Thursday 15th May, 2008

1.5

Friday 9th May, 2008

Locale di un’imprecisata città emiliana, ieri sera. Noto che la gente nonostante la recessione-la crisi-la quartasettimana continua comunque a uscire, e popolare i locali anche nei pigri giovedì. Ma non è questo il punto.
Al tavolo siamo io e una mia amica, zona fumatori. Mentre lei mi sta spiegando il delicato funzionamento del sistema ospedaliero italiano, e io ribatto disquisendo di equilibri sentimentali (simulando persino una bilancia con le braccia e le mani), si avvicina un gonzo straniero.
Come mi è solito, gli dò corda, un po’ per curiosità di sapere che cosa ha da dirmi, e un po’ per la paura che se respinto, mi fracassi il cranio, e col mio sangue scriva sulla mia macchina “il proprietario di quest’auto non ha voluto parlare con me”.
Non riesco a identificarne la provenienza, me lo dice pure, ma il nome del paese potrebbe essere sia olandese che ucraino, insomma pare che venga dall’Olanda ma la parlata biascicata (chissà, avrà mica bevuto?) gli dà un tono slavo (e slavato) da profondo est europeo. Ciò, ad ogni modo, non ha importanza.

Gonzo Straniero (GS): “Amico voglio dirti una cosa. Tu ti trovi bene qui?”.
Attimo (deglutisce): “Beh sì”.
GS: “Beh amico io ti voglio dire una cosa. Come fai tu qui? Qui non si può fumare”.
A (con clamorosa ingenuità comica): “Beh la mia amica sta fumando”.
GS (inizia a spazientirsi): “Ma no, intendo fumare erba! Da mio città si può fumare per strada, quello che si vuole”.
A: “Eh, bene.”
GS: “Senti voglio parlare con te. Io chiedo come fai a stare qui”.
A: “Ci sto.”
Ed ecco che affonda il colpo. La lama dove fa più male. Con molta naturalezza dice: “Te lo devo proprio dire amico. L’Italia fa schifo”.

Io abbozzo uno dei miei “Eh” più espressivi. Ma il gonzo insiste: “L’Italia… fa schifo”. Insiste. Io fisso il numero del tavolo, l’amica il vuoto. Probabilmente è l’ultima volta che usciremo assieme. Intanto il gonzo continua a emettere la sua sentenza. “Te lo devo proprio dire amico”. Fortuna che siamo solo amici, io e l’amica (per l’appunto).

“L’Italia fa schifo, dai”.

Si allontana barcollando: “Tu non mi ascolti più, ma non so come fai a vivere qui”.
Il tavolo è il numero 706, così dopo glielo dico alla cassa e sono contenti, di solito i clienti non ci guardano mai al numero e si fa sempre tanta confusione.
“Guarda che l’Italia fa schifo”.

Arriva la cameriera e, portando le sue mani sopra le nostre spalle, ci chiede amorevolmente: “Ci sono dei problemi ragazzi?”

Wednesday 30th April, 2008

Riguardo all’ultimo video dei Radiohead, All I Need, mi domando: mediamente, sarà più guardato il bambino di sinistra o quello di destra, durante la visione del video?

(via SigurRos

Tuesday 29th April, 2008

Friday 18th April, 2008

Venerdì ero tra i pochi che saltavano durante il Liberismo ha i giorni contati, al Vox. Lo so. Ne convengo.

Sabato.

Domenica non sono andato a votare per pigrizia. Volevo tenermi buono il momento del voto fino all’ultimo, un po’ come si fa con l’ultimo cioccolatino della scatola, il più agognato e disperato. Sono rimasto dentro la cabina più del necessario, a toccare la scheda, sembrava così colorata dal vivo rispetto a quelle che si vedevano in tv. Sembrava giocattolosa. Avevo fatto le 2 croci così in fretta che mentre le infilavo negli scatoloni mi è venuto da chiedere: ma avrò votato sul simbolo giusto?

Lunedì è grandinato, e già l’ho detto. Lunedì abbiamo preso una scoppola memorabile. Per svariate ore non pronunciavo parola. Nemmeno un triplo mc bacon ha saputo donarmi la speranza. Lunedì notte ero un uomo senza speranza. Senza patria. E anche uno che ha la tendenza a esagerare. Ci rimane sempre l’Ozio no?
Già.

