Sarà che non esci da mesi sei stanco hai finito i respiri soltanto

Un festival è come l’estate, ti porta lontano senza andare da nessuna parte. Un festival è come il finale di Gloomy Planets, ma fatta dal vivo, quando la tirano lunga, così lunga, ma senza cedere di una nota e sembra che potrebbe durare per settimane e poi nel finale cede di schianto, disarmata e disarmante. Un festival è come un inverno che dura da mesi in cui tutto il resto, vita compresa, viene dopo: prima c’è quell’errore da correggere nel comunicato, una sezione da aprire sul sito, un’altra ingiustizia da masticare, un altro aiuto per cui ringraziare, un proiettore da trovare la domenica mattina quando la città è divisa a metà dalla maratona e la tua testa dalle poche ore di sonno. E quando finisce, rimani tu e la tua vita, rimasta ferma esattamente al punto in cui l’avevi lasciata, sullo zerbino all’ingresso, calpestata da tutto l’andare e tornare di casa di questi mesi senza sorrisi e senza respiri, in cui finisce per cercare conforto, finisci per citare a tradimento anche Tiziano Ferro per provare a infondere fiducia in fotografi che devono presentare i propri lavori.

Un festival è tutto quello che poteva succedere e non è successo, è ritornare sulla Terra dall’orbita lunare di notti passate davanti a Illustrator, di amici che ti chiedono dove sei finito, di domande che ti piovono addosso proprio quando non era mai il momento. Un festival non è mai un momento, e serve a scrollarti di dosso tutto ciò che hai di prezioso (meno i ricordi), rimanendo soltanto con i calzini sporchi in mano e capelli troppo lunghi da tagliare.

Ritorni a casa e rimani stordito, quando la sequenza di viaggi interstellari cessa improvvisamente, e ti rendi conto che non hai trattenuto nulla, nessuna delle splendide persone che hai conosciuto in questi giorni è rimasta, sono ripartiti tutti, e quelli che dovevano tornare hanno messo in piedi, altrove, un festival sulla coerenza. Hai tenuto tra le mani consumate da chiodi, nastro adesivo, inchiostro, polvere, calcinacci, improvvisazione e verità, soltanto un’unica lezione, appresa proprio mentre dai il giro di chiavi finale: ed è sugli asteroidi da schivare mentre si fa ritorno sulla Terra, quando l’ultimo viaggio interstellare è concluso. La riconoscenza verso essersela scampata è scolpita sulle lenti appannate dei tuoi occhiali dalle parole di Massimo Mastrorillo su Aliqual, il progetto dedicato a L’Aquila terremotata, che rimbalzano come un Supertele desaturato sulle lamiere di un garage dentro un’ex caserma dei Vigili del Fuoco:

Se devi scegliere tra due storie quella da raccontare, prendi quella che non ti piace: perché sarai costretto a trovare una soluzione.

Queste, sono le parole che rimangono, di un festival in cui ti ritrovi a presentare la mostra che tu stesso hai scelto, che il giorno prima, a riguardarla appesa sui mattoni consumati di un giardino segreto, ti faceva singhiozzare silenziosamente dentro di te, rompendo quei pochi cocci rimasti ancora da frantumare. La mostra di un fotografo di Sulmona, lo stesso posto in cui avevi lasciato la tua macchina rotta a Ferragosto per una settimana, e in cui eri ritornato a riprendertela il giorno di un altro terremoto, camminando a piedi dalla stazione all’officina passando tra erba alta, marciapiedi morsicati dalla statale, il cielo illuminato così schietto e ruvido e dolce come solo in Abruzzo sa essere, d’estate. La storia che non ti piace è piena di coincidenze, dello stupore di quel fotografo al bar che ascolta il tuo racconto su pedali dell’acceleratore rotti, e di ringraziamenti e di terremoti, ed era iniziata forse anni prima, anni di altri terremoti ancora, a te più vicini, che ti ritrovi a spiegare a giornalisti sulla tua auto ora aggiustata mentre li guidi in una città che fatichi a riconoscere, e infatti finisci per perderti di notte. La storia che non ti piace sei tu che l’hai scelta, in questi mesi di inverno che non finiscono mai, che iniziano dalla fermata della metro ‘Salvator Rosa’ dalle pareti rosa e da scale mobili interminabili per raggiungerne l’uscita, dall’edicola aperta la domenica mattina con l’edicolante che esce dal gabbiotto per mostrarmi la via più breve per raggiungerla, prendendomi sottobraccio con quella complicità ormai lusso soltanto tra sconosciuti.

