Fino a che mi addormento

La Polo che guido da sei anni è stata molto più di una semplice autovettura prodotta dalla Volkswagen: è riuscita a diventare una seconda casa, talvolta anche la prima. E non per i chilometri che le ho fatto percorrere, incurante del tempo che passava, e non per quello che mi è accaduto dentro: mangiare, dormire, leggere, studiare, progettare, risolvere, litigare, amare, spiare, guardare, perdere, ascoltare, morire (e mi dimentico sicuramente qualcosa). La Polo che guido è stata la mia terapia, la risposta a molte domande e catastrofi, colei che mi ha portato dove volevo andare. L’altro giorno, alla fine di una pedalata notturna in Friuli, l’ultimissima ad arrivare all’arrivo, una donna di anni 68 con un sacco di plastica rosa e un gilet di lana grigia addosso, mi ha guardato in faccia e mi ha detto: «Io quando decido di andare in un posto, io poi ci vado, non importa con che mezzo». Ecco, una delle mie colpe è stata sempre quella di andarci, poi, nei posti in cui volevo andare. E il mezzo, in questo caso, non era secondario. Continuo a rappezzare le ferite della Polo anno dopo anno, e il suo motore si consuma inesorabilmente e sapendo che molto probabilmente sarebbe stato il suo ultimo viaggio, ho deciso di portarla ancora una volta dove volevo andare, da solo con lei. Molto in alto, molto in basso: dove vanno a nascondersi i fantasmi.

Polo - Torino Colle del Moncenisio Col de l'Iseran Vinadio Demonte Spotorno Noli Campo Imperatore Italia Francia 2016

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Gli accenti

C’è questa bici da donna, in cantina, è un modello da città, completamente nera, risistemata nel tempo, veniva usata da una persona che ora non è più nei paraggi, e da un paio di anni sta ferma lì nella vana attesa di essere messa di nuovo in strada. Non me n’ero mai accorto e non mi spiego come sia saltata fuori, ma sul carter, disegnata a mano, c’è una scritta color bianco sporco, in corsivo. L’ho fissata per lunghi minuti. Dice: «Ancora».

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Presente

Potrebbe tutto andare a rotoli come in Drive, per esempio, e invece va a rotoli così, senza che neanche il mare del Golfo di Trieste si increspi di notte. Va tutto a rotoli con il mare piatto, e nemmeno una bava di vento sul Molo Audace.