Martedì mi sono chiuso in camera da letto, faceva buio, il cielo grondava prevedibili lacrime di sconfitta. Mi sono circondato di tutti i quotidiani e ho iniziato a leggerli meccanicamente, con metodo e costanza assimilando ogni trafiletto sull’Italia che s’è destRa. I giornali di oggi hanno 800 pagine e una giornata non basta a leggerli tutti. Alla sera sono arrivato in ritardo a un incontro sul giornalismo, eravano in 6 tipo, 6 giovani dallo sguardo assente timido e disperato come il mio. Anzi no, dalle domande che facevano non sembravano affatto disperati, ma convinti che il giornalista è ancora un mestiere che si può fare. Che loro possono fare. Hanno chiesto come si inizia, a chi devono rivolgersi. Io gli ho chiesto come l’impostazione politica condiziona i giornalisti. Il tipo del Carlino si è agitato. Sono uno che rimestola nella sconfitta, io.

Mercoledì non è nemmeno esistito. Devo trovarmi un lavoro. Magari più di uno. Magari torno da Spizzico.

Giovedì ho letto la Convezione di Budapest e ho sbertucciato il mio compare. Mi sento un po’ ridicolo a fare quello che tira le redini, quando di solito finisco per inciamparci in mezzo.

Venerdì mattina perdo il treno. Incontro qualcuno che ha bene in mente cosa debba fare. Poi però perdo anche il treno del ritorno. Mettetemi un megafono davanti allo stomaco.

Monday 14th April, 2008

Yes, they can

Sunday 13th April, 2008
Ma oggi credo che la battaglia contro il berlusconismo sia prima di tutto una battaglia personale, che si combatte tutti i giorni in ufficio, in mensa, in tangenziale, in cortile, in pizzeria, e si può essere ossi duri. Diciamo tanto che i partiti non ci piacciono, che i partiti non ci rappresentano, ma deve esserci anche qualcosa da rappresentare. Se riuscissimo a dimostrare sul campo una volontà e dei risultati, invece di limitarci a produrre una sorda lagna, allora qualcuno si prenderebbe, io credo, la responsabilità di rappresentarci. Decidere se questo qualcuno sia Veltroni oppure no lo lascio alla coscienza del lettore.

Garnant

Saturday 12th April, 2008

Altan - Elezioni politiche 2008

Saturday 29th March, 2008

Ricordo di avere pensato le esatti parole che avrebbero poi composto la pagina dei Ringraziamenti già da diversi mesi. Direi dall’inizio di questo inverno che ora può finalmente finire. Sono parole cresciute quasi da sole, lievitate nel corso di questi anni di magre universitarie, tanto che alla fine si sono disposte come volevano loro sulla carta. E’ la cosa che mi rende più orgoglioso, quella pagina, aldilà di inutili voti e gratificazioni accademiche che durante sette anni a Ingegneria sono stati capaci di stuzzicare la mia autostima se non per pochi secondi. Poi si ripiombava sempre nell’Inutilità, nella Frustrazione e in quel senso di Impotenza subìto e cercato allo stesso tempo.
Ho messo un punto all’inizio di questo inverno, anche se dirlo ora sembra molto paraculo, e mi sono tuffato negli ultimi rigidi e freddi mesi di questa transumanza che sembrava non volesse finire mai. Mi sono ritrovato in un ufficio bianco, ho guardato la neve cadere, ho lasciato correre le derive sentimentali del mio cuore e un po’ tutto il resto, tanto che oggi, ora che mi sono fermato un attimo e che il sole è spuntato, mi viene da chiedermi che cosa mi è rimasto in mano. Un inverno durato 4 mesi, passato a comporre una tesi picassiana che spesso mi sfuggiva di mano, ad accumulare insonnie notturne faticandomi ad addormentare non prima delle 2, a cercare di trovare uno sfogo a un tappo che ribolliva in qualche serata fugace passata a perdersi nelle campagne, senza mai trovare la nota giusta, il ritmo calzante, la goccia di sudore sulla guancia che potesse far brillare un’estate “placebo” in pieno gennaio. Sopra la mia testa, in questo inverno durato molto più che quattro mesi, direi quasi sette anni, moltissimi cieli incolori: specchi dell’anima oppure calamite delle sensazioni, il principio di causa-effetto rimane a me sconosciuto e clamorosamente ambiguo. Cieli grigi ripetuti giorno dopo giorno, a soffocare un sole che forse aldilà delle nuvole splendeva lo stesso, o forse era veramente spento. Balbettando, in maniera svogliata e sofferta, sono arrivato a stampare un abbozzo di tesi, a scrivere un abbozzo di discorso e a colmare giorni pasquali di attese infinite e strette di mano anticipate. Il giorno della discussione il sole è uscito, anche se faceva ancora freddo. Il giorno della proclamazione pioveva, faceva davvero freddo nonostante fosse fine marzo. Nonostante la Primavera fosse già iniziata. Oggi il sole è tornato a riscaldare la mia pelle impallidita, tecnicamente l’Inverno è ufficialmente finito, e io non ho più voglia di maglioni pesanti e di gelate notturne, non più, almeno.

