Le persone hanno gli occhi

Avevo paura di perdere tempo o non stare facendo niente o di fare la cosa sbagliata, solo che in quel momento non lo sai.

Sono dentro alla mostra dei Lele Marcojanni Le città hanno gli occhi da nemmeno due minuti e già le gambe iniziano a tremare. Bologna, fumetti, mappatura spaziale, paesaggi sonori (scusami, Glauco), autori e i loro luoghi dove tutto è nato, seminato, insudiciato, frastornato, riassemblato e rimodulato con il proprio stile, linguaggio, carne. Riviste spuntate in giro per Bologna come fossero rifugi antiatomici, case popolari, abbracci o coltellate alle consuetudini, squarci sui propri ego per far colare inchiostro su una visione del mondo non rintracciabile altrove e altrimenti, forse, se non proprio a Bologna. Ma le gambe mi tremano prima che io arrivi a tutti questi concetti, pesanti, lunghi, mentre staziono di fronte a questa enorme mappa della Bologna del fumetto popolata da nomi propri di persona mi ritornano quelle parole iniziali di uno dei disegnatori raccontati, Lorenzo, che ti guarda ansimante mentre viene sommerso da miti riquadri colorati. E Bologna scompare, rimaniamo io e lui, e poi io soltanto, e del fumetto rimane il rigore formale della mostra, talmente impeccabile nel rendere un fumetto di carta perfettamente plausibile in questa forma video da risultare seducente, talmente pesante, anche, nei tempi del ricordo così dilatati, in attese che durano minuti, che mi ricordano le dodici pagine del diario del padre di Lino, in quel “La terra dei figli” di Gipi letto giusto la sera prima, piene di scritte inintelligibili, un pugno in faccia al lettore che sembra non finire mai. E ringrazio il dio fiko perché oggi c’è ancora chi si permette ancora di essere dilatato, di pesare e soppesare, di essere impeccabile, appunto fino a ribadire una pesantezza diventata, oggi, necessaria, per definirsi, definire, per sentire la pesantezza di carne sopra a questi corpi ormai tratteggiati, con l’aria che tra un tratto e l’altro si infila ovunque rendendoci palloncini gonfiati. Lele Marcojanni sono pesanti, ti ricordano il peso della tua esistenza ed esci dalla loro mostra con un’incredibile voglia di mettere in pratica i difetti collaterali dell’esistenza: far rimbalzare le onde sonore contro le pareti, prendere possesso delle visioni, senza vederle, cancellare questi verbi passivi-aggressivi, il vedere e l’ascoltare, per materializzare i ricordi, i luoghi, le città. Gli occhi delle città mappate dai Lele non sono specchio dell’anima o figure retoriche o strumenti, diventano pesanti come corpi, sono grassi, deformi, inadeguati come corpi ma così materialmente proattivi: le visioni acquistano il lessico e le paure, l’estetica e il linguaggio, la dinamica e il sapore di chi le vede. Bologna, i fumetti e chi disegna i fumetti, partire da un punto sulla mappa per perdersi definitivamente: non riuscire a dormire, avere voglia di fare tutto, avere voglia di dismettere i panni di un osservatore e prendere la matita ed essere la matita, essere la parola che si pronuncia, legare tutte le storie di Bologna a sé, andare a cercare tutte le storie del mondo e legarle e costruire la matassa di lana più grande del mondo, fino a farla diventare lei stessa mondo, e noi stessi abitanti di quella matassa.

Forse esagero, ma leggo quella frase di Lorenzo, appena dopo due minuti che sono entrato alla mostra, e Bologna non conta più nulla, i fumetti poi, conta solo ricordarsi se siamo quelli che amiamo o quello che amiamo, percepire in bocca netto il sapore di quella differenza, di quello scarto. «Siamo interstiziali» si legge in un altro luogo della mostra: quelli che tengono insieme tutto, solo che in quel momento, non lo sappiamo.