Ero arrivato qualche ora prima, con il sole che andava a nascondersi dentro il Castello di Miramare alle mie spalle, partito non appena il ritmo del respiro seguiva la partitura dispari di una batteria, senza nemmeno guardare la strada sulla mappa, ricordandomi esattamente che per arrivare a Trieste è meglio uscire a Duino, e imboccare la costiera, e ritrovarsi il mare al proprio fianco. Il gestore dell’alloggio vorrebbe accompagnarmi a trovare parcheggio, perché almeno con lui fingo di non sapere orientarmi, e invece riesco ad arrivare al Molo IV, a mandare giù l’aria del porto, i turisti russi sbarcati dalle crociere sull’Alto Adriatico che fotografano il tramonto dietro le catene delle gru. Trieste è quella città dove vai in alto per sprofondare in basso, dove scendi al mare per salire sui monti, sembra di stare al sud per il magnetismo nell’aria e invece il disegno ottocentesco dei palazzi sin dai pressi della stazione odora di imperi del nord decaduti. Il gestore dell’alloggio mi dileggia per la mia richiesta di visionare la partita, «il calcio a noi triestini non interessa», e inizia a elencarmi tutta un’infinita serie di possibilità per poterla vedere, che ovviamente saranno tutte fallimentari. Non mi lascia andare, lui, e mi spiega la dinamica dei servizi igienici dei bagni triestini, la separazione tra i due momenti fondamentali, il water e la doccia che gli italiani si ostinano a tenere assurdamente insieme, e poi provando a grattare sulla patina di gestore accogliente riesco a fargli ammettere che no, lui vive qui solo da cinque anni, che ha scelto questo appartamento dopo averne visitati altri trecento, «sono tanti trecento, che meticolosità», gli dico, e lui sorride sardonico, «sono di Padova, ma poi mi sono fidanzato, sai, ci sono capitato per caso», e penso che sia una fortuna o un dramma o comunque una dissonanza così grave, capitare per caso in questa città, perché io stasera a Trieste ho scelto di esserci. Ho scelto di finire sul Canal Grande, di fermarmi sotto il colonnato di Piazza della Borsa, e dopo due anni devo ancora finire di asciugarmi da quella pioggia di agosto, ho scelto di salutare Italo Svevo (nella veste della sua statua di fronte alla biblioteca, peraltro aperta anche di sabato sera), di virare per la città antica, salire su via Madonna del Mare soltanto per il nome (come si fa a non entrare in una via con una denominazione così corallina?), e riconoscerne i marciapiedi larghi come fiammiferi, e sedermi in una birreria dove non mostravano la partita, e quindi dovevo per forza origliare i discorsi degli astanti, e sentirmene in colpa, e guardarmi attorno mentre finivo il mio gulash, e individuare a fianco della cassa una casa delle bambole, una riproduzione fedele di un’abitazione in stile vittoriano, con una lucina accesa, flebile, sulla veranda, a rischiarare di un poco la minuta porta di ingresso. E quando all’oste ho chiesto lumi al riguardo, lui si è illuminato, scaricandone la responsabilità sulla moglie, che di inverno la costruì mettendo assieme pezzi che arrivavano per posta: un minuscolo quadro, una minuscola tappezzeria, un minuscolo water (alla triestina, ovviamente). E mentre spiegava ha aperto la casa, come uno scrigno prezioso, e al suo interno si materializzava la pazienza della moglie, «io non ne sarei mica capace, io sono più bravo con le cose grandi, tipo il bancone del bar, quello l’ho fatto io, quando c’è da tagliare senza usta»: tutto perfettamente arredato, «non è facile tenere ordine in questa casa», «ci servirebbe una governante, quella che c’è se ne sta sempre ferma», ribatte l’oste indicando la miniatura della governante fissa in camera da letto, di fronte al minuscolo armadio. Ho scelto io di prendere in faccia il caldo insopportabile di fine maggio lungo la salita a San Giusto, di toccare le colonne delle rovine romane, di non trovare il coraggio, neanche quella sera, nemmeno questa volta, di chiedere di fare una foto agli sconosciuti, a queste due ragazze che si impilavano una sopra l’altra sorreggendosi sui polsi, un numero da circo poco distante dall’Arco di Riccardo, no, ho scelto di tenermele per me, e di scivolare verso