Sopporto solo una cosa

Seduto in ufficio, tre telefonate altrui diverse in corso, tu sei nel mezzo, le maniche della camicia arrotolate, le mani leggermente infreddolite, gli auricolari ormai consumati e difettosi ben infilati nelle orecchie ad ascoltare questa prefazione letta da Servillo con gli occhi che si spalancano, man mano che l’ascolto procede, e poi iniziano a serrarsi, sempre di più, percepisco le ‘sc’ acquose, le elle unte, le riconosco tutte, sempre di più, sempre di più, fino a diventare due tagli.

 

categorie: Linea d'ombra
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Arco

La toponomastica di Arco è eloquente. Cammini per le vie del centro storico e ti imbatti in Vicolo Stretto, Cieco, Doppio, Tortuoso, Erto. Ne capisci l’origine, dei nomi, percorrendoli. C’è anche Vicolo Umido, mi chiedo a voce alta «e questo chissà come mai si chiama così» proprio mentre sta passando un anziano lì residente, che non resiste, forse aspettava questa domanda da una vita intera, e si ferma, si gira e mi spiega, in dialetto: «’Umido’ perché un tempo i gabinetti delle case dei ricchi perdevano, e allora tutta la strada si allagava, era piena d’acqua».

Arco è la cittadina del Trentino in cui siamo finiti a lavorare oggi. Il lavoro consiste, come talvolta capita, in un’improvvisazione estrema: ideare un video promozionale senza aver visto prima il contesto in cui avremmo girato, né la persona protagonista del filmato. E soprattutto, senza sapere come si girano, dei video: non è il nostro mestiere. Eppure ci tocca improvvisare, è una di quelle cose, come l’afflato per la tensione nervosa che divora ma dona anche vita, anzi, giustifica l’esistenza stessa, che perpetua la dicotomia tra quello che ti tiene in piedi e quello che i piedi te li sega. Improvvisare con il trascorrere degli anni ha lo stesso effetto che hanno le salite in bici: una volta più sangue sputavo e più volevo sputarne, ora mi fanno solo venire mal di testa. Così, mentre passeggiamo per le strade di Arco disarmati perché stiamo facendo un lavoro che non è il nostro e dobbiamo inventarci nel giro di qualche ora un modo efficace per estorcere una dichiarazione genuina da una persona sconosciuta, la testa si contorce, si spreme, e penso che vorrei restarci per sempre, a pochi chilometri da un posto dove ci sono adesivi di cuccioli di tigre sbiaditi attaccati ai portoni o bacinelle di plastica abbandonate alle fontane, ma soltanto per non improvvisare niente. Invece mentre azzardo a toccare i lenzuoli stesi da un balcone per ricreare (improvvisare) l’effetto del vento, esce subito la padrona di quei lenzuoli a ritirarli dentro, anche se non erano affatto asciutti. Arco è la parabola disegnata dalla mia testa che avverte dietro l’angolo il momento in cui verremo scoperti, che il mondo si accorgerà che questo non è il nostro mestiere, è il punto in cui nasce e finisce l’arcobaleno dell’improvvisazione e nel cielo scende il buio di un ospizio a Riva del Garda, qualche chilometro più a sud, a stare seduti per sempre a guardare il lago chiuso dalle pareti rocciose, a bere un Chinotto, a non tornare mai più a casa.