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Le moquette verticali

“Dopo lo spettacolo, Ridolini”. O ancora: “Corsi professionali serali”. Cartelli così, sbiaditi dal tempo che passa e dall’unto nell’aria, appesi sopra un muro ricoperto da plaid invernali. La «moquette verticale», come quell’altra cosa là, verticale, il mare in cui sentirsi deboli e lasciare che le cose passino perché «non sono in grado di comprenderle». Scopro un’altra cosa di Parma che non conoscevo (sono infinite), il Chelsea Pub: un’intera vetrinetta a fianco della cassa corre per metri ricolma di soldatini di piombo, indiani d’America accampati a difesa della propria terra, truppe nemiche schierate pronte all’assalto, un museo dell’infanzia o della trasandatezza, chi può dirlo. Il gagliardetto del Chelsea Football Club ormai diventato viola, «vedi, dovrebbe essere blu», per capire quanto tempo è passato dall’apertura e quanta polvere ha accumulato il plaid alle pareti. Pubblicità di sigarette improbabili, sconosciute, «per essere cool anche nei mesi invernali», maschere enigmatiche a fianco di stemmi araldici sopra al camino, taniche di benzina risalenti a conflitti bellici del Novecento, panini allucinanti da prendere sulla fiducia per non cambiarli mai più, per non scegliere mai più, per essere una cosa e rimanere quella, tutta la vita. A questo dovrebbero servire i locali, in fondo.

Il Chelsea Pub è la Parma violenta ma pacifica dove ordinare Vikigen medie e sporcarsi bellamente la barba di salsa piccante, dove rifugiarsi dopo aver assistito in sequenza al concerto degli Winter Dies in June, e poi Julie’s Haircut e infine Giardini di Mirò. Io che vengo da una città ancora più provinciale di Ferrara mi sento trapiantato su una stazione spaziale orbitante attorno al pianeta Terra, e invece è la Sala Ipogea costruita sotto il suolo, a fianco dell’Auditorium Paganini, ex zuccherifico Eridania. Arrivo in anticipo, posso sporcarmi le scarpe centrando tutte le pozzanghere del quartiere, sbirciare dentro la veranda del Circolo Arci Indomita (Parma Club), provare a fare due o tre chiamate e ricevere sempre l’avviso di segreteria telefonica, stare alla larga dalla banda di ragazzini sotto il colonnato dell’ingresso principale. Poi si scendono i gradini larghi e scivolosi per la prima vera pioggia di novembre, sono tutti radunati sotto al porticato in attesa dell’apertura e sembra che stiano lì proprio per guardare noi che scendiamo le scale. Ed è questa la sensazione che permane per tutti i tre concerti: siamo lì proprio per guardare gli altri che scendono le scale. Forse è Parma in sé, forse è l’aspetto fantascientifico della Sala Ipogea a distogliere l’attenzione da accordi e ritornelli: la luce viola che cola dalle vetrate, la scala interna ampia, orizzontale, larga come un modulo lunare su cui imbarcarsi, le luci verdi che macchiano i bar dove il ghiaccio è già finito e per sentire freddo ti devi mettere le mani in tasca e girarti verso il palco. Ci sono i Winter Dies in June che stanno facendo quattro pezzi «invece che cinque», e sono tutti nuovi, e sono tutti bellissimi e confortevoli, violenti ma pacifici, ti fanno sentire voglia di mettere le mani in tasca, casomai ritrovassi tutto quello che hai perduto, le chiavi di casa lasciate sul comodino che ti costringeranno a svegliare tutti quando ritornerai alle tre del mattino, i desideri repressi, le pulsioni verso riccioli ingrovigliati o riquadri di un cappotto, la voglia di studiare la sera o di andare a scuola la mattina, la persuasione con un cornetto caldo in mano appena preso al bar che convincerebbe chiunque. Frugo con le mani, il flusso sanguigno riattivato da The Exception mi fa battere il tempo e scuotere il torpore di tutto questo vetro attorno, ma non trovo nulla, ho soltanto una Corona che finisco in fretta per la vergogna di bere una Corona.