il mare, inspiegabilmente immobile. Ero venuto a caccia del vento e mi ritrovo in una domenica mattina umida e calda, alla Pirona in Largo Barriera Vecchia, a chiedere a una signora con il grembiule se per caso le facesse ancora, le napoletane, e lei a darmi una rassicurazione gratuita, che mi lascia in bocca un sapore gratuito e confortante, ormai dimenticato, a differenza di quello della crema cotta due volte ben saldo nel mio cuore. Ho scelto io di comprarmi un biglietto del tram valido per quattro ore, e finalmente di sanare la ferita mai rimarginata della funicolare per Opicina, su cui non ero mai riuscito a salire a causa dei numerosi deragliamenti che la bloccavano in officina. Esulto come un bambino salendo sulla carrozza consunta, di legno e di ferro, con l’autista che quando arriva al capolinea scende dal mezzo e si dirige dall’altro capo, nella cabina opposta, a fissare male biciclette che deraglieranno inevitabilmente al primo tornante. La pendenza in via Commerciale si fa assurda, accanto a me una turista inglese di mezza età fotografa quando io fotografo, imitando le mie mosse e fermandosi solo quando io scelgo di ritrarre il cartello ‘Riservato’. Il tram per Opicina si inerpica tra le abitazioni, i rami degli alberi, fermate dove cambia binario, passando a fianco della strada, è tutto così compresso, nella salita per Opicina, tutto così pigiato che mi viene da piangere e quando arriviamo a destinazione, centinaia di metri più in alto, decido di ritornare in piazza Oberdan a piedi, finendo per perdermi tra scalinate verticali di quelle che vedi solo scendendo da Castel Sant’Elmo, e invece ora sei al nord, e incroci cd masterizzati gettati a bordo strada, compilation che contengono Wonderwall intitolate “Soft rock to me”, e quando compaiono le prime vesciche ai talloni, quasi inciampi su una pallina da tennis che ti farà compagnia per gli ultimi gradini, anche quando cederai il biglietto del tram ancora valido a una signora che invece voleva pagartelo, e ti ringrazierà con un «buona domenica». Ho scelto io di finire al cimitero di Sant’Anna, dopo averne letto su un romanzo che parlava di destini che ti scelgono o loro che scelgono te, vallo a capire, non credo né alle scelte né ai destini, credo in alcune città, però, e il cimitero di Sant’Anna si spalanca di fronte a me come un abbraccio, e i sorrisi sono i nomi riportati su ciascuna baracchina dei fiori nel piazzale antistante, Anna, Rita, Paola… un appello di venditrici a cui tutte rispondono ogni domenica presente. Su una lapide nella zona del cimitero ex militare compare una coppia di giovani sposi, in bianco e nero, su un’altra invece falce e martello e i colori della Yugoslavia, in un angolo addirittura la lapide di Oberdan in persona. Poi arrivano le nuvole, le aveva annunciate il gestore dell’alloggio mentre al mattino spiegava a una coppia lombarda di mezza età in vacanza come si fa la crosta del pane quando lo si cuoce nel forno di casa, «il segreto è spruzzare acqua sopra l’impasto», come si fa ad essere così precisi di domenica mattina, mi chiedevo, come si a fa a sapere quando arriveranno i temporali, mi chiedo ora mentre scappo per un attimo letteralmente in Slovenia, non resistendo a certa segnaletica stradale. Finisco così a Lipica, dove al posto delle dogane ora ci sono i casinò, e poi improvvisamente la strada è cinta da una palizzata di legno dipinta di bianco, e alberi sparsi a caso nel verde, e cavalli bianchi, cavalli bianchi ovunque, quando pochi metri prima c’erano i casinò, insegne luminose accese anche di giorno, ora sono finito in mezzo ai cavalli, lo stupore finisce quando appaiono le prime buche del campo da golf, e insomma, Lipica è un centro resort, più che un paese, così ripiego di nuovo verso il Territorio Libero di Trieste, scorgo una donna con un ombrello bianco in mezzo al campo di grano, e il marito che la osserva immobile a debita distanza, scelgo le immediate destinazioni unicamente per il suono della toponomastica, Gropada per esempio, la strada che riporterebbe in Slovenia, di nuovo, si tramuta in un sentiero di sassi e stavolta la dogana è praticamente distrutta in mezzo al bosco.