Un venerdì di inizio settembre del 2001, ero seduto nell’ultima fila dell’autobus, con il sole al tramonto che illuminava la scena alle spalle. Stavo seduto in mezzo tra l’amico di una vita e la ragazza di parte di una vita, le nostre ombre si allungavano lungo il pavimento vuoto del tram numero 9. Era appena terminata la settimana di adattamento delle nuove matricole, il lunedì successivo ci sarebbe stato il primo vero giorno di lezione, il giorno dopo sarebbero crollate le torri gemelle. Avevo ancora le sembianze (mai perse) del liceale sfigato, forse avevo già lo stesso paio di occhiali che indosso tuttora. Era troppo presto, o forse irrimediabilmente troppo tardi, per dare peso a quella specie di presentimento che la luce arancione di quel sole contribuiva ad alimentare. Ma sapevo di essere salito sull’autobus sbagliato, pur se con le persone giuste al mio fianco. Sapevo che un po’ tutti e tre non stavano sulla linea più adatta alla loro destinazione. C’è chi poi se l’è fatta propria, la linea numero 9, e ha deciso di cambiare inconsciamente destinazione adattandosi, c’è chi invece ha accettato di rimanere seduto su quell’autobus nonostante sapesse che il capolinea era sbagliato, o che sarebbe sceso giusto qualche fermata prima. O forse, che quell’autobus avrebbe continuato a girare per le vie cittadine alimentato dalla benzina più incolore sul mercato, l’Indolenza, l’Inettutidine, la Frustrazione. Ricordo spesso quella scena perchè quel presentimento che avevo si è tramutato perfettamente in realtà. Se c’è una cosa che ho imparato dopo sette anni a Ingegneria non riguarda il modo di studiare, l’importanza enorme e sottovalutata di apprendere un metodo di studio, il devastante e definitivo fascino per la vita studentesca, che si avvicina per molti aspetti al modello ideale di vita, le persone che ho incontrato e che sono diventati veri e propri “amici”, il riuscire a fare chiarezza su quello che non voglio fare da grande e che non avrei voluto fare nemmeno da piccolo, a imparare a sopportare certi doveri e non essere troppo egoisti nei confronti di chi comunque ti mantiene, a soddisfare certi desideri di chi avrebbe tanto voluto essere al tuo posto e ora, nell’autunno della sua esistenza, si ritrova una corona d’alloro sulla sua testa perchè in fondo questa laurea le appartiene molto di più che a me. La lezione più grande, e che inizio a cogliere soltanto nei primissimi momenti solitari post bagordaggine da festeggiamenti, riguarda proprio quel presentimento. Quel tipo di preveggenze che ogni tanto mi capita di provare sulla mia pelle, una voce interna che ha colto perfettamente il binario morto su cui sono incappato, o incorona di impossibilità i miei sogni. Non ho voluto ascoltare quel presentimento, e ci ho “rimesso”, tra le duemila doverose virgolette, tante quante i giorni che ho passato in un ex zuccherificio e che ora rivorrei indietro dal primo all’ultimo. Una condanna travestita da alibi, o un alibi che simulava una condanna hanno fatto corto circuito, bruciando in un giorno di fine inverno, o di inizio primavera. Nelle scintille si rivede quel presentimento, e al posto della pergamena mi è stato consegnato una pagina bianca su cui appuntare tutti gli altri presentimenti che mi verranno nei giorni a seguire, per tenerli bene in mente. Per seguirli alla lettera, la prossima volta che salirò su un autobus.

Sunday 23rd March, 2008

I’ll leave them to do what they want,
I’ll leave them to do what they need to,
I’ll go and play with words and pictures,
I’ll admit I’m feeling strange.

Saturday 1st March, 2008

Un Serbo arriva al nostro tavolo mentre sto improvvisando una partita a scacchi con Proboscide. Io sono solito insultare Proboscide, e questo mi conferisce autorità e dunque un’ipotetica valenza da Giocatore di Scacchi, quale non sono. In realtà io e Proboscide siamo Buffoni, ciò che ci differenzia è lo Stile con cui interpretiamo i ruoli che Dio, o chi per lui, ci ha assegnato.

Insomma mentre io gli mangio il pedone, entra nel locale questo Serbo vestito in tuta anni ‘80, con una giacca e un cappello elegante (?). La tipica barba e il tipico accento biascicato degli slavi ubriachi, quelle finezze balcaniche che sul momento ti fanno sentire tanto di fronte a un Bregovic e quindi ti sembra pure simpatico, ti convincono a dargli confidenza, ma sì dai, diamo un tono etnico alla serata clandestina.