Bisogna nuotare per un’estate intera, per arrivare alla fine di un festival o all’inizio di una storia che non ti piace e che ti costringe a trovare una soluzione invece che ammirare «l’estetica del disastro», in una definizione che Gianpaolo Arena applicava all’indagine fotografica sulla tragedia del Vajont ma che sembra così calzante per questi tempi, i nostri tempi. E rotoli giù, come un sabato sera di fine luglio in cui gioca la Nazionale, finendo dentro un girarrosto poco prima dell’incrocio con via S. Teresa degli Scalzi, quando sei solo come soltanto alla fine di un’estate di cui prenderai tutto e non rimarrà nulla puoi essere, come alla fine di un festival, come all’inizio di una storia che non ti piace e ti condanna per gli inverni a seguire a trovare una soluzione.

Un festival è la ricerca continua, di una soluzione, è la terapia che usano coloro che non vanno in analisi per vedere cosa rimane, quando l’alta marea si ritira dalla spiaggia, vedere cosa ha resistito alle onde delle nostre imprecisioni e alla furia delle nostre passioni, vedere cosa è rimasto aggrappato alla sabbia bagnata che non è stato inghiottito dai bilanci, dai saluti, dagli interventi chirurgici alle madri rinviati, dal congedo umano dallo stress in cui anni prima saltavi dentro e ora invece lo tieni per mano. Un festival è dare un nome allo stress, addomesticarlo, farsi addomesticare, definire una lingua dei segni che non ha bisogno di suoni per esprimere concetti ma soltanto di gesti: un calcio alla sedia nel tuo ufficio quando non trovi quello che stai cercando, un labbro morsicato nell’ultima fila del cinema, un’imprecazione la sera prima quando scopri un imperdonabile errore, il morso allo stomaco quando qualcun altro ti dimostra che avevi torto, il morso allo stomaco quando qualcun altro ti dimostra che avevi ragione, la gratitudine eterna, la solitudine della primavera.

Un festival è il rinunciare a tutto il resto, in nome di questa soluzione, e quella distanza insanabile tra te e la soluzione. La mostra che hai scelto è un progetto di un fotografo su Monia, sua sorella disabile, che avevi notato anni prima, e che ora ti ritrovi spiegato dallo stesso autore che ti guarda in faccia emozionato quanto se non più di te: «Può passare una settimana senza che mia sorella faccia qualcosa, ma poi capita, e io devo essere pronto a scattare in fretta». Un festival è essere pronto a scattare in fretta, ritrovarsi ogni giorno a fine giornata a pensare di sé stessi quello che quel fotografo pensava di sua sorella, «di conoscerla bene, e invece non ne sapevo nulla», come l’estate, in cui sai tutto, di giorno, e di notte non sai mai nulla, come il finale di Gloomy Planets, ma fatta dal vivo, in cui pensi ora finisce, e invece non finisce, come le soluzioni, che credi di trovarle, e invece sono sempre loro che trovano te: «Pensavo che a mia sorella mancasse qualcosa, e invece lei ha tutto quello che le serve per essere serena, è solo qualcosa di diverso dai nostri bisogni».

Un festival è la serenità degli altri, è andare avanti fino a quando ci sarà il bisogno di comprendersi, l’uno con l’altro, come il progetto su Monia mai avrà fine, «perché per ogni domanda su mia sorella cui trovo risposta, se ne aprono altre su me stesso». Sulla spiaggia, alla fine di un festival, quando la marea si ritira, rimani solo tu, e una soluzione che non ti piace.