Durante l’improvvisazione si finisce nel Parco Arciducale, un giardino zen trapiantato nelle Alpi, adornato da un manto erboso perfettamente tagliato, canne di bambù fitte come sull’isola di Lost (ma senza Vincent che sbuca dalla foresta, ha smesso di improvvisare pure lui, probabilmente), e gli alberi che si aprono sulle nostre teste e lasciano precipitare un cielo sereno. C’è un laghetto, anche, dentro il parco di Arco, dove gli abitanti vanno ad abbandonare nell’acqua rancida e ferma i pesci rossi, che finiscono per crescere indisturbati. Una frase che non finirà nel video promozionale è questa: «Hai presente i pesci rossi? Di solito sono costretti a vivere in vasche di trenta centimetri. Ecco, immaginati pesci rossi liberi di crescere a dismisura». E sotto il pelo dell’acqua ci sono i pesci liberi di crescere, lunghi dieci, venti, cinquanta centimetri, con i colori tipicamente sgargianti ma dalle dimensioni assolutamente sproporzionate, e sono tantissimi, fitti, ed alcuni superano il metro di lunghezza. Poco lontano una bambina a piedi spinge giù correndo per la discesa la compagna su una carrozzina, improvvisando l’amicizia, mentre nel laghetto si improvvisa l’orrore grottesco della libertà. Finiscono le riprese, infiliamo la camera nello zaino, richiudiamo il cavalletto, e mentre risaliamo i tornanti verso la val d’Adige, scappando dai pesci rossi liberi, non vorremmo altro che rimanere lì per sempre, a vedere come tramonta il sole, sul lago, come crescono le persone fuori dalle vasche di vetro, di che colore si diventa, a non sapere mai le risposte.

categorie: 200X, Asfalto, Forzalavoro
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Sarà che non esci da mesi sei stanco hai finito i respiri soltanto

Un festival è come l’estate, ti porta lontano senza andare da nessuna parte. Un festival è come il finale di Gloomy Planets, ma fatta dal vivo, quando la tirano lunga, così lunga, ma senza cedere di una nota e sembra che potrebbe durare per settimane e poi nel finale cede di schianto, disarmata e disarmante. Un festival è come un inverno che dura da mesi in cui tutto il resto, vita compresa, viene dopo: prima c’è quell’errore da correggere nel comunicato, una sezione da aprire sul sito, un’altra ingiustizia da masticare, un altro aiuto per cui ringraziare, un proiettore da trovare la domenica mattina quando la città è divisa a metà dalla maratona e la tua testa dalle poche ore di sonno. E quando finisce, rimani tu e la tua vita, rimasta ferma esattamente al punto in cui l’avevi lasciata, sullo zerbino all’ingresso, calpestata da tutto l’andare e tornare di casa di questi mesi senza sorrisi e senza respiri, in cui finisce per cercare conforto, finisci per citare a tradimento anche Tiziano Ferro per provare a infondere fiducia in fotografi che devono presentare i propri lavori.

Un festival è tutto quello che poteva succedere e non è successo, è ritornare sulla Terra dall’orbita lunare di notti passate davanti a Illustrator, di amici che ti chiedono dove sei finito, di domande che ti piovono addosso proprio quando non era mai il momento. Un festival non è mai un momento, e serve a scrollarti di dosso tutto ciò che hai di prezioso (meno i ricordi), rimanendo soltanto con i calzini sporchi in mano e capelli troppo lunghi da tagliare.

Ritorni a casa e rimani stordito, quando la sequenza di viaggi interstellari cessa improvvisamente, e ti rendi conto che non hai trattenuto nulla, nessuna delle splendide persone che hai conosciuto in questi giorni è rimasta, sono ripartiti tutti, e quelli che dovevano tornare hanno messo in piedi, altrove, un festival sulla coerenza. Hai tenuto tra le mani consumate da chiodi, nastro adesivo, inchiostro, polvere, calcinacci, improvvisazione e verità, soltanto un’unica lezione, appresa proprio mentre dai il giro di chiavi finale: ed è sugli asteroidi da schivare mentre si fa ritorno sulla Terra, quando l’ultimo viaggio interstellare è concluso. La riconoscenza verso essersela scampata è scolpita sulle lenti appannate dei tuoi occhiali dalle parole di Massimo Mastrorillo su Aliqual, il progetto dedicato a L’Aquila terremotata, che rimbalzano come un Supertele desaturato sulle lamiere di un garage dentro un’ex caserma dei Vigili del Fuoco:

Se devi scegliere tra due storie quella da raccontare, prendi quella che non ti piace: perché sarai costretto a trovare una soluzione.