Chiede di dove sono, ma mi scambia per un siciliano, dimostrando una limpida coscienza di dove crede di trovarsi. “No tu siciliano!”. Individua in me il giocatore migliore a scacchi dei quattro italici commensali, e mi lancia la sfida. “Dai amico metti un euro sul tavolo”, e picchia la mano grande e ruvida sul tavolo. In casi come questi io tendo a ripetere sempre la medesima frase, qualcosa di simile a un altrettanto biascicato “no no non compro niente”, e inizio a muovere il mio pedone, ma al Serbo evidentemente non basta. Essendo ubriaco (anche se non in maniera evidente) vuole osare di più, e lancia un’allettante offerta: “se perdi sarai il mio schiavo per un anno”. Sento che la situazione si fa pesante, allora cambio la frase biascicata in una variante più seria e risentita (”no no, non c’ho una lira”) ma questo mio cambio di tono sembra innervosire il Serbo. Mi piazza la sua mano grande e ruvida in testa con fare brontolante, evidentemente ci teneva proprio a giocare a scacchi, o forse aveva un gran bisogno di uno schiavo in casa (del resto chi non vorrebbe uno schiavo?). Da biascicato divento risoluto, “no no, non ci sto più”, cercando uno sguardo di ferma approvazione da parte dei miei Compari (lui sarà slavo, ma io sono italiano! <ammicca>) i quali stanno allungando nelle tasche della tuta del Serbo arachidi e patatine. Proboscide gli infila addirittura una banconota da 10 euri per farlo continuare. Fortunatamente per il divano del locale la mano grande e ruvida del Serbo non mi spappola il cranio e decide di andarsene brontolante.
Il gestore del locale ci porta via la scacchiera.

Da lì in poi, avremmo parlato di Futuro.

Friday 29th February, 2008

Non potevo farmi mancare, proprio per l’ultimo esame universitario della mia vita, il classico numero della Figuretta. Chiudo l’imbarazzante capitolo degli esami con un 18 calato quasi come una concessione. In fondo non poteva che andare così, incerto e titubante fino all’ultima firma sul libretto.

Per la prima volta in sette anni, parole come “fine” e “laurea” acquistano un senso.

Saturday 23rd February, 2008

L’aspetto più disturbante di questa “candida” giornata, dove gli appuntamenti sono falliti uno dopo l’altro, non è la delusione che ne deriva, quanto l’ennesimo spreco di risorse psicoemotive per qualcosa di cui non me ne potrebbe fregare di meno. Se ci si deve illudere, se bisogna portarsi sulle spalle enormi macigni di pazienza, se bisogna riderci sopra, allora sarebbe meglio fare tutto questo per qualcosa per cui ne valga davvero la pena. Voglio delusioni “DOC”, e non scoprire che è finito il Tavernello.

Tuesday 5th February, 2008

Marzo 1999. Mi sto strafogando dentro una specie di “Rock Cafè” spagnolo (un suo surrogato cinematografico) a Madrid, durante la prima gita liceale all’estero. Nell’etere risuona You get what you give, dei New Radicals. Stereogum ripropone il video di una canzone caposaldo degli anni ‘90.

Tuttavia non raggiungiamo i picchi di Drinking in LA, canzone mito, come ben spiega Accento Svedese, del 1998. Si sentiva anche dai megafoni del bagno più sfigato di Lido di Spina, mentre io saltellavo a tempo in mare. Ripetutamente ascoltata a letto, con il walkman a cassette, durante quelle notti estive tutte uguali tra loro.

Friday 1st February, 2008

L’unica nevicata di questo Inverno l’ho vissuta all’interno di un ufficio bianco. Erano tutti in ferie, tranne io che mi scaldavo le mani sul calorifero.
Giunto il momento della pausapranzo, mi sono infilato guanti e berretti e mi sono diretto verso il cent(r)o. La mia canonica ora di libertà l’ho passata così, a camminare sotto i portici sferzato dalla neve che cadeva di traverso. Locali chiusi, bar semideserti, negozi che proprio in quel momento calavano le serrande, se non erano ancora in ferie. Muri ricoperti da locandine ormai consumate di feste di capodanno. Erano i giorni in cui “confidavo nel 2009″, e non ho ancora cambiato del tutto idea.
Mi sono fermato davanti alla Torre, tenendo in mano un ombrello goffo e traballante. Mi sentivo molto turista, quasi che fossi capitato dentro quella scena in visita di piacere. Sono rimasto lì impalato il tempo sufficiente per ricoprirmi abbondantemente di fiocchi.
Poi sono rientrato nell’ufficio bianco, e la neve si è sciolta sul pavimento.