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La fantascienza

Credo di aver capito perché cerco (sebbene sporadicamente) di tuffarmi almeno fino alle ginocchia nel primo film di fantascienza che passa in zona. La fantascienza rende molto insignificanti le umane vicende, e al tempo stesso amplia esponenzialmente la portata del più piccolo gesto. Per spiegarla facile: quando piovono alieni dal cielo, noi smettiamo di contare qualcosa, ma al tempo stesso Hollywood ci regala il premio di consolazione, donando un potenziale narrativo rilevante alle nostre azioni. Scelgo di procedere alla visione di Arrival nel momento più inopportuno, per paura di mancarne la visione, andando in un multisala zeppo di giovani coppie e gruppi di amici più giovani o meno silenziosi di me. E scelgo di andarci di sabato sera, che per un multisala è come la domenica pomeriggio per il campionato di calcio. La temperatura in sala cresce con il passare dei minuti di trailer e pubblicità che precedono la visione, «circa 25», come recita il biglietto, e mi ritrovo compresso nelle poltrone centrali, circondato da corpi, giacche appoggiate sugli schienali, considerazioni e silenzi altrui. «Forse è troppo», penso al 24esimo minuto circa di attesa, e poi inizia il film e finisce questa storia.

Quella che invece non finisce mai, riprende mentre rientro a casa, e ripenso a come era iniziato, questo sabato. Un sogno che finisce a metà mattinata, all’interno della villa di una famiglia che ero convinto di conoscere, nei suoi componenti molti anni prima. Madre, padre, le due figlie e gli altri ospiti della casa, che mi chiedevano come erano andati questi anni, e come stava S, colui che ci aveva presentati anni prima. E per la prima volta nella mia vita mi sono svegliato da un sogno senza nessun dubbio sulla veridicità del contenuto. Quella famiglia esisteva, restava solo da stabilire quando l’avevo conosciuta. Solo dopo molte ore, quando mi son deciso a chiedere direttamente a S, mi sono sentito rispondere: «ma di chi diavolo stai parlando?». E confesso di essere stato fiero di me, anni di pratica a rimanere intrappolato nei sogni finalmente iniziano a dare frutti concreti, tangibili, a condizionare non le mille altre esistenze parallele, ma questa terrena, presente, offrendomi ore di compromesso esistenziale in cui mi lavavo i denti ed ero convinto di ciò che avevo sognato, un «gioco a somma zero» dove tutti ci guadagnavano qualcosa: i sogni, la realtà, il mio degrado cerebrale. Una giornata che finisce leggendo teorie linguistiche introdotte in un film di alieni che non è sugli alieni eppure parla con gli alieni, che ti costringe a credere, ai tuoi sogni, e alla realtà, e ad accettare che quello che manca, prima di tutto, sono le parole per descrivere ciò che accade. La sera prima ancora, le parole le avevo trovate, scrivendo la solita lettera bruciata: «stiamo morendo mentre tu non torni», e non c’era davvero niente di tragico. Erano solo le parole giuste, perfette, venute alla luce smuovendo la terra bagnata dalla prima pioggia dopo due mesi invernali di siccità, disegnate sputando fumo nero sul vetro del parabrezza dell’auto. Perché è vero e prima di tutto banale, lapalissiano, che si sta morendo, tecnicamente, perché è vero, che le nostre vite sono in mano a qualcun altro, perché è vero, che niente torna. La fantascienza riesce a rendere universale la mia stupida pervicacia nel rimanere ostaggio del cavallo sbagliato, le fughe nelle librerie dove si finisce a contare i carrarmati del Risiko portatile, i discorsi dettati alle note vocali del cellulare, le piadine fatte in casa troppo morbide per essere vere, l’accordo con la chitarra elettrica imparato grazie all’Xbox, le promesse che sono le ultime verità rimaste, la tua assenza.

categorie: Catene, Linea d'ombra
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Cric

Nemmeno la metà dei 54 minuti di cui è fatta Reflection, l’unica e infinita traccia del nuovo album di Brian Eno, e già quell’esitare di fronte a un’apparente banale richiesta, stasera, prende le sembianze di un 2017 che deraglia. A loro dovevo dire sì, stasera, come a tutti i treni che passano una seconda volta, e non ci si può permettere il lusso di dare la precedenza al passato, lasciar decantare i macigni ingoiati con l’aspirina appena qualche ore prima: bisogna dire di sì, al presente, perché altrimenti si offende. Il tempo non è neutro come la natura, ha un umore e un arrangiamento compiuto, proprio, imperscrutabile ovviamente ma non per questo inerte. Il presente si offende, se quando ti degna di uno sguardo tu sei impegnato a porgere corone di fiori al passato: perché ogni istante diventa tale, passato, ogni cosa, anche la più recente, anche cambiare la ruota dell’auto forata la mattina, davanti a casa, scavando nella ghiaia con il badile perché il cric, sotto il peso della macchina, non fa presa sul terreno, anche questo diventa un monumento. E tu lo rispetti. E tu hai il sangue di marmo, anche oggi, mentre non riesci neanche stavolta a saltare dentro il presente.

