le strade del centro alle 4 del mattino. Si sente il residuo di chi c’era e di chi a breve ci sarà, e ritornerà di nuovo a fissare i passanti di turno. In biblioteca non ci si va per studiare, ovviamente, ma per alzare automaticamente lo sguardo e inquadrare qualsiasi cosa animata transiti davanti al tavolo. Fotocellule sensibili alle onde elettromagnetiche trasportate da umanoidi che devono ahiloro evitare di sostare ma procedere passo spedito, pena una completa passata al metal detector visivo. E inevitabile la promessa di essere diverso dagli altri viene sbugiardata, e pure io involontariamente finisco per non studiare ma per alzare il capo e scrutare, come il rullo di una cassa al supermercato. I tavoli vuoti della biblioteca sono la premessa di un autunno. Io non ce la faccio a studiare in biblioteca, i libri invece di infondermi saggezza mi inibiscono. Non posso stare in un posto dove non è previsto schiamazzare, e poi ci si distrare troppo. Oggi in biblioteca sono passato e nessuna fotocellula mi ha scannerizzato. L’estate mi ha lasciato un’altra bugia a cui ho voluto credere. Che non sia ancora finita.

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