Friday 25th January, 2008

Condivido dalla prima all’ultima lettera. Nel senso proprio di condividere lo stesso stato d’animo e di rassegnazione. Ma nemmeno, tanto disillusi lo si era già. E neanche sgomenti. Forse questi 618 giorni mi sono serviti ad abituarmi all’inizio della fine. Una specie di preambolo a questa serie di Giorni Meravigliosi che stanno per iniziare.

Certo, lo so bene che siamo oltre la Fine, oltre i titoli di coda, ma la Realtà e la Verità sono due cose diverse.

E ora ricominciamo (anzi, ricominciate) pure a lamentarci delle leggi liberticide, dell’avanzata della cattofasciomoderatocrazia e che tanto “non cambia mai niente”.
Già, non cambia niente perchè gli italiani non cambiano mai.

Wednesday 16th January, 2008

Devo riaggiornare la definizione di “fuso” nel mio vocabolario personale.
Inizi la giornata radunando le idee e studiando il quadro generale della situazione. Fissi i punti di intervento. Elenchi le risorse a tua disposizione. Intervieni sui controlli web della pagina, poi ti accorgi che non hai la minima idea di cosa stai manipolando. Ti fermi dunque a raccogliere informazioni su questi controlli web per l’accesso ai dati. Richiedono una risorsa dati. Vai a cercare come implementare questa risorsa dati. Nel frattempo viene modificato il flusso, peraltro accantonato da giorni per dedicarsi ad altre questioni. Tieni in sospeso la modifica necessaria, ritorni a curiosare nella risorsa dati. Ti accorgi che è necessario organizzare meglio, e definitivamente, questa risorsa dati. Ti telefona il tuo supervisore per chiederti se hai finito tutto. Eviti di rammentargli che le giornate hanno solo 24 ore, e lo lasci nell’illusione che Volere è potere. Prendi tempo, decidi di mostrargli i problemi che sono sorti oggi, ma si rivela un boomerang. No no, così non va. Finisce la giornata dove le parentesi da curve sono diventate dritte, lunghi e ghiacciati scivoli che ti condurranno all’ennesima notte di 5 ore di sonno. Che poi non sono nemmeno poche. Ti aspetta una serata dove dovrai costruire per la prima volta un database come si deve, con tabelle da 20 campi, tipo. Con tante tabelle del genere, tipo. Magari farle andare d’accordo, tipo. Tipo. Aggiungi un punto alla lista di cose da fare: evitare di stilare una lista di cose da fare, tana libera per tutti.
Avevo iniziato da tempo a vivere alla giornata, giorno dopo giorno. Inizierò a pensare a vivere al minuto, secondo dopo secondo.

I Beatles possono poco.  Le piadine sembrano indigeste. Questa volta tento la carta:

“Guidare in superstrada col finestrino abbassato, in gennaio, cantando Mr November, e stringere con le mani i miei sogni dentro le tasche. I miei sogni sono scontrini appallotolati.”

Sunday 13th January, 2008

Interrompere quello che si sta facendo (qualsiasi cosa) per ascoltare i Beatles.

Poi riprendere.

Sunday 30th December, 2007

(Questo, è il pippone di fine anno)

Dura perchè fa, non fa perchè dura: Prodi davanti al portone di casa sintetizza così la sua opera di un governo mal sopportato da tutti. Penso che a crederci siano rimasti in tre: Romano, Scalfari e io che leggendo ogni domenica l’Eugenio mi riconvinco che questo non sia il male minore, ma quello “necessario”.

Ho iniziato il 2007 in una stanza d’albergo col wifi bloccato, leggendo Repubblica mentre il mio compagno di stanza russava con la bauscina alla bocca. Ho fatto la colazione più rilassante dell’anno intero, cappuccino più torta alla ricotta, in un pub vintage anni 70 vuoto, e fuori le montagne senza la neve. La torta era molto buona, tanto che mi sono fatto portare un’altra fetta. Poi sono arrivati gli altri, e non sapevo se essere io la persona in mezzo a tanti scarafaggi enormi o viceversa. Avrei preso una terza fetta, comunque.

Ronaldo rotola da Madrid a Milano, ma questa volta sponda rossonera. E’ tondo come una ciambella, ma questa volta il buco non c’è. Segnerà un gol nel derby di ritorno, portandosi la mano alle orecchie come dire, ai tifosi nerazzurri schiumanti odio: e adesso? Adesso ti farai spuntare un’imbarazzante acconciatura su ordine del Presidente, e diventerai un ex-calciatore ancora a libro paga.