Queste, sono le parole che rimangono, di un festival in cui ti ritrovi a presentare la mostra che tu stesso hai scelto, che il giorno prima, a riguardarla appesa sui mattoni consumati di un giardino segreto, ti faceva singhiozzare silenziosamente dentro di te, rompendo quei pochi cocci rimasti ancora da frantumare. La mostra di un fotografo di Sulmona, lo stesso posto in cui avevi lasciato la tua macchina rotta a Ferragosto per una settimana, e in cui eri ritornato a riprendertela il giorno di un altro terremoto, camminando a piedi dalla stazione all’officina passando tra erba alta, marciapiedi morsicati dalla statale, il cielo illuminato così schietto e ruvido e dolce come solo in Abruzzo sa essere, d’estate. La storia che non ti piace è piena di coincidenze, dello stupore di quel fotografo al bar che ascolta il tuo racconto su pedali dell’acceleratore rotti, e di ringraziamenti e di terremoti, ed era iniziata forse anni prima, anni di altri terremoti ancora, a te più vicini, che ti ritrovi a spiegare a giornalisti sulla tua auto ora aggiustata mentre li guidi in una città che fatichi a riconoscere, e infatti finisci per perderti di notte. La storia che non ti piace sei tu che l’hai scelta, in questi mesi di inverno che non finiscono mai, che iniziano dalla fermata della metro ‘Salvator Rosa’ dalle pareti rosa e da scale mobili interminabili per raggiungerne l’uscita, dall’edicola aperta la domenica mattina con l’edicolante che esce dal gabbiotto per mostrarmi la via più breve per raggiungerla, prendendomi sottobraccio con quella complicità ormai lusso soltanto tra sconosciuti.

Bisogna nuotare per un’estate intera, per arrivare alla fine di un festival o all’inizio di una storia che non ti piace e che ti costringe a trovare una soluzione invece che ammirare «l’estetica del disastro», in una definizione che Gianpaolo Arena applicava all’indagine fotografica sulla tragedia del Vajont ma che sembra così calzante per questi tempi, i nostri tempi. E rotoli giù, come un sabato sera di fine luglio in cui gioca la Nazionale, finendo dentro un girarrosto poco prima dell’incrocio con via S. Teresa degli Scalzi, quando sei solo come soltanto alla fine di un’estate di cui prenderai tutto e non rimarrà nulla puoi essere, come alla fine di un festival, come all’inizio di una storia che non ti piace e ti condanna per gli inverni a seguire a trovare una soluzione.

Un festival è la ricerca continua, di una soluzione, è la terapia che usano coloro che non vanno in analisi per vedere cosa rimane, quando l’alta marea si ritira dalla spiaggia, vedere cosa ha resistito alle onde delle nostre imprecisioni e alla furia delle nostre passioni, vedere cosa è rimasto aggrappato alla sabbia bagnata che non è stato inghiottito dai bilanci, dai saluti, dagli interventi chirurgici alle madri rinviati, dal congedo umano dallo stress in cui anni prima saltavi dentro e ora invece lo tieni per mano. Un festival è dare un nome allo stress, addomesticarlo, farsi addomesticare, definire una lingua dei segni che non ha bisogno di suoni per esprimere concetti ma soltanto di gesti: un calcio alla sedia nel tuo ufficio quando non trovi quello che stai cercando, un labbro morsicato nell’ultima fila del cinema, un’imprecazione la sera prima quando scopri un imperdonabile errore, il morso allo stomaco quando qualcun altro ti dimostra che avevi torto, il morso allo stomaco quando qualcun altro ti dimostra che avevi ragione, la gratitudine eterna, la solitudine della primavera.

Un festival è il rinunciare a tutto il resto, in nome di questa soluzione, e quella distanza insanabile tra te e la soluzione. La mostra che hai scelto è un progetto di un fotografo su Monia, sua sorella disabile, che avevi notato anni prima, e che ora ti ritrovi spiegato dallo stesso autore che ti guarda in faccia emozionato quanto se non più di te: «Può passare una settimana senza che mia sorella faccia qualcosa, ma poi capita, e io devo essere pronto a scattare in fretta». Un festival è essere pronto a scattare in fretta, ritrovarsi ogni giorno a fine giornata a pensare di sé stessi quello che quel fotografo pensava di sua sorella, «di conoscerla bene, e invece non ne sapevo nulla», come l’estate, in cui sai tutto, di giorno, e di notte non sai mai nulla, come il finale di Gloomy Planets, ma fatta dal vivo, in cui pensi ora finisce, e invece non finisce, come le soluzioni, che credi di trovarle, e invece sono sempre loro che trovano te: «Pensavo che a mia sorella mancasse qualcosa, e invece lei ha tutto quello che le serve per essere serena, è solo qualcosa di diverso dai nostri bisogni».

