Eravamo seduti a un tavolino, una limonata si infrangeva contro i denti, a placare una torrida sete. C’era del marcio, in questa giornata, e non sarebbe bastata una brezza a portarlo via. Si discuteva di un assassino giustiziato, cane che uccide cane, e non c’è spazio per la civiltà, c’è posto solo per la follia, l’ingiustizia e la violenza “legale”. Ma non mi interessa della vicenda, e non mi va di stare a sindacare. Ero appassito e una limonata o una feroce discussione non avrebbe cambiato il corso delle cose. Di cosa hai bisogno? Di una sorpresa, risposi banalmente. Una sorpresa con gambe e braccia e sorriso che mi venga davanti e mi faccia alzare da quel tavolino. Una sorpresa. Proprio oggi riflettevo tra me e un falsopiano lungo le mura, che le sorprese le devi creare, che non arriva niente dal nulla. Dietro ogni sorpresa si nasconde un piccolo fabbro di sorprese, che picchia sul ferro caldo. Non divaghiamo. Quale potrebbe essere quella sorpresa? Quella ragazza vestita in modo arioso, capelli raccolti. Una spiga di grano. Già mi immagino la Vespa, lo zaino leggero, il lungomare, la frontiera e una città francese. Mi viene in mente Bordeaux, ma solo perchè ho poca fantasia. Un libro davanti al camino, la corsa sulla spiaggia. Poi mi arriva un ceffone dal mio compare, e la ragazza ariosa se ne parte in biciclettta. Inseguirla vuol dire rincorrere una farfalla. E’ andata, dai, torniamo a casa, a Bordeaux ci andiamo un’altra volta. Salto temporale: quando ero piccolo, tipo 5-6 anni, erano tutte altre estati. Larghe e avvolgenti come una coperta invernale, paradossalmente parlando. Avevo la mia cabina telefonica finta, di plastica, in cui inserivo gettoni veri, di rame, e cadevano giù, che l’autoricarica della Tim gli fa un baffo. Niente cellullari su cui esercitare i polpastrelli. Era la mia preistoria. Non conoscevo concetti come solitudine, amore, amicizia, pretese, aspettative. Come se non avessi ancora scoperto il fuoco, ero un ominide che non bestemmiava o non imprecava o non scriveva lettere d’amore. La vera pace dei sensi, quando il tempo era puntale, le cose accadevano e non c’era niente da chiedersi. Pedalavo in cortile e mi sembrava di fare il Giro d’Italia. Ora, spocchioso ventenne, potrei potenzialmente andare ovunque, ma mi sembra di pedalare in un cortile. Effetti collaterali della crescita.

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2 risposte a

  1. Ale_87 scrive:

    tante volte anch’io immagino le mie sorprese.
    immagino l’inaspettato evento che mi porta altrove, che mi sradica finalmente da qui per andare dove il cuore vuole andare. immagino il tavolo di un bar, un drink analcolico, un ragazzo moro, con gli occhi verdi, il suo sorriso, la nostra camera d’albergo, le risate in piscina, sulla spiaggia, di notte, con la Luna.immagino la sua valigia disordinata, l’odore della sua camicia.immagino una finestra sul mare. una zattera sfasciata, un pescatore indaffarato, un bambino e suoi castelli di sabbia, i granelli nelle mie scarpe…il sapore del sale e la giostra del luna park. immagino la mia sorpresa, come chiunque altro, come te…che sia davvero arrivato il momento di andarmela a cercare?
    un abbraccio

  2. unnomeacaso scrive:

    E’ che da piccoli tutto esiste per la prima volta… poi le cose si usurano, rimpiccioliscono, sviliscono.. Diventa stupido rincorrere le farfalle..

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