Ho scelto io di tornare, quando mi accorgo che iniziano a essere i ricordi a guidare questa fuga, invece che le circostanze. L’ultima tappa di questa commemorazione di un presente che non ho scelto è il santuario di Redipuglia, completamente spoglio della retorica militare su cui è costruito. Ci sono solo io, qualche comitiva di turisti francesi, e in cima, ventidue piani più sopra, un paio di alpini col berretto e polo azzurra, uno racconta all’altro di antiche battaglie, «combattevamo per liberare della gente che ti diceva “stavo tanto bene con Francesco Giuseppe”». Ogni piano del santuario riporta in alto l’infinita sequenza della scritta ‘Presente’ per centinaia di volte, a cingere ogni gradone, a trascinarti verso di sé per la sua ossessiva ripetitività,  quando la intravedi ai piedi della struttura, e poi quando salite tutte le scale, dall’alto, capisci come ormai il termine presente possa andare bene esclusivamente per i morti.

Arriva il temporale, prendo tutta la pioggia che c’è da prendere, dentro lo zaino c’è una foto, che nonostante sia stampata su forex impermeabile (davvero a tutto), mi premuro di non farla bagnare: mi servirà per ritrovare la strada di casa se i tergicristalli smetteranno di funzionare.

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Premi il cuore

Salgo sui monti quando il sole inizia già la sua parabola discendente, alla ricerca di una bandiera viola «ormai portata via dall’inverno», ma come sempre decido la strada in base alla toponomastica. E dopo aver attraversato Predappio per la prima volta nella vita proprio il giorno della Liberazione, al bivio non posso che puntare in direzione di Premilcuore, agglomerato di case situate nella gola di una delle mille strade che portano in Toscana. L’alimentari nonché tabaccaio nonché tutte le cose che possano servire lungo una provinciale in mezzo a una gola sugli Appennini è aperta, o forse non chiude mai: ci accoglie una signora con i capelli raccolti all’indietro, una montatura degli occhiali sottile e posata in stridente contrasto con il tono di voce, incontrollabile, forse perché in montagna ci si vuole far sentire anche dalle nuvole e si finisce per urlare anche agli sconosciuti. Un grembiule consumato copre in parte i pantaloni della tuta verde militare. Arriva solo diversi secondi dopo il mio ingresso, quando ho praticamente già fatto in tempo a inghiottire ogni cosa di quel posto con lo sguardo: le cartoline ingiallite appese sopra l’ultimo scaffale in alto, i Tampax e il libro di francobolli di taglio ormai insufficiente per le vigenti tariffe postali («via, ve ne lascio due e uno ve lo offro»), il santino di Padre Pio riposto nello scaffale delle caramelle, forme di pecorino già tagliate, un calendario degli eventi dell’anno precedente, talmente fitto da non lasciare un fine settimana libero, ma soprattutto la vista del tinello dietro il bancone, il tavolo ricoperto dal disordine di un’esistenza solitaria, la stufa di latta bianca e la musica, sorprendente, musica lirica ad alto volume che scende dalla montatura esile e dorata degli occhiali di questa tabaccaia che urla ma ascolta inspiegabilmente Just (After Song of Songs), in attesa che qualche sconosciuto entri il 25 aprile nella sua bottega a Premilcuore. Perché qualcuno arriva sempre, prima o poi, a chiedere l’ultima cartolina («queste le ho fatte stampare io, in paese», precisa orgogliosamente arrossendo), e a chiedere la storia di un nome del genere: sono io, io che mi sento una mano grande quanto la Romagna toscana a premermi sopra il cuore da settimane, da mesi, a chiedermi perché sia finito qui. «Tanto tempo fa un soldato romano si ritrovò da queste parti, era in fuga, se ne doveva andare da Roma il più in fretta possibile, salì allora su queste montagne, e gli premeva il cuore di riuscire a salvarsi, ecco perché questo posto si chiama così». E mi immagino questo soldato inseguire un verde opprimente, verde i boschi, verde i pascoli, con una mano sul petto a premere sopra la sua paura, la sua insopprimibile voglia di respirare un altro giorno ancora, e poi un altro, e scappare sui monti per andare a sventolare un’altra volta ancora la bandiera del suo esercito. E se non ci fosse riuscito, a scappare via, ora non saprei dove andare, il giorno della Liberazione, e sarei finito come un quinto degli abitanti di Premilcuore: matto. Ci sono infatti oltre cento persone con problemi mentali confinati qui sopra, sparsi tra case di cura e (un tempo) manicomi e oggi chiamati con una terminologia socialmente più accettabile, ed è così che si finisce, se non si viene liberati dal cuore, matti a guardare il verde dallo strapiombo sul torrente, o bambini che festeggiano scudetti suonando il clacson da soli, perché qui i caroselli di ultras non arrivano, o ex spacciatori di droga che camminano ingobbiti sopra ponti romani, o come Ivo, e il suo cane che porta l’amore nel nome. Ami è un’akita, una femmina di una razza che in Giappone adorano come gli Imperatori, finita addirittura «sulla bandiera dei samurai, cinquemila anni fa, tu che usi il computer quando torni a casa vai a controllare, fidati», e io mi fido, del suo racconto di quando da diciassettenne se ne andò da Premilcuore perché il cuore gli scoppiava in mano, e finì in India, a esprimersi a gesti, «conoscevo solo il francese, studiato alle medie, e in India il francese non ti serve a niente», e nemmeno il cuore ti serve quando qualche anno dopo, ad Amburgo, finisci per dare del coglione a un poliziotto tedesco, e quello ti intima di fermarti, e tu finisci per dargli dei calci, al poliziotto tedesco senza cuore, «e gli rubai anche la moto e lo lasciai lì», e ti sbattono in prigione: «poi però l’ho pagata davvero tutta». Adesso Ivo indossa un berretto della Juventus senza nemmeno rendersene conto, e racconta con un cinismo dissonante di quando il suo cane akita sbrana gli altri cani, «io li avviso i loro padroni, ma non mi credono, allora io mi giro dall’altra parte e lascio fare, tanto Ami ha tre assicurazioni», e dei cinghiali freddati dai canini di Ami, che ora mi mostra divaricandone il muso come se fossimo a una fiera canina (cui ovviamente ha partecipato in passato), sebbene Ivo non sembra apprezzare la selvaggina, «giusto un filetto ogni tanto». Adesso Ivo mi invita ad abbracciare la femmina di akita con i denti «a pettine, trita tutto», per dimostrarmi che in fondo è un cane dolcissimo, e io mi fido, cos’altro dovrei fare penso, non ho più nulla da perdere e decido di abbracciare un cane che lacera i suoi simili, e Ami mi viene incontro con il suo pelo terso, pulito come un lenzuolo di cotone appena lavato, foltissimo, e io affondo le mani e il mio muso sul suo collo, sul suo muso.

Sono partito armato di reflex e silenzio per andarmene sui monti, come mi capita spesso il giorno della Liberazione, e ho spedito cartoline e poi di nuovo sono salito lungo il Muraglione, alla ricerca di una bandiera viola issata sopra a un ristorante di San Benedetto in Alpe. E dalla statale si intravedeva un campetto di calcio dove giocavano solo profughi, e poi ho chiesto all’unico ristorante aperto, come mai ci fossero così tanti profughi in un posto così remoto, e lui mi ha citato il Tg4, Mario Giordano, un’inchiesta, «sa, non rubano i soldi solo al sud», e mentre annuivo poco convinto mi sono guardato attorno, ho visto alle pareti articoli vecchi di giornale che raccontavano di un gestore di un ristorante di San Benedetto in Alpe che dichiarava di «aver sparato ai ladri», e di essere stato assolto, e poi c’era un quadro pieno di colori, deposti sulla tela bianca con brio scolastico, e poi ho fissato meglio, la tela, e i colori, e mentre mandavo giù il secondo caffè del viaggio sono riuscito a mettere a fuoco il soggetto, un coloratissimo e infantile e sognante fascio littorio. La reflex è rimasta nello zaino, il silenzio è evaporato con il tramonto e il vento di tramontana, la bandiera viola è rimasta un ricordo di tanti inverni fa, come le mani sul cuore, che si alzano in cielo e si arrendono ai ricordi, a te che mi vieni in mente quando sto bene, e in montagna guarda caso si sta sempre bene, via dalla guerra dalle infamie, in montagna si scappa per andare a fare quello che si pensa, e smettere di combattere.