Un festival è la serenità degli altri, è andare avanti fino a quando ci sarà il bisogno di comprendersi, l’uno con l’altro, come il progetto su Monia mai avrà fine, «perché per ogni domanda su mia sorella cui trovo risposta, se ne aprono altre su me stesso». Sulla spiaggia, alla fine di un festival, quando la marea si ritira, rimani solo tu, e una soluzione che non ti piace.

categorie: Forzalavoro, Linea d'ombra, Scivola
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La fantascienza

Credo di aver capito perché cerco (sebbene sporadicamente) di tuffarmi almeno fino alle ginocchia nel primo film di fantascienza che passa in zona. La fantascienza rende molto insignificanti le umane vicende, e al tempo stesso amplia esponenzialmente la portata del più piccolo gesto. Per spiegarla facile: quando piovono alieni dal cielo, noi smettiamo di contare qualcosa, ma al tempo stesso Hollywood ci regala il premio di consolazione, donando un potenziale narrativo rilevante alle nostre azioni. Scelgo di procedere alla visione di Arrival nel momento più inopportuno, per paura di mancarne la visione, andando in un multisala zeppo di giovani coppie e gruppi di amici più giovani o meno silenziosi di me. E scelgo di andarci di sabato sera, che per un multisala è come la domenica pomeriggio per il campionato di calcio. La temperatura in sala cresce con il passare dei minuti di trailer e pubblicità che precedono la visione, «circa 25», come recita il biglietto, e mi ritrovo compresso nelle poltrone centrali, circondato da corpi, giacche appoggiate sugli schienali, considerazioni e silenzi altrui. «Forse è troppo», penso al 24esimo minuto circa di attesa, e poi inizia il film e finisce questa storia.

Quella che invece non finisce mai, riprende mentre rientro a casa, e ripenso a come era iniziato, questo sabato. Un sogno che finisce a metà mattinata, all’interno della villa di una famiglia che ero convinto di conoscere, nei suoi componenti molti anni prima. Madre, padre, le due figlie e gli altri ospiti della casa, che mi chiedevano come erano andati questi anni, e come stava S, colui che ci aveva presentati anni prima. E per la prima volta nella mia vita mi sono svegliato da un sogno senza nessun dubbio sulla veridicità del contenuto. Quella famiglia esisteva, restava solo da stabilire quando l’avevo conosciuta. Solo dopo molte ore, quando mi son deciso a chiedere direttamente a S, mi sono sentito rispondere: «ma di chi diavolo stai parlando?». E confesso di essere stato fiero di me, anni di pratica a rimanere intrappolato nei sogni finalmente iniziano a dare frutti concreti, tangibili, a condizionare non le mille altre esistenze parallele, ma questa terrena, presente, offrendomi ore di compromesso esistenziale in cui mi lavavo i denti ed ero convinto di ciò che avevo sognato, un «gioco a somma zero» dove tutti ci guadagnavano qualcosa: i sogni, la realtà, il mio degrado cerebrale. Una giornata che finisce leggendo teorie linguistiche introdotte in un film di alieni che non è sugli alieni eppure parla con gli alieni, che ti costringe a credere, ai tuoi sogni, e alla realtà, e ad accettare che quello che manca, prima di tutto, sono le parole per descrivere ciò che accade. La sera prima ancora, le parole le avevo trovate, scrivendo la solita lettera bruciata: «stiamo morendo mentre tu non torni», e non c’era davvero niente di tragico. Erano solo le parole giuste, perfette, venute alla luce smuovendo la terra bagnata dalla prima pioggia dopo due mesi invernali di siccità, disegnate sputando fumo nero sul vetro del parabrezza dell’auto. Perché è vero e prima di tutto banale, lapalissiano, che si sta morendo, tecnicamente, perché è vero, che le nostre vite sono in mano a qualcun altro, perché è vero, che niente torna. La fantascienza riesce a rendere universale la mia stupida pervicacia nel rimanere ostaggio del cavallo sbagliato, le fughe nelle librerie dove si finisce a contare i carrarmati del Risiko portatile, i discorsi dettati alle note vocali del cellulare, le piadine fatte in casa troppo morbide per essere vere, l’accordo con la chitarra elettrica imparato grazie all’Xbox, le promesse che sono le ultime verità rimaste, la tua assenza.