Ho organizzato un concorso fotografico per la mia città. Ho passato alcune serate ad attaccare abusivamente volantini e ricontrollare la mattina seguente se non fossero stati stracciati. Fino all’ultimo non c’era nessun iscritto, poi alla fine risultarono una trentina di partecipanti. Ho premiato i vincitori del concorso fotografico, ho allestito la mostra del concorso nel pieno centro cittadino. Una mattina una tempesta di vento fece volare via alcune foto, ma le rimpiazzammo.

21 febbraio: per un pugno di voti viene bocciata una mozione in Senato (non ricordo nemmeno a cosa si riferisse) e Prodi, quello che dura perchè fa, si dimette. C’era ancora qualcuno che masticava amaro, “così si riconsegna il paese alla destra”, ecc. Oggi penso che i delusi sarebbero in tre (vedi sopra), ma quel giorno l’incazzatura era diffusa, e non fate finta di non ricordare: ci credevate ancora un po’ anche voi.

Ho incontrato praticamente quasi tutti gli assessori della mia città. Ho fatto visita a diversi imprenditori ferraresi, entrando in uffici che probabilmente mai rivedrò più. Ho stretto mani sincere, altre viscide, altre ancora indifferenti. Ho capito che non sono porte inaccessabili, anzi, sono molto più spalancate di quanto una segretaria poco disponibile possa inizialmente far credere. Hanno tutti voglia di essere interpellati, di dimostrare che loro è gente che ascolta, a differenza del resto della comunità cittadina che è sorda. A me è sembrato che in giro ci siano molti muti, tranne lodevoli eccezioni, vedi il tipo col sigaro che ci ha chiaramente fatto notare le cagate che stavamo commettendo senza volere nulla in cambio (anche i buoni consigli hanno un prezzo): solo perchè avevamo ventanni e una storia da raccontare.

3 febbraio: “il calcio chiude”, titola la Gazzetta, ma non ci crede nessuno. 28 febbraio: muore Giorgio Tosatti. Prodi riottiene la fiducia al Senato. Il Novecento continuerà a morire al telegiornale, tra un senatore a vita che invece tiene duro. Fanno notizia solo gli ottuagenari: o perchè crepano, o perchè tengono in vita con la flebo un governo morto di un paese morto.

Salto diversi concerti, in più punti del norditalia. Frequento diversi pub, ma finalmente escono di scena dalla mia vita locali inutili. Crescendo, si impara a dire di no, anche se per ora ci si limita ai pub. Diversi sabato sera passato a fissare il vuoto del boccale di birra, rari casi in cui ci si perde a Padova, si esce sporchi di fumo e di sudore da Bologna, si esce con gente che entra per caso nel venerdì sera per riuscirne altrettanto fatalmente. Gente che si fidanza, gente che si ama, gente che si perde di vista, ma io continuo a fissare il boccale di birra vuoto, lo faccio rotolare sul tavolo, non cade, non si rompe, ma non resta nemmeno in equilibrio. Our velocity, mondi paralleli disallineati, l’eclissi di luna sugli scalini del Duomo chè sembriamo due barboni, ma nessuno ci dà la carità. Sono tutti occupati a limonare, a litigare, a decidere dove andare in vacanza. A dire di sì.

6 marzo: l’Inter viene eliminata dalla Coppa dei Campioni, con rissa finale. Anche se in campionato viaggia con 80 punti di vantaggio, mi rimarrà più impresso uno scialbo 0-0 a Valencia che uno scudetto vinto in maniera tracotante, imbarazzante. Sarà che ho gusti difficili. 19 marzo: viene liberato Mastrogiacomo. Chi?

Scrivo un post sulla masturbazione che mai pubblicherò, pur ritenendolo tra le mie migliori cose scritte. Non riesco ad addormentarmi alla notte, penso agli esami che devo fare e che puntualmente non passo. O li passo col gontagoccie, goccioloni gonfie che ci mettono una vita a staccarsi dal rubinetto e quando crollano nel lavandino emettono un tonfo piccolo impercettibile. La mia vita è regolata in base alle sessioni d’esame, ogni tre mesi una resa dei conti, un saliscendi emotivo condito da “mai più”, “ora mollo”, “un passo alla volta”. Alla notte non mi addormento ripensando a tutto quello che sto tralasciando nel tentativo (vano) di studiare, la mente si affolla di pensieri parole opere e omissioni. Arriveranno diverse mattine in cui non ricorderò nulla di quello che sarei potuto essere.