Giacomo mi racconta una storia bellissima, di un bambino che non aveva voglia di andare a scuola e scappa e finisce sul treno dei pendolari del mattino a Roma, e poi me ne racconta un’altra, ancora più bella, di un bambino molto più grande che invece ritrova la voglia di andarci, a scuola, e si mette a studiare alla sera e mi fa ricordare un’altra cosa che ho lasciato a casa, la voglia di imparare, la voglia di farsi i muri al 18%, la voglia di iscriversi a manifestazioni ciclistiche a numero chiuso con la sola speranza dell’estrazione, per poter partecipare. Le storie bellissime come i concerti e le coincidenze di mezzi, spostamenti, incastri di orari e di date che solo Barto riesce a rispettare, le storie bellissime come i riconoscimenti che solo Barto riesce a dare, quando l’hai appena salutato e lui riesce a dire cose come «siamo orgogliosi di essere connazionali di gruppi che hanno fatto comunque un album così», anche se quell’album ha ormai quindici anni e sul palco, sopra una cassa, compaiono tazze di tè da cui si abbevera con misura il chitarrista. E il muro di suoni che mettono assieme i Giardini di Mirò è sempre quello, in fondo, ed è sempre impossibile non andare a sbatterci contro e rimanere storditi per qualche secondo appena (il massimo che possiamo concederci, il massimo che ci possono concedere gli altri) a fianco del mixer. Poi è tempo di prendersi la pioggia, di rifugiarsi al Chelsea Pub, di spiegare che cosa si fa nella vita, senza farsi capire bene, giustificando il caos con quella postilla di cui me ne vergogno sempre un po’, come le Corone in mano e lo stordimento post-concerto, «sai, è sempre stata una mia passione», e ricevere come risposta una sentenza: «una volta un famoso dirigente a un convegno disse questa cosa, che mi ha molto colpito e secondo me è molto vera, che per anni ci hanno detto che dovevamo seguire le nostre passioni, e invece bisognerebbe seguire una sola cosa, il nostro talento».

In autostrada, prima di raggiungere Parma, diverse ore prima di Parma violenta ma pacifica, che dichiara la tua sconfitta ma con il sorriso sulle labbra sporco di salsa piccante, c’era Morricone che usciva dall’autoradio (precisamente, Neve, da The Hateful Eight), c’era uno zaino dimenticato sul sedile passeggero, c’era la pioggia a secchiate e il buio delle cinque del pomeriggio di autunno e sembrava da lontano, davvero, l’inizio di un film di Tarantino. E poi passo sotto un tabellone luminoso informativo, di quelli che segnalano code o incidenti o ti ricordano di dormire, prima di metterti alla guida, e lampeggiava la strisciante scritta “anche meno”. La silenziosa dittatura dell’anche meno, quella che non vieta, suggerisce velatamente che non è il caso, di rimanere storditi ai concerti, che non è il caso di bere Corone, che non è il caso di seguire le proprie passioni. Di essere un’eccezione. Di rimanere blu, nonostante gli anni che passano, i soldatini di piombo, le pendenze, le segreterie telefoniche, la decenza, le moquette verticali.

categorie: 200X, Asfalto
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Città del ‘900