categorie: Catene, Linea d'ombra
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Cric

Nemmeno la metà dei 54 minuti di cui è fatta Reflection, l’unica e infinita traccia del nuovo album di Brian Eno, e già quell’esitare di fronte a un’apparente banale richiesta, stasera, prende le sembianze di un 2017 che deraglia. A loro dovevo dire sì, stasera, come a tutti i treni che passano una seconda volta, e non ci si può permettere il lusso di dare la precedenza al passato, lasciar decantare i macigni ingoiati con l’aspirina appena qualche ore prima: bisogna dire di sì, al presente, perché altrimenti si offende. Il tempo non è neutro come la natura, ha un umore e un arrangiamento compiuto, proprio, imperscrutabile ovviamente ma non per questo inerte. Il presente si offende, se quando ti degna di uno sguardo tu sei impegnato a porgere corone di fiori al passato: perché ogni istante diventa tale, passato, ogni cosa, anche la più recente, anche cambiare la ruota dell’auto forata la mattina, davanti a casa, scavando nella ghiaia con il badile perché il cric, sotto il peso della macchina, non fa presa sul terreno, anche questo diventa un monumento. E tu lo rispetti. E tu hai il sangue di marmo, anche oggi, mentre non riesci neanche stavolta a saltare dentro il presente.

categorie: Catene
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Guardare

C’è questa cosa, di mia madre, quando la metto a sedere sulla poltrona con le ruotine, e la spingo fin sul ciglio della porta, in camera. Lei protende la schiena, si spinge in avanti leggermente, per allungare il collo oltre lo stipite e sbirciare sul corridoio. Guardare. Siamo nel reparto di Neurochirurgia, relativamente povero di accadimenti. Eppure la locazione dei cassonetti della raccolta differenziata, il carrello dei lenzuoli puliti, le braccia conserte dietro la schiena di un parente di un altro paziente in attesa accendono la sua curiosità a digiuno da settimane di vista frontale su un televisore spento. Che dopo quaranta giorni di niente non si è sopita, la sua curiosità, è ancora lì, tutta intatta, pienamente funzionante.

Guardare, guardare: guardare. C’è ancora così tanto da fare e abbiamo così tanto smesso di fare tutto.

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La paura

L’anno si chiude in una saletta di attesa di un reparto di un ospedale: ho mia sorella seduta vicino che si è addormentata, indossa un paio di scarpe che un po’ le invidio, come la capacità di assopirsi appoggiata a un esile gomito. Oggi è l’ennesimo giorno di queste vacanze passate perennemente fuori casa ma senza vedere quasi mai il cielo, il sole: giusto le albe, ci sono concesse. E mentre cambiano i reparti e annoto gli errori di battitura sui volantini di lavori edili lasciati sul tavolo, o la mutazione dei colori dei piani (per il resto tutti perfettamente speculari tra loro), quasi fosse un film di Antonioni (che peraltro non ho mai visto), ripenso a tutte le altre fine di anno passate: la prima con gli amici, la prima in hotel, la prima guidando verso la montagna scoprendo nuove canzoni, la prima sotto a un castello a schivare pezzi di fuochi d’artificio, la prima facendo il buttafuori, insomma, penso che tutte le ultime sere dell’anno siano state dell prime volte. E anche questa non fa eccezione: è la prima volta, che ho paura. Quella paura però non tangibile, legata a qualcosa cui davvero non puoi farci nulla: nessun complesso, nessuna colpa, nessun rischio, la prima paura in cui tu non c’entri nulla, ma che comunque ti devi fare carico, che ti trascina per il colletto su per la salita e ti porta in cima: dove soffia vento, ricordi in faccia come sportine volate via dall’inquinamento globale, il clima è rigido. Da quassù si vedono solo albe.