categorie: Asfalto
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Perfetti sconosciuti

Ho subito per mesi la gogna (in)consapevole di un telefono aperto, conosco bene quella sensazione inflitta di bieco giustizialismo che, a pensarci adesso, assomiglia a una specie di “grillismo dell’anima”: la ricerca costante della pistola fumante, mai del cadavere o del movente, la ricerca soprattutto del Male come unico espediente per definirsi. Battiston nel film continua a vedere due lune, quando tutti ne vedono una, o chiara, o coperta, ma di lune ce ne sono tre, quattro, infinite, non bastano due per esprimere il suo candore, il suo essere fieramente sbagliato, ed è proprio nello sbaglio la soluzione del problema. Due lune non bastano per lavare via quella gogna che mi è toccata, non bastano a illuminare il cielo di notte, l’illuminismo al contrario di chi cerca la verità quando vorrebbe soltanto trovare sé stesso, che insomma, proprio la stessa cosa non sono, e non trovando nulla, rimane solo da sparare, sparare, sparare, per non sentire l’insopportabile silenzio di chi aveva tutto da nascondere, tranne che i propri sentimenti.

categorie: Linea d'ombra
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Il messaggio dell’Imperatore

L’imperatore – così si dice – ha inviato a te, al singolo, all’umilissimo suddito, alla minuscola ombra sperduta nel più remoto cantuccio di fronte al sole imperiale, proprio a te l’imperatore ha mandato un messaggio dal suo letto di morte. Ha fatto inginocchiare il messaggero accanto al letto e gli ha bisbigliato il messaggio nell’orecchio; tanto gli stavi a cuore che s’è fatto ripetere, sempre all’orecchio, il messaggio. Con un cenno del capo ne ha confermato l’esattezza. E dinanzi a tutti coloro che erano accorsi per assistere al suo trapasso: tutte le pareti che ingombrano sono abbattute e sulle scalinate che si ergono in larghezza stanno in cerchio i grandi dell’impero; dinanzi a tutti questi ha congedato il messaggero. Il messaggero s’è messo subito in cammino; un uomo robusto, instancabile; stendendo a volte un braccio, a volte l’altro fende la moltitudine; se incontra resistenza indica il petto, dove c’è il segno del sole; egli avanza facilmente come nessun altro. Ma la moltitudine è enorme; le sue abitazioni non finiscono mai. Come volerebbe se potesse arrivare in aperta campagna e presto udresti il meraviglioso bussare dei suoi pugni al tuo uscio. Invece si affatica quasi senza scopo; si dibatte ancora lungo gli appartamenti del palazzo interno; non li supererà mai, e se anche ci riuscisse nulla sarebbe ancora raggiunto; dovrebbe lottare per scendere scale, e se anche ci riuscisse nulla sarebbe ancora raggiunto; bisognerebbe attraversare i cortili, e dopo i cortili il secondo palazzo che racchiude il primo; altre scale, altri cortili; e un altro palazzo, e così via per millenni; e se riuscisse infine a sbucare fuori dal portone più esterno – però questo non potrà verificarsi mai e poi mai – si troverebbe ancora davanti la capitale, il centro del mondo, ricoperta da tutti i suoi rifiuti. Nessuno può uscirne fuori e tanto meno col messaggio di un morto. Tu, però, stai alla tua finestra e lo sogni, quando scende la sera.

Franz Kafka, e chi se no.