Se i platani di via Pomposa in autunno non fossero in via Pomposa, sulla Rossonia, ma nello Yorkshire o in Germania sarebbero finiti sull’Instagram di mezzo mondo. Vent’anni prima, quasi l’intero tratto della via del Mare tra Ferrara e Tresigallo (oggi SP15) era interamente cinto da queste file interminabili, possenti di platani, robusti e alti come colonne di marmo di una cattedrale nel deserto. E a Tresigallo ci si andava quasi sempre in questo periodo, per quella cosa di andare a mettere dei fiori nei cimiteri e di accendere «i lumini». Si andava di domenica pomeriggio, mai il primo di novembre perché «c’è troppa gente», io ero seduto dietro, cuffie con archetto metallico piantato sulla testa (gli auricolari dovevano ancora essere inventati), walkman Aiwa sintonizzato su Tutto il calcio minuto per minuto, con l’Inter allenata da Bagnoli che dopo un incerto inizio stava rimontando il Milan di Capello e chissà, forse tra un gol di Ruben Sosa e un Manicone centromediano metodista, forse al derby ce la si poteva pure giocare. C’era molto nebbia, quasi come stamattina, e c’erano soltanto poche tonalità nella paletta dei colori di Ferrara in autunno: grigio, marrone, giallo, una spruzzata di rosso. Gli stessi che si ritrovano nei piatti in tavola i giorni di festa: marrone, giallo, la pasta all’uovo, il brodo, la carne, il purè. Non è tristezza, vent’anni fa la tristezza non era ancora stata inventata, era semplicemente il mondo conosciuto: l’America, Instagram, gli stati d’animo ingiustificati e ingiustificabili ed essenzialmente le tragedie dovevano ancora essere scoperte. Avevamo pochi colori, una radio che gracchiava sulle discese sulla fascia di Fontolan, un cimitero così squadrato, con questo monumento funebre dedicato a Rossoni così futuristico: nemmeno il fascismo, l’architettura, il razionalismo, nel mio mondo di ragazzino delle medie, era stato inventato. E mi sembrava davvero enorme, il cimitero di Tresigallo, quando ancora nella rotonda poco prima di svoltare a sinistra e imboccare il viale con i pini che conduceva all’ingresso, non erano state piantate insegne turistiche ‘Città del ‘900’. Eravamo noi, il Novecento, o quel che ne restava, senza bisogno di indossare cartellini di riconoscimento. La parete con le lapidi di famiglia, la foto di mio nonno, che mai ho conosciuto, che adesso nel futuro è clamorosamente uguale a me, e me ne rendo conto solo ora, come quel rosso sbiadito della scritta ‘Fam. Zecchi’, che mio padre orgogliosamente rivendica: «l’ho pitturata io, quando ero giovane!». Due lumini, uno per nonno e uno per nonna, niente fiori, ci aveva sempre già pensato qualcun altro, chissà chi, poi di nuovo fuori, nella campagna, riaccendevo subito la radio per ascoltare le interviste agli allenatori. L’Inter probabilmente non aveva vinto, le vittorie nemmeno, erano state ancora inventate. Oggi abbiamo provato a cercare la tomba della zia di mio padre, morta l’anno scorso, senza trovarla, «vuoi vedere che l’hanno spostata?». Nel Novecento certe cose non accadevano, soprattutto, non mi riconoscevo nelle frasi in dialetto di mio padre, mentre adesso, quando saliamo in macchina parcheggiata nell’erba a fianco del minuscolo cimitero di Focomorto, se ne esce dal silenzio con «pian pianin, finis tut». Toccherà andare in bici, di nuovo, anche oggi pomeriggio, pian pianino.

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Una risposta non esauriente alla domanda ‘Come è andato questo venerdì?’

Giro la curva, l’ultima nella mia via prima di imboccare gli ultimi trecento metri di rettilineo che mi conducono a casa, e mi ritrovo di fronte al cofano della mia Polo un cane. Smarrito, spaurito, mi guarda impietrito con quell’espressione tipica di chi ha appena ricevuto una domanda tipo “come stai?” e no, non vuole e non ha nessuna intenzione di rispondere. È alto, ha il muso esile come un fenicottero e il pelo morbido come la neve, a vederlo: perché quando scendo dalla macchina per andargli incontro, lui scappa lontano. Provo a inseguirlo, per capire, fargli qualche domanda, provare a ragionare assieme su come sia potuta andare così, su cosa ci facciamo entrambi in questa situazione, estemporanea come le frasi che mi escono oggi e che nessuno, davvero nessuno ha capito: perché io sto inseguendo un cane terrorizzato bianco come la neve, dalle zampe lunghissime, che non ha nessuna intenzione di fermarsi? Perché io sto scappando da un essere umano inopportuno, capace solo di smascherare gli incantesimi altrui? Rovino la magia, allora, cercando il numero del canile per riportare l’ordine in questi trecento metri che mi separano da casa: trovo occupato. Il cane, intanto, corre lontano, schivando le auto contromano e gli alberi che trattengono le foglie.

categorie: Linea d'ombra
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Mascarpone