Si esce dall’inverno più caldo degli ultimi 4000 anni. Ho visto magliette a maniche corte in gennaio, sono scene che fanno molto male, più ancora che un pinguino agonizzante sporco di petrolio. Ho paura della gente a gennaio in maniche corte, prima ancora del fatto che faccia così caldo. Non esisteva più la neve, nel 2007 è sparito anche il Freddo. Altro che Governo Prodi, il vero dramma mondiale è la comparsa del congelamento di noi stessi. Si sente la puzza per le strade.

Dormo. La gente si laurea. La gente fa feste di laurea. La gente legge cartelloni alle feste di laurea. Si incontra gente bella alle feste di laurea, ma bella nel senso strettamente estetico del termine. Rifletto sulla bellezza, una condanna più che un piacere, in fondo. Giro per Verona con una macchina fotografica al collo. Fa caldo, ma è già aprile e non posso più lamentarmi, nè vorrei farlo.

Guardo Verona dall’alto. Seduto davanti alla stazione centrale di Milano mi godo i pochi secondi fuori dalla gabbia dorata ferrarese. Tira vento. Mi sento dire che volere è potere, e non sarà la prima volta nel 2007. Penso che sia una buona idea farsi la doccia al mattino con gli Strokes in sottofondo. Non la metterò mai in atto.

21 aprile: ultimo congresso dei DS, in vista della fusione fredda con gli ex-democristiani per il partito Democratico. 7 maggio: Basso confessa il quasi doping. Somatizzo.

Mi ritrovo a fare una telefonata di oltre 2 ore, io che odio parlare al telefono. Mi ritrovo a condurre la conversazione, a fare domande, a tenere il ritmo, io che odio parlare. Ma è il solito treno del 2007 su cui non sono destinato a salire. Altri ne passeranno, inaspettati o meno, semplicemente non andavano dove ero diretto. Per cui rimarrò a scaldare la fredda panchina di marmo della stazione, col sole negli occhi che non mi fa vedere bene il tabellone delle partenze. Riesco comunque a sentire dall’altoparlante la voce meccanica che annunca un copioso ritardo sull’intercity numero XXXX.
Nonostante l’allergia, percorro ripetutamente una ciclabile di 12 km ricoperta di “plumini”, con la tragicomica conseguenza di piangere come un bambino. Aggancio alla bici la metafora definitiva del 2007, e cercherò di stamparmela per bene in mente con ripetute sessioni. Le colline bolognesi e un concerto in piazza castello, i mancati 100km percorsi causa attacco intestinale e i finestrini appannati autunnali, si mescoleranno tra loro, e saranno affrontati con lo stesso scalo di marcia del
cambio della bici.

24 maggio: i Perturbazione vengono in piazza a Ferrara a parlare di viaggi della mente. Suonano Agosto chitarra e voce.
Guardo pochi film. Zodiac pur essendo palloso mi piace, ma non capisco il perchè. Odio le multisale.
7 giugno: l’Heineken Festival è spazzato via da una tromba d’aria. Vado a pescare. E’ tutto (solo) cronaca, dentro e fuori casa.
27 giugno: Veltroni inizia la sua sequela di “ma anche”. L’entusiasmo dura il tempo di arrivare al telecomando e spegnere la tv. Continua a leggere…

Friday 28th December, 2007

Ogni evento di queste ultime giornate del 2007 lo trasfiguro e lo soppeso in un’ottica giustizialistica, caricandolo di eccessiva responsabilità. Se domani mattina mi alzo e non riesco a infilare al primo colpo il piede nella ciabatta, sarà l’inequivocabile dimostrazione che è stato un anno pessimo per le calzature domestiche, ormai di scarsa fattura, e più in generale per le mie articolazioni inferiori.

Oggi ho scritto una lettera (una mail, vabbè) al direttore dimissionario di una rivista settimanale cui tengo molto, per fargli arrivare tutta la mia gratitudine per il lavoro sin qui svolto. Non pensavo che sarei arrivato a dire grazie al direttore di un giornale, ora come ora mi sento molto carampana.
L’altro giorno ho visto Amelie e sulla scena del cieco portato a spasso se avessi avuto la porta chiusa a chiave sarei scoppiato a piangere come un bambino. Un inno alla vita, sì, ma mi sentivo a disagio a vedermi ridotto così. Come un savoiardo inzuppato di caffè.