categorie: Catene
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Guardare

C’è questa cosa, di mia madre, quando la metto a sedere sulla poltrona con le ruotine, e la spingo fin sul ciglio della porta, in camera. Lei protende la schiena, si spinge in avanti leggermente, per allungare il collo oltre lo stipite e sbirciare sul corridoio. Guardare. Siamo nel reparto di Neurochirurgia, relativamente povero di accadimenti. Eppure la locazione dei cassonetti della raccolta differenziata, il carrello dei lenzuoli puliti, le braccia conserte dietro la schiena di un parente di un altro paziente in attesa accendono la sua curiosità a digiuno da settimane di vista frontale su un televisore spento. Che dopo quaranta giorni di niente non si è sopita, la sua curiosità, è ancora lì, tutta intatta, pienamente funzionante.

Guardare, guardare: guardare. C’è ancora così tanto da fare e abbiamo così tanto smesso di fare tutto.

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La paura

L’anno si chiude in una saletta di attesa di un reparto di un ospedale: ho mia sorella seduta vicino che si è addormentata, indossa un paio di scarpe che un po’ le invidio, come la capacità di assopirsi appoggiata a un esile gomito. Oggi è l’ennesimo giorno di queste vacanze passate perennemente fuori casa ma senza vedere quasi mai il cielo, il sole: giusto le albe, ci sono concesse. E mentre cambiano i reparti e annoto gli errori di battitura sui volantini di lavori edili lasciati sul tavolo, o la mutazione dei colori dei piani (per il resto tutti perfettamente speculari tra loro), quasi fosse un film di Antonioni (che peraltro non ho mai visto), ripenso a tutte le altre fine di anno passate: la prima con gli amici, la prima in hotel, la prima guidando verso la montagna scoprendo nuove canzoni, la prima sotto a un castello a schivare pezzi di fuochi d’artificio, la prima facendo il buttafuori, insomma, penso che tutte le ultime sere dell’anno siano state dell prime volte. E anche questa non fa eccezione: è la prima volta, che ho paura. Quella paura però non tangibile, legata a qualcosa cui davvero non puoi farci nulla: nessun complesso, nessuna colpa, nessun rischio, la prima paura in cui tu non c’entri nulla, ma che comunque ti devi fare carico, che ti trascina per il colletto su per la salita e ti porta in cima: dove soffia vento, ricordi in faccia come sportine volate via dall’inquinamento globale, il clima è rigido. Da quassù si vedono solo albe.

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Winter Dies in December

Un anno che si chiude ascoltando i discorsi degli altri in cassa all’Interspar, reggendo in mano i savoiardi e le uova di quello che due ore e due pareti imbiancate di albume dopo sarebbe stato il primo tiramisù della vita. Due signori di fronte a me discutono animatamente di politica, si riferiscono a un terzo soggetto, imprecisato, che ad un certo punto della sua vita ha deciso di seguire una certa politica, e quello più acceso dei due si inventa questa definizione, «si è innamorato di lei, in senso buono, ovviamente». Le precisazioni, anche lì dove non dovrebbero esserci, per disinnescare, ed è fondamentalmente questa una delle nuove tradizioni che abbiamo imparato, a disinnescare ordigni, assenze, errori, conseguenze, propositi, pulsioni. Non so come sia venuto il tiramisù, ora è in frigorifero a dormire. Mentre l’albume montato a neve schizzava ovunque pensavo che mi sono sforzato tanto, quest’anno, di andarmene lontano da solo e sono rimasto, da solo, proprio nel punto da dov’ero partito, la mia cucina, la mia casa. Domani sarà il primo Natale che non passerò a mangiare cappelletti in brodo di cappone, altra tradizione che ho blandamente tentato di salvare nell’unica ora libera della settimana, acquistando un cappone in offerta all’Ipercoop e chiedendo consiglio a uno sconosciuto, e sorprendendomi a giustificarmi, «sa, di solito ci pensava mia mamma» mentre lo sconosciuto era ormai già a scartabellare pistacchi. E per ogni tradizione che si incrina ne salta fuori un’altra: ascoltarmi una canzone di Noel Gallagher, fare una passeggiata da solo per le vie del centro alla vigilia, aprire il sito di Trenitalia per provare a raggiungere chi si ricorda ancora degli anni passati, tentare di finire con entrambi i piedi dentro una canzone degli Winter Dies in June. Ecco, quest’ultima cosa qui, in particolare, sarebbe in grado di riscrivere tutti i Natali passati, presenti e futuri con una calligrafia comprensibile.