Le storie ci salveranno. Lo pensavo prima, quando nemmeno due generose fette di pane tostato spalmate di mascarpone riuscivano a distrarmi mentre tu eri impegnata in altri campi di battaglia, impermeabile alle fiamme dei desideri altrui: le storie ci salveranno. Gli insonni che si ritrovano nella notte per arrivare al mattino, il centro ufologico di gente che crede ancora in qualcosa, quelli che spazzano le strade, quelli che vomitano sugli scaloni, quando andremo a fondo insieme a tutti loro a raccattare le storie, ci salveremo, quando prenderemo autobus per non andare da nessuna parte, guideremo tutta la notte per andare a trovare storie, ci salveremo, quando ci faremo schizzare in faccia i desideri repressi altrui, quando dipaneremo gli intrighi di potere di lavori cui mai aspireremo, quando riusciremo a tenerci a mente una lunga sequenza di cognomi, di incastri, quando rimarremo lucidi e persino un po’ inebriati nel tenere il filo di date, scadenze, rimandi ad altre storie ancora, come quando giri per una città straniera senza ausilio di mappe, riuscendo a orientarti comunque, le storie, ci salveranno, a noi sporchi di fango, seppelliti da voglie che non basterebbero a sfamare un paese in carestia, terrorizzati dai voli a basso costo sopra il Tirreno, dai giardini dentro cui non metteremo più piede, dai messaggi inopportuni e da questa costante incapacità di perdere la lucidità con l’alcol o con la stanchezza, le storie ci salveranno, le storie che ascolterò e che tornerò a raccontare. Passa dopo i Beatles una canzone degli ultimi Oasis, quelli irrecuperabili, passa Let there be love, e per una frazione di secondo credo a tutto quello che scrivo: che le storie, ci salveranno.

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L’armonia

martin

Quelle giornate in cui il segno meno compare dove non vorresti mai vederlo e allora inizia una lenta discesa verso riva, su un piano inclinato reso scivoloso dalla nebbia in cui tutto vale, davvero vale, per appigliarsi. Scivoli e incontri l’audio della telecronaca di Piccinini che ti strappa un sorriso come se fosse una tradizione laica innocua e ammorbante, ti sembra davvero la cosa più innocente di questi mondi, l’enfasi sempre uguale a sé stessa (solo una tonalità sempre più alta, ad ogni iterazione), ti sembra più innocente del cazzo di Cosmo che ci tocca vedere nei video, dell’indifferenza degli altri, delle albe che ti perdi regolarmente per non riuscire ad addormentarti la sera prima, qualsiasi cosa ti sembra più innocente del cazzo di Cosmo e di questi segni meno che non hanno maniglie cui aggrapparsi, l’incredibile di Piccinini, l’espressione di Daniel Martin mentre guarda il profilo della tappa del Tour de France, con le palpebre che si muovono come mosse dal vento, è il vento del futuro che entra nel salone e non è qui per dare buone notizie ma per spettinarci le pupille, farle roteare come quando un’auto esce di strada, incoccia il guardrail e inizia a girare di 360 gradi. Che cosa ci stiamo capendo, di queste giornate? Che i debiti non si pagano, che ci tocca vedere il cazzo di Cosmo, che non ci sono risposte, che non ci cerchiamo, che nessuno cerca più nessuno, che l’espressione di un ciclista irlandese racchiude tutta l’empatia rimasta, che questo mondo è fatto di chi aspira vocali come fosse cocaina, che ascolterai solo chi ti soffia vocali in faccia e invece chi voleva fare l’astronomo alle elementari ed è finito a contare le stelle su una stampa ammuffita di Van Gogh è invisibile, che ti dispiace per chi non si dispiace, che non stai scattando fotografie e non ne senti la mancanza, che se ci fosse un treno che non fa fermate tu lo prenderesti, che ci sono tutti questi segni meno che servono solo a ricordarci tutte le distanze, che c’è il sole quando oggi doveva piovere, doveva inderogabilmente piovere, e persino il meteo diventa inaffidabile, inespugnabile, persino il meteo smarrisce le sembianze di tutto quello che stai agognando mentre scivoli sulla riva destra dell’argine insaponata: l’armonia.

categorie: Linea d'ombra
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Skeleton me

Sto correndo da piazza Diaz verso via Mazzini, piazza Duomo fa rumore come dei graffi di unghie dietro la porta, come un gatto che vuole entrare in casa, ma non per accarezzarti, per avere la sua dose di crocchette. E io sbuffo mentre corro, ho lasciato la macchina aperta su un marciapiede, dopo aver finito di tranquilizzare la solita crisi di stima di un fotografo, essere sfuggito agli insulti dei milanesi nel traffico, aver guidato con una mano sul volante e l’altra sul computer per scaricare video. C’è dentro di tutto, in questo minuto di corsa verso piazza Duomo, ma manca sempre qualcosa, tu, fondamentalmente, io, uno dei due: non siamo mai stati visti assieme e iniziano a pensare che in fondo siamo la stessa persona. Sto correndo da un minuto o forse da un mese, o forse da cinque mesi o forse da quasi due anni, e non mi sono ancora fermato e gli altri non riescono a capire chi si trovano di fronte. Forse siamo la stessa persona?

