"Io esco a fumare una sigaretta", mi dice mentre sto firmando il foglio delle presenze. Non faccio eccezione e rispondo trasognato, pure questa volta. Non ho la minima idea di cosa le dirò, ed anche questa è una regola che si conferma. Esco comunque, e mi ritrovo a fare la parte del terzo incomodo tra lei e la sigaretta accesa. Il rumore del traffico che ci sfreccia vicino è l’unico suono ventricolare che riesco ad emettere, ma noto che non si rende conto delle mie capacità cabarettistiche. Urge cambiare marionetta, infilo la mano dentro il mio pupazzo e replico ai suoi discorsi cortesi e gentili. Indossa un maglione caffelatte, una specie di rete con le maglie sufficientemente strette per accogliere la mia curiosità, sfortunatamente non sono in grado di trovare la trappola che da qualche parte deve avere pur teso. Ha un viso rassomigliante a un’icona del mio passato, arrivo persino a pensare che ne sia l’incarnazione. Meno bella di quegli anni fulgidi, però, un pochino sciupata e priva della malizia allora decisiva. E’ evidente che cerca di mettersi sul mio piano, mi vuole concedere una seconda occasione, quando io all’epoca di occasioni ne rilasciai a profusione, spalancando mente e cuore per lasciarci entrare solo l’eco delle sue risate. Strategicamente puntiamo su sterotipi fidati, come giocare a carte scoperte: guarda, ora io metto giù la bocca impastata, e tu rispondi con la femminile voce che si incrina ogni tanto, alla fine di parole piene di vocali le tue (corde) vocali vibrano leggermente scuotendo le fondamenta della mia indifferenza. Il traffico e i clacson non mi distraggono più, tutto preso come sono, ormai, dai suoi clamorosi dettagli di vita quotidiana: Ravalle, esame di teoria, bocciata. Roba che scotta, insomma. La sigaretta smette di bruciare eppure il filtro è ancora lì, intatto. Non bastasse, si alza un vento (di protesta?) a decretare la fine dell’interpretazione, quando ancora non mi avevano passato il copione, accidenti. Ci sarà solo un altro incontro, su una macchina in movimento, lei al posto di guida, di nuovo, e io accucciato sul sedile posteriore, intento a guardare (come sempre) fuori dal finestrino. Lo facevo perchè non fosse appesantita da sguardi altrui e potesse guidare in totale libertà. Infatti non mi accorsi che cambiò direzione, mentre io ero fermo sul ciglio della strada.
Dopo cinque anni mi riviene in mente, più per demeriti miei che meriti suoi. Ci sono voluti cinque anni per capire cosa stava realmente accadendo durante quei cinque minuti nei pressi di un semaforo. La morale è: mi ci vorranno altri cinque anni per capire questo presente?

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3 risposte a

  1. Ale_87 scrive:

    non ho capito bene…un ritorno di fiamma? tanto per parlare di stereotipi?

    un abbraccio,ale

  2. bando scrive:

    ogni lasciata è persa

  3. utente anonimo scrive:

    E’ bellissimo, quello che hai scritto. Hai toccato delle corde… eh.

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