Polo / 26

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Imparare a stare zitti

Imparare a stare zitti è un po’ come la pasta in bianco della consapevolezza. Fa bene, ma. Imparare a stare zitti è tipo la minestrina in brodo della fame: scalda la pancia, vero, eppure. Imparare a stare zitti, e non notare gli esiti di taluni alvei generazionali (che si ramificano come un delta) che lasciano indietro cose e portano in mare altre (di solito le persone tra i canneti e gli obiettivi sulle onde) è quella cosa che assomiglia alle mongolfiere colorate rinchiuse dentro una vetrina a Demonte: sempre un sabato sera d’agosto, sempre il deserto, e loro illuminate sottovuoto. Chissà chi ci ha preso.

Polo / 25

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Da che parte stare

Santa Lucia è la santa dei ciechi, me lo ricordo bene. Pare che una volta si cavò gli occhi, per motivi a me imprecisati. Eppure anche se la nebbia è fitta, qui ci vediamo bene. Vedo Demonte, il portico dei negozi lungo la statale che taglia il centro come burro, un sabato sera di agosto in valle Stura dove non c’era davvero nessuno in giro. Vetrine che sembrano dichiarazioni di resa, uno spazio vuoto da riempire con qualcosa (qualsiasi cosa), o qualcosa che doveva essere mostrato (in qualsiasi luogo)? In base alla risposta, ognuno scelga da che parte stare.

https://www.flickr.com/photos/attimo/31594234075

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Le persone hanno gli occhi

Avevo paura di perdere tempo o non stare facendo niente o di fare la cosa sbagliata, solo che in quel momento non lo sai.

Sono dentro alla mostra dei Lele Marcojanni Le città hanno gli occhi da nemmeno due minuti e già le gambe iniziano a tremare. Bologna, fumetti, mappatura spaziale, paesaggi sonori (scusami, Glauco), autori e i loro luoghi dove tutto è nato, seminato, insudiciato, frastornato, riassemblato e rimodulato con il proprio stile, linguaggio, carne. Riviste spuntate in giro per Bologna come fossero rifugi antiatomici, case popolari, abbracci o coltellate alle consuetudini, squarci sui propri ego per far colare inchiostro su una visione del mondo non rintracciabile altrove e altrimenti, forse, se non proprio a Bologna. Ma le gambe mi tremano prima che io arrivi a tutti questi concetti, pesanti, lunghi, mentre staziono di fronte a questa enorme mappa della Bologna del fumetto popolata da nomi propri di persona mi ritornano quelle parole iniziali di uno dei disegnatori raccontati, Lorenzo, che ti guarda ansimante mentre viene sommerso da miti riquadri colorati. E Bologna scompare, rimaniamo io e lui, e poi io soltanto, e del fumetto rimane il rigore formale della mostra, talmente impeccabile nel rendere un fumetto di carta perfettamente plausibile in questa forma video da risultare seducente, talmente pesante, anche, nei tempi del ricordo così dilatati, in attese che durano minuti, che mi ricordano le dodici pagine del diario del padre di Lino, in quel “La terra dei figli” di Gipi letto giusto la sera prima, piene di scritte inintelligibili, un pugno in faccia al lettore che sembra non finire mai. E ringrazio il dio fiko perché oggi c’è ancora chi si permette ancora di essere dilatato, di pesare e soppesare, di essere impeccabile, appunto fino a ribadire una pesantezza diventata, oggi, necessaria, per definirsi, definire, per sentire la pesantezza di carne sopra a questi corpi ormai tratteggiati, con l’aria che tra un tratto e l’altro si infila ovunque rendendoci palloncini gonfiati. Lele Marcojanni sono pesanti, ti ricordano il peso della tua esistenza ed esci dalla loro mostra con un’incredibile voglia di mettere in pratica i difetti collaterali dell’esistenza: far rimbalzare le onde sonore contro le pareti, prendere possesso delle visioni, senza vederle, cancellare questi verbi passivi-aggressivi, il vedere e l’ascoltare, per materializzare i ricordi, i luoghi, le città. Gli occhi delle città mappate dai Lele non sono specchio dell’anima o figure retoriche o strumenti, diventano pesanti come corpi, sono grassi, deformi, inadeguati come corpi ma così materialmente proattivi: le visioni acquistano il lessico e le paure, l’estetica e il linguaggio, la dinamica e il sapore di chi le vede. Bologna, i fumetti e chi disegna i fumetti, partire da un punto sulla mappa per perdersi definitivamente: non riuscire a dormire, avere voglia di fare tutto, avere voglia di dismettere i panni di un osservatore e prendere la matita ed essere la matita, essere la parola che si pronuncia, legare tutte le storie di Bologna a sé, andare a cercare tutte le storie del mondo e legarle e costruire la matassa di lana più grande del mondo, fino a farla diventare lei stessa mondo, e noi stessi abitanti di quella matassa.