Così quando cammino sui marciapiedi di via Savonarola attraversati da rivoli d’acqua copiosi come la cattiveria degli altri, le auto mi passano a fianco schizzandomi le pozzanghere sui miei vestiti, e divento fradicio nel lasso di tempo che intercorre tra un tuo ricordo e un respiro: non mi hanno mai visto respirare e ricordare assieme, e molti ormai sospettano che i miei ricordi siano respiri, che siano la stessa cosa. Lascio che piovano dicerie sul mio conto, senza ripararmi sotto i portici, tanto in questa città non ci sono portici e le verità e le bugie non sono mai state viste assieme, e molti credono siano la stessa persona. E ad ogni auto che passa e mi schizza e mi infradicia dico «ancora», perché ripenso a tutte le volte che ho evitato le pozzanghere, che sono rimasto asciutto, a tutte le sere passate lontano, alle cime del Cadore di cui mi parli davanti a un Fortana e alle scatole di polistirolo piene di cibo che mi portavo appresso sui Frecciarossa, penso che se non cedo, se davvero non mi fermo su quel marciapiede e non mi tolgo i vestiti e non mi sdraio nudo sull’asfalto e non affogo in quelle pozzanghere è soltanto perché sei tu che me lo chiedi, a te che hanno portato via tutte le risposte possibili, e tu e le risposte non vi hanno mai visto insieme nello stesso posto, e molti ormai credono che tu e il silenzio siate la stessa persona. Vorrei smettere di correre, girare l’angolo, e ritrovarmi la strada asciutta, secca, vorrei che la cattiveria fosse una scelta e non un temporale, che lo stupore fosse un incidente e non un espediente, che si potesse raggiungere le persone che vorrebbero chiudere le riviste e non aprirle, che vorrebbero leggere e non scrivere, che vorrebbero scrivere e non prendere posizione, vorrei che dietro l’angolo ci fosse una sedia su cui sedersi e prendere la pioggia e aspettare che smetta anche per tutta la vita, senza confonderci più.

categorie: Linea d'ombra
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YYY

Mattina presto, la finestra aperta in una camera d’albergo a Corvetto, Skeletons che passa e ripassa e ripassa in loop, sento leggermente freddo, l’aria è quella di ottobre, quella che non cancella nulla ma anzi, sottolinea, sottolinea, sottolinea. Ho un sogno sgualcito appoggiato sul tavolo della cucina della stanza, sempre quello, che passa e ripassa e ripassa, che mi guarda, stremato, e io lo guardo, stremato. Un altro giro di Skeletons, nell’unico posto, forse, di Milano dove al mattino non si sente quasi nessun rumore. Forse è questo l’unico tangibile ‘per sempre’ cui posso aspirare?

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Fino a che mi addormento

Non c’è più tempo per mettere in ordine, non c’è più il tempo di imbastire una storia con questi stracci che abbiamo raccattato per strada. Dal soffitto piovono gechi e non riesci ad esimerti dall’affibbiar loro un nome, che è lo stesso che assegni ai gatti nei vicoli e agli spifferi del vento che speri non smettano di soffiare almeno fino a quando non ti sia addormentato. Cosa rimane di quattro giorni rubati ad agosto, all’estate e alla tua vita?