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Dirige l’orchestra: Beppe Vessicchio

Il taglio dei capelli è quello che smantella tutta la figura attoriale che si è coscientemente, minuziosamente e caparbiemente cucita addosso, su misura. L’eloquio non troppo forbito ma preciso, una dizione straniera a questa terra che unge tutte le consonanti e stiracchia come carta stagnola qualsiasi vocale. La sua cadenza invece è ordinata, mansueta, «severa ma giusta». Ritira il premio, che stringe con mani allenate, salde come le spalle prorompenti chiuse dentro un’ordinaria giacca nera, poi ritorna moderatamente orgoglioso di sé al proprio posto. Ed è quando si siede, offrendomi la sua nuca scoperta che tanto mi ricorda un nuotatore (specialità 200 metri stile libero), che il suo taglio dei capelli mi divampa con tutta la sua verità smascherando anni di scuola attoriale e di fermi desideri. Sei così elevato, ormai estraneo a questa terra, ma è la stessa terra che ti ha prodotto che mantiene ferma la presa su di te con questi capelli tagliati corti, corti come solo questa terra saprebbe tagliare: e forse avrai un parrucchiere di fiducia, essendo tu attore in fase di affermazione, e forse come spesso mi capita credo di aver tutto compreso e invece di tutto ne afferro sempre soltanto le unghie, o qualche ciocca di capelli, quando va bene. Eppure solo così i maschi si tagliano i capelli, qui, i maschi non della città ma della provincia, di quei paesi della provincia cui per arrivarci bisogna passare per filari infiniti di platani ai cigli delle strade, che d’estate sembrano cattedrali nel deserto dei campi coltivati a grano o mais e d’inverno sembrano cattedrali bombardate nel deserto dei campi che a sfregio decidono di diventare verdi proprio d’inverno. Un taglio modesto come un piatto di cappelletti in brodo servito in piatti di ceramica sbeccati, dal decoro geometrica comprensibile e innocuo, modesti come le posate vittime di troppi lavaggi, graffiate, opache, consistenti certo, ma inevitabilmente rivelatori del mondo da cui provengono: la provincia. Ci vengo anche io, dalla provincia, e anche io possiedo quel taglio fresco da barbiere, sopra la mia nuca, che non trasmette nulla di erotico o deciso o evocativo, e osservandolo mentre emerge dalla poltrona di pelle del suo posto assegnato, vedo i suoi capelli nerissimi e corti, curati, sento il rumore delle forbici del barbiere della piazza del paese, i giornali appoggiati sul tavolino, Quattroruote, Sorrisi e Canzoni, il Carlino, forse la Nuova, e mi dimentico completamente di scrutare la nuca di un attore che gira il mondo, no, vedo il mio, di mondo, che è anche il suo e quello di tutti gli altri presenti in sala, la provincia, la retorica provincia, l’inevitabile provincia, la prosciugante provincia, l’imbellettata provincia, l’ingenua provincia, la falsa provincia, l’aspirante provincia. Un taglio di capelli come tatuaggio indelebile che urla la sua provenienza, non troppo corto, non troppo lungo, fatto a dovere, secondo consuetudine, lungo giusto tre o quattro centimetri (non di meno, non di più), che disarma tutta la potenza del nero dei capelli, li mette al suo posto, un taglio per niente vezzoso, senza nessuna velleità, come le canottiere bianche indossate sotto le camicie non curandosi dello stile, che tanto chi te le vede mai, ecco, è l’assenza di velleità nel taglio di capelli che smaschera la patina di esotico costruita sui palchi di teatro e dietro le cineprese di mezza Europa, e da lì poi è tutta una cascata. Vedo la punta delle mie scarpe da centro commerciale consumata, vedo le buste di culatello passate sottobanco da mani di madri per cui ok, siamo orgogliose dei figli premiati, ma quando si torna al proprio salotto? Vedo me che reggo targhe prestigiose e buste di culatello, vedo me che non ho fatto in tempo a cambiarmi le mutande e penso che non faccio più in tempo a fare davvero tante cose, vedo il taglio squadrato di capelli di presidenti di associazioni di categoria che leggono il loro interminabile discorso alzando gli occhi soltanto quando pronunciano la parola “grazie”, quella per fortuna se la ricordano, penso che siamo tutti teneramente figli di questa terra, che produce neo fondatrici di case editrici che fissano il pavimento quando garantiscono che non sono in grado di parlare di sé, eppure parlano per venti minuti di fila, figurati se ne fossero capace, vedo la didattica maldestra della provincia nella mano di una professoressa dell’istituto alberghiero che per insegnare a un’allieva a guardare verso il palco e non perdersi nei propri pensieri le afferra il mento