Forse esagero, ma leggo quella frase di Lorenzo, appena dopo due minuti che sono entrato alla mostra, e Bologna non conta più nulla, i fumetti poi, conta solo ricordarsi se siamo quelli che amiamo o quello che amiamo, percepire in bocca netto il sapore di quella differenza, di quello scarto. «Siamo interstiziali» si legge in un altro luogo della mostra: quelli che tengono insieme tutto, solo che in quel momento, non lo sappiamo.

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Le moquette verticali

“Dopo lo spettacolo, Ridolini”. O ancora: “Corsi professionali serali”. Cartelli così, sbiaditi dal tempo che passa e dall’unto nell’aria, appesi sopra un muro ricoperto da plaid invernali. La «moquette verticale», come quell’altra cosa là, verticale, il mare in cui sentirsi deboli e lasciare che le cose passino perché «non sono in grado di comprenderle». Scopro un’altra cosa di Parma che non conoscevo (sono infinite), il Chelsea Pub: un’intera vetrinetta a fianco della cassa corre per metri ricolma di soldatini di piombo, indiani d’America accampati a difesa della propria terra, truppe nemiche schierate pronte all’assalto, un museo dell’infanzia o della trasandatezza, chi può dirlo. Il gagliardetto del Chelsea Football Club ormai diventato viola, «vedi, dovrebbe essere blu», per capire quanto tempo è passato dall’apertura e quanta polvere ha accumulato il plaid alle pareti. Pubblicità di sigarette improbabili, sconosciute, «per essere cool anche nei mesi invernali», maschere enigmatiche a fianco di stemmi araldici sopra al camino, taniche di benzina risalenti a conflitti bellici del Novecento, panini allucinanti da prendere sulla fiducia per non cambiarli mai più, per non scegliere mai più, per essere una cosa e rimanere quella, tutta la vita. A questo dovrebbero servire i locali, in fondo.

Il Chelsea Pub è la Parma violenta ma pacifica dove ordinare Vikigen medie e sporcarsi bellamente la barba di salsa piccante, dove rifugiarsi dopo aver assistito in sequenza al concerto degli Winter Dies in June, e poi Julie’s Haircut e infine Giardini di Mirò. Io che vengo da una città ancora più provinciale di Ferrara mi sento trapiantato su una stazione spaziale orbitante attorno al pianeta Terra, e invece è la Sala Ipogea costruita sotto il suolo, a fianco dell’Auditorium Paganini, ex zuccherifico Eridania. Arrivo in anticipo, posso sporcarmi le scarpe centrando tutte le pozzanghere del quartiere, sbirciare dentro la veranda del Circolo Arci Indomita (Parma Club), provare a fare due o tre chiamate e ricevere sempre l’avviso di segreteria telefonica, stare alla larga dalla banda di ragazzini sotto il colonnato dell’ingresso principale. Poi si scendono i gradini larghi e scivolosi per la prima vera pioggia di novembre, sono tutti radunati sotto al porticato in attesa dell’apertura e sembra che stiano lì proprio per guardare noi che scendiamo le scale. Ed è questa la sensazione che permane per tutti i tre concerti: siamo lì proprio per guardare gli altri che scendono le scale. Forse è Parma in sé, forse è l’aspetto fantascientifico della Sala Ipogea a distogliere l’attenzione da accordi e ritornelli: la luce viola che cola dalle vetrate, la scala interna ampia, orizzontale, larga come un modulo lunare su cui imbarcarsi, le luci verdi che macchiano i bar dove il ghiaccio è già finito e per sentire freddo ti devi mettere le mani in tasca e girarti verso il palco. Ci sono i Winter Dies in June che stanno facendo quattro pezzi «invece che cinque», e sono tutti nuovi, e sono tutti bellissimi e confortevoli, violenti ma pacifici, ti fanno sentire voglia di mettere le mani in tasca, casomai ritrovassi tutto quello che hai perduto, le chiavi di casa lasciate sul comodino che ti costringeranno a svegliare tutti quando ritornerai alle tre del mattino, i desideri repressi, le pulsioni verso riccioli ingrovigliati o riquadri di un cappotto, la voglia di studiare la sera o di andare a scuola la mattina, la persuasione con un cornetto caldo in mano appena preso al bar che convincerebbe chiunque. Frugo con le mani, il flusso sanguigno riattivato da The Exception mi fa battere il tempo e scuotere il torpore di tutto questo vetro attorno, ma non trovo nulla, ho soltanto una Corona che finisco in fretta per la vergogna di bere una Corona.

