Se mi sono ridotto a parlare di caldaie, significa che è arrivato il momento di uscire a prendere un pò di aria fresca. Questo mi son detto stamattina, rannicchiato in posizione fetale mentre terminavo la fase Rem del mio dolce dormire. Dovevo trovare un pretesto per mettere piede fuori casa, dopo interminabili giornate passate davanti alla scrivania (dicono sia periodo d’esami). In mio soccorso* arriva Godzilla, detta anche L’Inquisitrice, detta anche Madre Natura, perchè evento inspiegabile eppure dominatrice, come appunto la Natura terrifica e priva di senso. L’asse portante di casa mia mi ricorda che devo ancora espletare le pratiche per il rinvio militare, nonostante da mesi i mezzi di informazione ci ricordino che no, mamma, non esiste più il servizio di leva, lo Stato non fotte più mesi di vita alla meglio gioventù italiana. Pur tuttavia ho una madre burocrate, che vuol vedere il pezzo di carta che mi esenti, per cui è deciso: stamattina uscirò di casa. Davanti allo specchio, noto che la situazione psicofisica è drastica: capelli alla bohemienne, barba incolta di svariati giorni, colorito del viso pallido tendente al cadaverico. Tutto sommato, credevo peggio. Vincendo un’enorme pigrizia, ritorno in camera mia (in altre occasioni sarei rimasto a dormire in bagno accovacciato al bidè). Getto via i cenci strappati e logori che mi porto addosso da settimane e scelgo di vestirmi, perchè penso che là fuori la gente vada fuori ancora coperta, specie in inverno. Infilo il costume da Attimo e saluto Godzilla, che nel frattempo si sta cibando delle cartaccie sparse sul pavimento di camera mia. Fuori dalla porta, primo inconveniente: c’è il Sle. Per giorni e giorni e giorni e giorni ho intravisto dalla finestra solo grigiume, nuvole basse, pioggia o nebbia, funghi atomici. Esco io, e c’è il Sole. Evito di canticchiare Here comes the sun (anche se la tentazione è grande), preoccupandomi di affrontare una luce così devastante, per il cadavere che sono diventato. Arriccio gli occhi e salgo in bici. L’andatura è pesante e lenta, insopportabilmente lenta. Le signore con il passeggino mi superano, i cinni si fanno beffe di me. Prendo fiato nella discesa che, dall’argine dove abito, mi fa scivolare nel ventre cittadino. Via Naviglio. Viale Olanda. Incontro le prime botteghe, le prime luminarie, la fermata dell’autobus cui ho fatto compagnia per tante volte, in questi anni accademici. Tiro dritto incrociando qualche vecchietto, d’altra parte ci sono solo vecchietti in giro alla mattina per il mio quartiere, e questo fatto mi fa sentire… più vecchio. Per un attimo mi sembra di avere la barba bianca e il Carlino sotto braccio, ma è solo un brutto incubo. Corso della Giovecca non tradisce le mie aspettative, col suo brulicare di passanti sui marciapiedi e di macchine per strada. E’ la Ferrara attiva e laboriosa, il vecchietto che legge la locandina della Nuova, il vecchietto che attraversa le strisce pedonali, il vecchietto che entra in ospedale, il vecchietto che pulisce il suo negozio. La Ferrara attiva e laboriosa delle signore che escono dai bar e dalle tabaccherie e invadono i marciapiedi con il loro ciarlare. Toh, una ragazza infreddolita alla fermata dell’autobus. Toh, un ragazzo in bici che mi taglia la strada. Toh, Largo Castello. Per uno come me che ha scalato le più alte vette appeniniche, oggi Largo Castello sembra il Pordoi. O un temibile cavalcavia. Arranco e sbuffo, una gita scolastica mi guarda compatendomi (ma adesso le gite scolastiche si fanno anche a dicembre? Io prima di marzo non mi schiodavo dal banco, seconda fila dalla parte del muro) e provo a darmi un tono di fronte ai ragazzini festanti. Sfuggo in Piazza della Repubblica restaurata esattamente come prima, passando in mezzo a pulmann e furgoni dell’Esercito, quasi come una premonizione. Via Garibaldi è un caldo ticchettare di scarpe e tacchi sull’asfalto, e non c’è spazio per le ruote della mia bicicletta. Vedo lo scalone del comune infiocchettato, sembra essere pronto per essere spedito a quel tipo là, e insomma sono arrivato nei pressi dell’ufficio Leva. Entro tossendo, e già questo indispettisce quegli scansafatiche seduti dietro alla scrivania. Sbrodolo il motivo della mia visita e loro mi rispondono beati: “Guardi lei non deve fare niente!” ovvero lei ha affrontato il terribile mondo esterno quando poteva tranquillamente continuare il suo letargo invernale. “Oh, rabbia!“, come direbbe il Winny the Pooh stampigliato su un asciugameno steso su una bancarella. Infatti venerdì a Ferrara è giorno di mercato, per le massaie e ogni altro rappresentante del genere femminile dai 15 agli over 100 anni (vedo pochi ragazze fuochiste, e questo mi rattrista). Panico: la città è letteralmente divisa in due, da Corso Martiri della Libertà fino a Porta Reno bancarelle su bancarelle mi sbarrano la strada. Il grido “donne!” suggella il mio scoramento. Ma decido di fregarmene, taglio giù per San Romano e ricompaio sul Listone listato a festa. Alcune luminarie sono sfacciatamente accese alle 10 del mattino, forse per riscaldare l’atmosfera*. Mi fermo un attimo davanti a Nannini per guardare la lista di concerti cui non andrò, poi svolto in Bersaglieri del Pò, evitando di piallare diversi pedoni. Le bolle di sapone della Città del Sole mi scoppiano in faccia, ma sono di nuovo in Giovecca ed è tardi per imprecare ormai, e c’è un inspiegabile odore di pollo fritto nell’aria. Adoro questa città dove non c’è praticamente niente, se non ricordi di un antico passato che si possono contemplare in santa pace. A Ferrara c’è pace, tranquillità, la vita scorre a misura d’uomo, e ci sono le ragazze infreddolite alle fermate degli autobus. Sento ancora lo “sbuff” di una di loro, mentre io ormai sono ritornato ai limiti della città, nella casa lungo il fiume inquinato dove un Godzilla sta gettando fuori dalla finestra le mie scartoffie che avevo accuratamente sparpagliato per il pavimento. Non è la prima volta, non sarà l’ultima. Ma questa è la mia città, come direbbe Mango. Mi viene in mente Mango perchè nella villetta bianca nei pressi dell’unico stabilimento industriale della mia via mutilata dagli alberi, nel giardino staziona uno stereo acceso, con Mango a tutto volume. Uno stereo acceso in un giardino, il 10 dicembre, che suona canzoni di Mango, non so se avete compreso il trip. Di fronte allo stereo, un costume vuoto di quel tizio là, appoggiato sull’erba. Anche questa è Ferrara.