quasi con violenza e ruota di novanta gradi il suo viso che trattiene una smorfia di provinciale disgusto (verso la prof, la premiazione e i sabati mattina trascorsi così), vedo la litania di una cerimonia cadenzata, con la retorica dei pronunciamenti, delle formule di presentazione, che ricorda il palco altrettanto decadente del festival di Sanremo, e manca solo l’annuncio di Beppe Vessicchio, vedo la faccia perplessa di convitati sul palco che non si accorgono di avere non solo i pensieri per aria ma pure i pochi capelli, vedo e penso siamo la nostra terra, non siamo fatti di carne, siamo fatti dei muri di questa terra, della pelle di queste poltrone, non siamo persone, individui, siamo tutti terribilmente annacquati nelle nostre radici e non emerge nessun nome proprio, nessun pensiero proprio. E non c’entra davvero nulla l’omologazione, né me ne importa qualcosa, penso semplicemente al fatto che ciò da cui proveniamo, si tratti di un territorio provinciale o semplicemente la nostra vita passata, sovrasta di luce tutto il resto, e il resto saremmo noi. Come un reattore nucleare costruito col tacito consenso dello stato in un parco naturale, accanto a un porticciolo di poche assi di legno, così la nostra provincialità trasuda dalle premiazioni, dai discorsi dei premiati che si sforzano nobilmente di citare la pennicilina, Fleming, Churchill e contadini che salvano il mondo, mentre invece rimaniamo inesorabilmente contadini che non riescono nemmeno a salvare sé stessi e andiamo a pregare sotto le arcate di platani. Rimaniamo vescovi che se ne vanno alla chetichella come il più improbabile degli imbucati alle feste, rimaniamo sindaci che non dicono una parola (per fortuna), fotografi che si stanno per addormentare seduti in prima fila, caporedattori che non sanno approcciare attori e finiscono per farfugliare, e ci stupiamo della presenza dei caffè ai buffet, e non riusciamo ad allacciarci i bottoni dei cappotti nuovi, e questo reattore brucia, brucia ed escono nuvole di vapore, noi le chiameremo per convenienza nebbia, e sentiamo freddo, mentre torniamo a casa con il culatello e le targhe di ottone, ed è questo che sappiamo fare, sul porticciolo, quando pieghiamo il collo verso l’alto a contare dove finisce l’ombra del reattore (molto lontano), sappiamo sentire freddo, e siamo la nostra provincia e noi dove siamo finiti, dove sono finiti tutti, senza il punto, è tutto una conseguenza e le domande non servono più. Se smetto di fare domande riesco a imparare quanto bisogna contare per versare del vino (fino a dodici), riesco a fare il controcanto di Wonderwall lungo le autostrade inaugurate da pochi mesi, riesco a ingurgitare il mio mal di testa. Ma quel reattore è sempre lì, anche mentre scappiamo dai circoli Arci dedicati alla pesca appena inaugurati, anche mentre facciamo i diavoli, e gli avvocati dei diavoli, l’ombra soverchia sempre il porticciolo, e rimango irremediabilmente un provinciale pure nella puerile convinzione che sì, questo periodo di lavoro intenso finirà, che sì, troverò poi il tempo, di raccontare dei convegni delle camere di commercio, di spiegare l’umanità della polizia municipale, di individuare le differenze tra Reggio Emilia e Ferrara, mando giù l’ultimo sorso di Konig e ne sono addirittura convinto io stesso, che è tutto ciclico, e quindi questo periodo finirà e tornerò (torneremo?) a esprimere i miei (nostri?) pensieri con le proprie parole, molto semplicemente, senza usare le parole degli altri, i link degli altri, le foto degli altri, i disegni degli altri, i film degli altri, le installazioni degli altri, le idee degli altri, i drammi, degli altri, le colpe, degli altri, le gioie, degli altri, useremo le proprie parole, e non i propri silenzi, ci credo davvero, e in questa fiducia che dura lo spazio di infilare la chiave nella toppa di casa, a mezzanotte, suona il rintocco della campana del paesello, dove tutto tace, di notte, nella nebbia, ma la campana è l’unica autorizzata a rompere il silenzio come un sasso contro il vetro di una finestra. Io sono la mia provincia, e ciò che sono divampa in quel credere che sì, un giorno finalmente ricomincerò a fare le cose per l’urgenza di farle, e non per dovere, per ripiego, per sopravvivenza, per dimenticare, per amare, per rimediare, per occultare, per sistemare, soprattutto sistemare, aggiustare. Sono quelle due parole, “un giorno”, sono una provincia mentre ritorno a dare calci alle foglie dei platani di piazza Ariostea, che si sollevano per aria, e mi ricoprono, e da fuori giusto quello si vede: un mucchietto di foglie, di platani, di terra. La propria natura.