Il bianco dei tavoli di Secchia Ovest, con le sedie tutte vuote tranne una, quella di fronte all’autostrada, occupata da un inserviente in pausa. Questa pioggia di solitudini che si schivano, che non riescono a mescolarsi, ascoltarsi, accettarsi, e rimangono distinte, separate come l’acqua e l’olio, e di noi restano le chiazze a galleggiare. Le ore passate a guidare, dove hai la libertà di fermarti anche senza un motivo tangibile, e finisci per non saltare nemmeno un autogrill, e finisci per sentire addosso tutto il sudore di quello che hai lasciato a casa, e non esiste nessun ghiacciaio che possa asciugarlo. Anzi, la vista del ghiacciaio del San Bernardo che ti guarda severo, che cosa hai fatto, ti chiede, e tu non puoi fare altro che singhiozzare per qualche secondo. Non c’è tempo per mettere in ordine la natura inflessibile, la penombra della salita verso la Lombarda, il bagliore bianco di un torrente che si muove come una fessura sottile tra strati di morbido prato verde, la parete rocciosa che avvolge i ciclisti nei tornanti, il mare della Liguria che si è preso tutte le tue storie: non c’è nessuna indulgenza da parte della natura, che si guarda bene dal svegliarti.

E quattro giorni rubati ad agosto, in cui ti infili in auto perché non sai più fare altro ormai, diventa una caccia ai fantasmi. Smuovi rocce sull’Iseran dopo aver dato un passaggio ad autostoppisti francesi che conoscono la tua città ma non capiscono perché ti ritrovi lì. Discosti tende per guardare di nascosto la corte interna di un palazzo di Torino, il «tipico palazzo a ringhiera» che te la fa assomigliare a una città del sud invece sei in Piemonte, Torino dove «avvocati e operai vivono mescolati», ma dei fantasmi nessuna traccia in Corso San Maurizio deserta a qualsiasi ora del giorno e della notte, ci sono solo indiani che parlano all’ombra di rovine romane, tavoli, questi sì pieni, in Largo Quattro Marzo da cui scappi praticamente subito, per andare a inciampare nelle simmetrie di piazza San Carlo che ti vanno di traverso, e mentre guidi di notte ti verrebbe da chiedere aiuto alle volanti ferme in Corso Regina Margherita, e ti guardi bene dal dispiegare la decadenza e il rigore estetico di una città che hai visto soltanto da poche ore, portandoti via soltanto il macabro ma sincero riferimento del gestore dell’albergo sulle sue origini: «io sono fatto con il sangue della Fiat».

Non ci sono fantasmi dentro i fucili dei soldati francesi sul Mon Cenis, quella salita dove i temporali se ne sono andati e appaiono scritte come «il Corano è una merda» a una quota dove certi pensieri non dovrebbero essere ammessi. L’oste al rifugio a 2770 metri di quota vuole insegnarmi qualche parola in francese, una signora sconosciuta mi deride per il vento nei capelli, i ciclisti si affollano davanti all’insegna del colle per scattare l’ennesima foto: «ne abbiamo fatta una qui anche l’anno scorso, eravamo vestiti uguali». Dormo in una casa interamente di legno, nella Valle Stura, con il gatto della padrona di casa che si adagia sull’altro cuscino libero del mio letto, fissando costantemente la parete di fronte a lui. Alla sera a Demonte non ci sono ristoranti aperti, a Vinadio un’unica pizzeria, con camionisti napoletani che sbagliano tutti gli accenti delle parole inglesi, e mi viene da sorridere. Salgo fin sopra al Colle di Tenda per superare il confine a piedi e invece finisco per parlare di luoghi comuni con una signora piemontese al bar, non riuscendo a vincere nessuna delle tentazioni, compresa quella di non starmene zitto. «Non ho più l’età per avere pazienza», chiosa la barista, me ne esco zoppicando, franando a valle, e poi ancora più giù, di nuovo in Francia, di nuovo a seguire la scia lasciata dai fantasmi sui muri dai calcinacci ingialliti di Tende, nelle curve che la Roja disegna inclino il capo per assecondarne la direzione, un cartello dice che qui il vino «è coltivato sulla roccia». L’ossigeno è rinchiuso nelle serre che ammantano ogni metro libero sulle colline attorno a Ventimiglia, verso Imperia.