* [risate preregistrate]

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8 risposte a

  1. lux7 scrive:

    ma ti pare che mi legga sto tema……. stringi i contenuti!!
    allora il progetto com’ era….. na schifezza o no??

  2. attimo scrive:

    Parlava della nostra città… ah ma è vero che tu sei di un altro paese… eheheh… Il progetto? Azz mi son scordato di dirti il voto. Va beh di solito non parlo in pubblico di certe cose, ma abbiam preso 23. Una mezza schifezza, insomma, ma come cantava Alberto Sordi, “macheccefrega… maccheceimporta…”

  3. lux7 scrive:

    meglio di niente

  4. swandive scrive:

    bello questo giro in bici.. eppoi sei fortunato.. da noi nei giardini il 14 agosto come il 3 febbraio c’e’ gigi d’alessio dagli stereo nei giardini..

  5. attimo scrive:

    Tutto l’anno D’Alessio? E come fate a resistere?
    Ma Mango invece è inspiegabile. Almeno mettere su Jingle Bells. Boh.

  6. lux7 scrive:

    a Copparo mettono “Bandiera Rossa dal culor dal vin” insuperabili compagni…….

  7. attimo scrive:

    Lo vedi che si sta bene a Copparo? Che calore umano.

  8. lux7 scrive:

    se mai disumano

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