Erano ormai tre settimane che la sua temperatura non scendeva sotto i 37 gradi Celsius. Le sue cellule cerebrali erano in parte perite, la maggioranza invece resisteva, sventolandosi con ventagli e spegnendo di notte i mitocondri. Il corpo era indebolito da giorni di totale ozio e assenza di attività fisica, nonchè mentale. Di fronte all’avanzare della febbre infatti, il medico era addirittura arrivato a prescrivere il cessare delle facoltà mentali del povero paziente. Vietate perversioni, macchinazioni, voli pindarici. Escluso persino studiare. Il corpo del febbricitante veniva messo in stand-by, fino a data da destinarsi. Doveva inoltre subire pesanti attacchi chimici: antibiotici modello prugne, mestoli di sciroppo, papponi provenienti dalle peggiori multinazionali farmaceutiche. Il tutto a intervalli regolari durante la giornata, che trascorreva ingabbiato nella sua stanza accogliente. Al termine della seconda settimana, quando gli amici avevano imparato a divertirsi senza di lui e l’Inter continuava a pareggiare imperterrita, la madre lo vide camminare a testa in giù sul soffitto della stanza, ascoltando gli Interpol nelle cuffie. Pensò che era un chiaro sintomo di ripresa, e non lo disturbò. Errore. Dopo quella passeggiata smise di muoversi, iniziando una pericolosa deriva fisica. A poco a poco i suoi muscoli entrarono in sciopero, distendendo lettini su spiagge improvvisate sulle ossa. Quel che prima era un corpo di un ventenne, ora era diventato un fantoccio gonfio e smorto, completamente lasciato al destino di una febbre incurabile. Il suo unico contatto col mondo erano le caselle che lampeggiavano su Msn (ogni giorno più utile): quando sentiva il suono di un utente appena collegato, si lasciava cadere dal letto in cui era giaciuto nelle ore precedenti, strisciava sul pavimento, risaliva la sedia servendosi semplicemente dell’attrito, un pò come Spiderman, e giungeva a impossesarsi della tastiera quando ormai era ora di cena (ma non avrebbe toccato cibo: non aveva fame, ovviamente) e l’utente stava già per tornare a una vita, visto che lui qualcosa da fare, ce l’aveva. Tutto eccitato dall’occasione che gli si prestava (poter scambiare una parola con una persona umana, e non con il mercurio del termometro) si apprestava a picchiettare sulla tastiera. Ma sul più bello si bloccò. Non sapeva più come si salutava una persona. Il cervello era completamente rattrapito. E adesso? La porta della stanza madida di sudore del malato stava per spalancarsi, e già intraveda i fumi del caldo pentolone contenente brodo di pollo, che finalmente gli venne in mente cosa doveva scrivere: bella lì.


Bella lì?
Un nuovo strato di mucosa cerebrale era sorto su quello sterminato. La febbre l’aveva cambiato per sempre.


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