E senza rendermene conto finisco esattamente in luoghi in cui ci ero già stato. Solo che ora la catena della bici cade, solo che ora entro in un bar di Noli alzando le mani completamente sporche di grasso, colpevoli di tutto il nero del mondo, ben lontane da una qualsiasi bianca resa. Lego la bici a un guardrail al km 592 dell’Aurelia, c’è spazio soltanto per le auto e un abbandono, scendo la scarpata e mi ritrovo nell’unico momento di tutta l’estate in cui riesco a fissare il blu del mare così a lungo da convincermi a tuffarmi. La corrente non riporta indietro nulla, né un sì, né la voce di uno solo dei fantasmi che mi circondano. Mi asciugo sugli scogli. Risalgo di nuovo, verso la valle del Tanaro, finirò per dormire a Garessio, un paese dove di sera le chiese diventano viola, dormirò in una torre chiudendo la finestra per il suono incessante del torrente. Persino l’acqua finisce per risultare urticante, in questi giorni «da cui non si sa mai cosa aspettarsi», come mi aveva ammonito poche ore prima la signora della pescheria a Spotorno, mentre mi serviva un cartoccio di fritto misto dietro al cartello ‘Vendesi’, e che mi inclina le vertebre come il polso di quel ciclista che ho superato al tramonto, che veniva scrollato per lasciar gocciolare tutta la fatica del giorno, sull’asfalto, che mi sembrava fatto di carta, di cristallo di acqua, come le tue spalle che scuotevo molti anni prima, in una vasca da bagno, soltanto per farti ridere nella notte.

Non c’è il tempo per rimettere a posto tutto e imbastirci una storia: ci sono i colori perfetti del cielo a Senigallia, mentre stai scappando in Abruzzo con una bici nel baule, c’è il tempismo perfetto dell’auto che proprio a Sulmona si arrende, c’è la salita a Campo Imperatore percorsa anni prima per fare una telefonata in cima, dove arrivano i ripetitori, e ora soltanto per vedere se attorcigliati ai cavi della funivia del Gran Sasso ci sia rimasto un fantasma. Non lo troverai nemmeno sul retro delle inspiegabili cartoline con l’effige di Ratzinger in vendita, o sullo scheletro della torre di Santo Stefano di Sessanio. Non lo troverai nemmeno ritornando.

Qualche giorno dopo, alla fine di una pedalata notturna in Friuli, l’ultimissima tra i partecipanti ad arrivare, una donna di anni 68 con un sacco di plastica rosa e un gilet di lana grigia addosso, mi ha guardato in faccia e mi ha detto: «Io quando decido di andare in un posto, io poi ci vado, non importa con che mezzo». Ecco, una delle mie colpe è stata sempre quella di andarci, poi, nei posti in cui volevo andare: molto in alto, molto in basso. Dove vanno a nascondersi i fantasmi.

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Polo

La Polo che guido da sei anni è stata molto più di una semplice autovettura prodotta dalla Volkswagen: è riuscita a diventare una seconda casa, talvolta anche la prima. E non per i chilometri che le ho fatto percorrere, incurante del tempo che passava, e non per quello che mi è accaduto dentro: mangiare, dormire, leggere, studiare, progettare, risolvere, litigare, amare, spiare, guardare, perdere, ascoltare, morire (e mi dimentico sicuramente qualcosa). La Polo che guido è stata la mia terapia, la risposta a molte domande e catastrofi, colei che mi ha portato dove volevo andare. L’altro giorno, alla fine di una pedalata notturna in Friuli, l’ultimissima ad arrivare all’arrivo, una donna di anni 68 con un sacco di plastica rosa e un gilet di lana grigia addosso, mi ha guardato in faccia e mi ha detto: «Io quando decido di andare in un posto, io poi ci vado, non importa con che mezzo». Ecco, una delle mie colpe è stata sempre quella di andarci, poi, nei posti in cui volevo andare. E il mezzo, in questo caso, non era secondario. Continuo a rappezzare le ferite della Polo anno dopo anno, e il suo motore si consuma inesorabilmente e sapendo che molto probabilmente sarebbe stato il suo ultimo viaggio, ho deciso di portarla ancora una volta dove volevo andare, da solo con lei. Molto in alto, molto in basso: dove vanno a nascondersi i fantasmi.

Polo - Torino Colle del Moncenisio Col de l'Iseran Vinadio Demonte Spotorno Noli Campo Imperatore Italia Francia 2016

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