Giacomo mi racconta una storia bellissima, di un bambino che non aveva voglia di andare a scuola e scappa e finisce sul treno dei pendolari del mattino a Roma, e poi me ne racconta un’altra, ancora più bella, di un bambino molto più grande che invece ritrova la voglia di andarci, a scuola, e si mette a studiare alla sera e mi fa ricordare un’altra cosa che ho lasciato a casa, la voglia di imparare, la voglia di farsi i muri al 18%, la voglia di iscriversi a manifestazioni ciclistiche a numero chiuso con la sola speranza dell’estrazione, per poter partecipare. Le storie bellissime come i concerti e le coincidenze di mezzi, spostamenti, incastri di orari e di date che solo Barto riesce a rispettare, le storie bellissime come i riconoscimenti che solo Barto riesce a dare, quando l’hai appena salutato e lui riesce a dire cose come «siamo orgogliosi di essere connazionali di gruppi che hanno fatto comunque un album così», anche se quell’album ha ormai quindici anni e sul palco, sopra una cassa, compaiono tazze di tè da cui si abbevera con misura il chitarrista. E il muro di suoni che mettono assieme i Giardini di Mirò è sempre quello, in fondo, ed è sempre impossibile non andare a sbatterci contro e rimanere storditi per qualche secondo appena (il massimo che possiamo concederci, il massimo che ci possono concedere gli altri) a fianco del mixer. Poi è tempo di prendersi la pioggia, di rifugiarsi al Chelsea Pub, di spiegare che cosa si fa nella vita, senza farsi capire bene, giustificando il caos con quella postilla di cui me ne vergogno sempre un po’, come le Corone in mano e lo stordimento post-concerto, «sai, è sempre stata una mia passione», e ricevere come risposta una sentenza: «una volta un famoso dirigente a un convegno disse questa cosa, che mi ha molto colpito e secondo me è molto vera, che per anni ci hanno detto che dovevamo seguire le nostre passioni, e invece bisognerebbe seguire una sola cosa, il nostro talento».

In autostrada, prima di raggiungere Parma, diverse ore prima di Parma violenta ma pacifica, che dichiara la tua sconfitta ma con il sorriso sulle labbra sporco di salsa piccante, c’era Morricone che usciva dall’autoradio (precisamente, Neve, da The Hateful Eight), c’era uno zaino dimenticato sul sedile passeggero, c’era la pioggia a secchiate e il buio delle cinque del pomeriggio di autunno e sembrava da lontano, davvero, l’inizio di un film di Tarantino. E poi passo sotto un tabellone luminoso informativo, di quelli che segnalano code o incidenti o ti ricordano di dormire, prima di metterti alla guida, e lampeggiava la strisciante scritta “anche meno”. La silenziosa dittatura dell’anche meno, quella che non vieta, suggerisce velatamente che non è il caso, di rimanere storditi ai concerti, che non è il caso di bere Corone, che non è il caso di seguire le proprie passioni. Di essere un’eccezione. Di rimanere blu, nonostante gli anni che passano, i soldatini di piombo, le pendenze, le segreterie telefoniche, la decenza, le moquette verticali.

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