categorie: Linea d'ombra
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Winter Dies in December

Un anno che si chiude ascoltando i discorsi degli altri in cassa all’Interspar, reggendo in mano i savoiardi e le uova di quello che due ore e due pareti imbiancate di albume dopo sarebbe stato il primo tiramisù della vita. Due signori di fronte a me discutono animatamente di politica, si riferiscono a un terzo soggetto, imprecisato, che ad un certo punto della sua vita ha deciso di seguire una certa politica, e quello più acceso dei due si inventa questa definizione, «si è innamorato di lei, in senso buono, ovviamente». Le precisazioni, anche lì dove non dovrebbero esserci, per disinnescare, ed è fondamentalmente questa una delle nuove tradizioni che abbiamo imparato, a disinnescare ordigni, assenze, errori, conseguenze, propositi, pulsioni. Non so come sia venuto il tiramisù, ora è in frigorifero a dormire. Mentre l’albume montato a neve schizzava ovunque pensavo che mi sono sforzato tanto, quest’anno, di andarmene lontano da solo e sono rimasto, da solo, proprio nel punto da dov’ero partito, la mia cucina, la mia casa. Domani sarà il primo Natale che non passerò a mangiare cappelletti in brodo di cappone, altra tradizione che ho blandamente tentato di salvare nell’unica ora libera della settimana, acquistando un cappone in offerta all’Ipercoop e chiedendo consiglio a uno sconosciuto, e sorprendendomi a giustificarmi, «sa, di solito ci pensava mia mamma» mentre lo sconosciuto era ormai già a scartabellare pistacchi. E per ogni tradizione che si incrina ne salta fuori un’altra: ascoltarmi una canzone di Noel Gallagher, fare una passeggiata da solo per le vie del centro alla vigilia, aprire il sito di Trenitalia per provare a raggiungere chi si ricorda ancora degli anni passati, tentare di finire con entrambi i piedi dentro una canzone degli Winter Dies in June. Ecco, quest’ultima cosa qui, in particolare, sarebbe in grado di riscrivere tutti i Natali passati, presenti e futuri con una calligrafia comprensibile.

Polo / 26

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Imparare a stare zitti

Imparare a stare zitti è un po’ come la pasta in bianco della consapevolezza. Fa bene, ma. Imparare a stare zitti è tipo la minestrina in brodo della fame: scalda la pancia, vero, eppure. Imparare a stare zitti, e non notare gli esiti di taluni alvei generazionali (che si ramificano come un delta) che lasciano indietro cose e portano in mare altre (di solito le persone tra i canneti e gli obiettivi sulle onde) è quella cosa che assomiglia alle mongolfiere colorate rinchiuse dentro una vetrina a Demonte: sempre un sabato sera d’agosto, sempre il deserto, e loro illuminate sottovuoto. Chissà chi ci ha preso.

Polo / 25

categorie: Catene, Linea d'ombra, Proclami
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Da che parte stare

Santa Lucia è la santa dei ciechi, me lo ricordo bene. Pare che una volta si cavò gli occhi, per motivi a me imprecisati. Eppure anche se la nebbia è fitta, qui ci vediamo bene. Vedo Demonte, il portico dei negozi lungo la statale che taglia il centro come burro, un sabato sera di agosto in valle Stura dove non c’era davvero nessuno in giro. Vetrine che sembrano dichiarazioni di resa, uno spazio vuoto da riempire con qualcosa (qualsiasi cosa), o qualcosa che doveva essere mostrato (in qualsiasi luogo)? In base alla risposta, ognuno scelga da che parte stare.

https://www.flickr.com/photos/attimo/31594234075

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