Sì, è vero, sono ripetitivo. Ma semplicemente prendo spunto dalla realtà, lei sì ripetitiva fino a diventare caricatura di sè stessa. Prendete Capodanno, per esempio, prendete i miei, di Capodanni, e noterete l’escalation psicoemotiva alquanto bizzarra che caratterizza ogni veglione. Memorabile il Capodanno del 2005, passato a reggere in piedi l’amico ubriaco che ti sputazzava pezzi di mollica in faccia. Oppure l’anno scorso, dove ho assaggiato per la prima e ultima volta il famigerato piatto con le lenticchie, seduto ad una tavola imbandita di coriandoli e stelle filanti. C’erano pure i cappellini! Ricordo che il mio livello di comicità caustica era ai massimi splendori, e sono quasi riuscito a far affogare F dalle risate. Bei momenti per la mia autostima. Penso che l’ultimo capodanno decente che ho fatto sia stato l’ultimo passato in casa coi genitori (ne ricordo uno del 1989, alla tivvì c’era Funari su Raidue… dio mio, FUNARI!), poi non appena hanno aperto la cella è iniziato il terribile Limbo di fine anno, quelle ore interminabili dove si ammassanno pensieri di ogni tipo (catastrofici, deprimenti, positivi, ott… ottimistici) come nel gorgo di un lavandino intasato. Vorresti arrivasse qualcuno trionfante con lo sturalavandini in mano, ma ovviamente non arriverà mai. Arriverà nel 200X, ovviamente.
Capodanno è la sensazione di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato (con la gente sbagliata?). La sensazione di non stare con chi vorresti stare, ogni anno ti coglie puntuale con maschere diverse, e delle più inaspettate. Vorresti essere in un altro luogo, e se anche ti ci portassero, vorresti essere ancora altrove, in una rincorsa infinita.

(No, questo non era il post pippone di fino anno).

Sunday 23rd December, 2007

In fondo ho partecipato finora a 24 Natali, un numero non troppo elevato che dovrebbe consentirmi, qualora lo volessi, di mettermi lì e provare a ricordarmeli tutti. Potrei stilare il grafico relativo ai “giochi da tavolo post pranzo” e notare una paurosa flessione di scala 50, molto in voga anni fa mentre ora praticamente soppressa. La tombola ha ballato una sola stagione, un tentativo di rendere il nostro natale molto mainstream che non ha saputo perforare la loggia massonica delle carte da gioco, forse anche per la scarsa posta in palio. 24 è un numero non troppo basso per poter tirare una riga, seppure di gesso e quindi opinabile, ed affermare che sostanzialmente ci siamo: il salto generazionale è in atto, i parenti stanno regredendo al ruolo di Perfetti Sconosciuti, sostituiti dalle nuove maestranze che la vita ha messo sul nostro cammino.
Quando martedì salirò le scale condominiali, mia nonna mi vedrà ancora con gli occhiali verdi e tondi, il viso un po’ più paffuto e i capelli sensibilmente più corti, e io le chiederò ancora se mi potrebbe comprare una confezione da 6 delle Coppa Campioni. Faremo tutti finta di appartenere alla stessa famiglia, sangue dello stesso sangue, mentre invece sarà la celebrazione del Virtuale. Il nostro Natale Reale è altrove, ha assunto sembianze diverse, delle più disparate, e nuovi Parenti si sono sostituiti a quelli precostituiti che il Destino ci aveva assegnato. Iniziamo ad avere i nostri, di Parenti, acquisiti o scelti da noi stessi perchè ormai abbiamo scelto con chi passare, se non il resto della nostra vita, quantomeno il prossimo fine settimana.
La nostra famiglia moderna è disaggregata in mille rivoli, è agile e invisibile ma replica al suo interno dinamiche molto simili alla Famiglia antica. Ci sono i parenti che non sopporti, i parenti che ti tocca vedere e da cui sei costretto a ricevere il buffetto, ci sono quelli che non vedi mai eppure riesci comunque a farci una sana chiaccherata. La diabolica alchimia che miscela assieme indifferenza e inspiegabile senso di affettuosa appartenenza, è stata tramandata a noi stessi, così adulti nei nostri berretti in cui nascondiamo incipienti calvizie e sotto il quale ci scambiamo convenevoli. E ci provi anche, a nascondere il viso sotto una sciarpa alta, ma è così lascivamente colorata, la sciarpa, che non fa che peggiorare la situazione.
Non è più il sangue, non ancora almeno, il motivo per cui affoghiamo il cucchiaio nello stesso brodo, ma la casualità, la solitudine, nemici comuni, aspirazioni condivise. E’ ormai tempo di mandare i messaggini di auguri alla zia, al nonno, al trisavolo, e di stringere invece la mano ai nostri nuovi Parenti: quello che non vedi mai, quello con cui a tavola finisci sempre a parlare di donne, quello con cui vai a giocare con la play appena finito di mangiare l’ultima fetta di pandoro. Quelli che ti vedranno sempre con gli occhiali con la montatura metallica, il viso smagrito e pallido, i capelli effettivamente un po’ troppo lunghi.