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Hawaii are forever my girl / 2

Changes, dice.
Un anno fa ero in una biblioteca con i bicchieri di carta, in una stanza d’albergo con la fiducia di carta, in un ospedale con il sonno di carta.
Changes, dice.

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È così bello avere paura

Sono tre giorni che per lavoro dovrei scrivere una cosa. Una cosa dove dentro non ci deve finire nessun estratto, nessun pezzettino di vita (mia). E’ lavoro. Sono tre giorni che mi massaggio le tempie davanti al foglio inesorabilmente, come i gatti sulle pance calde ricoperte solo dalla lana dei maglioni quando fanno il pane, io faccio lievitare malditesta sperando che siano loro a prendersi in carico la faccenda. Non lo fanno, ovviamente, e il foglio resta bianco e mi viene in mente Sclavi quando racconta del momento più complicato della scrittura di Dylan Dog: le battute di Groucho. «Perdevo giorni interi non per dieci tavole, non per una tavola, ma per una, dico una battuta di Groucho». Perdo giorni interi non per un foglio, non per dieci fogli, ma per svelare un briciolo di oscena sincerità negli altri, non importa verso chi rivolta.

Così finisco per ringraziare persone che non c’entrano nulla e subito ci tengono a smarcarsi, «non è merito mio», asseriscono. Finisco per guidare a distanza le vite degli altri, che non ce la fanno a raggiungere l’Ikea ma che sanno bene di notte come si fa ad amare una persona per sempre. Finisco per lasciare l’auto parcheggiata per giorni sotto i platani di piazza Ariostea, e le foglie si accumulano, la rivestono, rimangono impigliate nei tergicristalli e non se ne vogliono andare nemmeno quando la macchina è in moto. Una di queste si aggrappa allo specchietto retrovisore, dal mio lato, e prima di ripartire al semaforo, mentre mi sto dirigendo al lavoro, mentre sto andando a infrangermi contro un muro bianco, abbasso il finestrino quel tanto per lasciare passare due dita. E con l’indice le accarezzo il profilo, e con il medio tocco il gambo di questa foglia caduta da un platano ma che sembra sia arrivata da Marte, dai miei ricordi, dalle file laterali dei cinema, dai seggiolini che odorano di assemblee d’istituto, da vicoli pregni di nebbia, dalle fiammelle del gas lasciate accese ai pomeriggi, sembra che lei, almeno, voglia restare.

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1955

Sono giorni strani, lontani da casa, lontani da un solo minuto in cui riesca a non sentire una voce umana. Giorni in cui la migliore spiegazione della mia realtà potrebbe essere racchiusa in un fotogramma di Ritorno al futuro, quando Doc disegna sulla lavagna una deviazione dalla retta spazio-temporale. A quale realtá appartengo? Non lo so se sono finito nel 1955 o nel 2015, ma ritrovo la strada per casa solo mentre cammino in via Sogari incrociando due gemelli omozigoti, che indossano la stessa giacca e discutono di una «sfera al centro dell’universo». Sento di avere un posto nel mondo quando mi faccio raccontare da Cinzia com’è fotografare per un festival, e quando osservo sempre Cinzia che mentre sta uscendo dalla facoltà si blocca un secondo, torna indietro, sbircia dentro un’aula che non aveva ancora visto, soffermandosi per controllare che non le sia sfuggita un’altra potenziale foto. In questa realtà scritta col gesso trovo casa quando Monica Allende si esalta perché riconosco la sua felpa di Look Mum No Hands, di quando insieme riconosciamo le differenze tra i ciclisti di Londra e quelli di Ferrara, che sono poi le stesse tra chi sceglie e chi invece prende tutto come un’abitudine scontata. Smetto di chiedermi in che anno sono finito quando Bergonzoni smonta il racconto dei festival ai festival, quando smonta i miei organi con subdoli giochi di parole che squarciano una dolcezza quasi insostenibile, quando sento un parlamentare esprimersi saltando consonanti e mostrando una tenerezza fin troppo oscena, per il ruolo, ma ormai così necessaria, per la realtà. Sentirsi a casa, ci provo da una vita, e mi capita ormai di rado, come quando un uomo robusto davanti a me si porta le mani alle tempie con un gesto lento e lungo quanto la nota prolungata della tromba in piazza Municipale. Senza fiato rimango nel soppesare tra le mani zine in miniatura confezionate a mano, o mentre cerco di percorrere (senza rete sotto) un filo invisibile che lega l’abolizione del carcere a una disamina sul successo di Zerocalcare. Esiste? Non lo so, io avrei bisogno che esistesse, per trovare finalmente la strada di casa, che intravedo solo quando trasporto estintori al palazzo Roverella, o ascolto urbanisti discorrere di moduli abitativi senza capirne nulla. Mi sento a casa quando scegli di candidarti per posizioni lavorative, quando hai ancora voglia di fare cose forse inutili, soprattutto inutili, quando spalanchi una porta sui tuoi desideri che non sanno assopirsi allora sì, che mi sento a casa, che mi arriva il sangue alla testa, mi prende una voglia di imbiancare il soffitto, di smontare gli infissi delle finestre, di portarti a fumare sui tetti di questa cittá che sento sempre meno mia e sempre più di tutti.

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