Il veleno è nella coda

Sulla strada del ritorno a casa, vaghiamo per le terre del Naviglio Grande con le menti inquinate dal sonno. Incapaci persino di scegliere la meta dove consumare un doveroso pranzo, scegliamo principalmente per il nome la trattoria “Il posto giusto”, che si rivelerà poi essere chiusa, per l’appunto. Così, nei pressi di Bernate Ticino, dalla provinciale scorgiamo un’auto parcheggiata proprio in mezzo a uno degli stradelli che dividono le piantagioni, ora assenti. Dietro, al riparo dal baule, una coppia di anziani sta consumando il loro giusto pranzo, seduti su sedie di plastica bianche con annesso tavolo. Noi ripieghiamo da Gaetano, per far finta di niente, mentre ordiniamo un piatto di scialatielli ai frutti di mare che si rivelerà essere troppo generoso nelle porzioni, far finta di essere stanchi, far finta di averla portata a casa, in qualche modo, questa stagione notturna. Ma il salumiere che saltella di qua e di là dalla posteria mentre consegna sacchetti con un panino al salame, l’organizzatore di gare ciclistiche che strizza gli occhi forte per non commuoversi mentre ricorda una Milano-Arona di secoli passati, i compagni di viaggio incrociati per caso nei bar vicino al Politecnico che aspettano serate così da un anno, il pasticcere che bacia la capa pelata dell’organizzatore di gare ciclistiche mentre questi lo apostrofa come il vero sindaco, la nebbia che sale dal Ticino alla domenica mattina, i pescatori sul Villoresi al sabato mattina, le cabine telefoniche della SIP negli hotel a Lambrate, la gente che mangia dietro i bauli delle macchine, in mezzo ai campi, la domenica pomeriggio, e tutte le cose non fatte, da fare, da sbagliare, da fare un pochino meglio, sono queste il veleno che entra in circolo alla fine, contagiandoti per ricominciare, da qualche altra parte, ancora una volta. Farcela è un’opzione da certificare sottovoce, piano piano, nel posto sbagliato.

categorie: Asfalto, Forzalavoro
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Preabbocco

Gli eventi si annullano e le conseguenze vengono caricate sul furgone: duecentocinquanta fette di torta di mele, un’ottantina di frecce staccate dai pali, dagli alberi, dalle grondaie delle case e dalla gola raschiata, ne rimane soltanto una, «che vuoi farci», ma è sufficientemente piccola e veritiera da finire piegata nel portafoglio, come un santino. Gli eventi si annullano e finiscono per muoversi con inerzia da un lato all’altro della vallata, schivando paesi così piccoli e veritieri dai nomi che sembrano usciti da una filastrocca di Rodari. Ce n’è uno, abbastanza isolato dal resto della val d’Adige, schiacciato contro la parete ovest, verticale, con la roccia che diventa ghiaia appena prima di diventare buio, il nero del bosco dove finiscono le strade del borgo. Senza nessun in giro, come se fossero tutti andati da qualche parte, come se non l’avessero abbandonato, questo paese da filastrocca, ma lasciato in pace, come se un paese avesse bisogno di dormire, ogni tanto, e di sentirsi sfiorare i comignoli o le panchine da una mano di uno sconosciuto. Vorresti avere il tempo di prendere quell’unica strada che taglia in due il paese, e finisce contro un muro, e diventa un sentiero pieno di sassi che sale in verticale, come il mare. Di entrarci, salire a piedi, lasciare ad ogni tornante i toni cortesi per giustificarsi, i groppi in gola di chi vuoi bene, gli anni in cui potenziale era una parola che aveva senso e non una coperta sgualcita, le notti dove restare sveglio, vorresti salire in alto ancora, dove gli alberi finiscono e rimangono solo speroni di roccia, dove i medici non usano proverbi per spiegarti lo stato di salute, dove non ricordi nulla, se non l’ostinazione, dove non hai nessun talento e dimentichi sempre, regolarmente, come si fa, come si deve fare, e poi ancora, l’ultimo passo, in cima, guardando sotto, scorgendo appena quel paese da filastrocca diventato ormai un capriccio, un ricciolo di legno scolpito, il bisogno di sentire che non ti sei sbagliato.

categorie: Forzalavoro, Linea d'ombra
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Il confronto

La settimana che verrà ricordata per le staffette tra ospedale e giri in furgone sotto la grandine di Verona trova il momento fulgido ieri sera. Mentre sono indeciso tra desiderare di più un Oki o una telefonata, c’è quello che la sera prima di pedalare di notte sui monti, ti racconta, si mette lì alla finestra di casa sua ad ascoltare «i rumori, così poi faccio il confronto tra le due notti».

categorie: Forzalavoro
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YYY

Il sollievo è entrare in un pub di Verona che sta passando una playlist degli Yeah Yeah Yeahs. È ascoltare quante notti diversi possano esistere da uno sconosciuto che sceglie di pedalare, al buio, e con la voce impacciata ti spiega come «la notte a casa mia è diversa dalla notte nel bosco». Eppure baciamo il pavimento come fosse terra muschiata, e si sentono rumori di rami spezzati in camera da letto o nella foresta. Il sollievo è un ramo che si spezza quando per un secondo accetti che non devi essere tu, stavolta, a preoccuparti di chi vuoi proteggere, ma un infermiere, tua sorella o anche nessuno. Anche nessuno. Il sollievo di scambiare il sonno per sincerità, la grandine per sassi, forse perché il cielo era infastidito dal modo in cui lo guardavo, dagli arcobaleni che entrano nei cofani scoperchiandoli e facendo saltare bambini sulla carreggiata, il sollievo è riconoscere empatia di nuovo dopo millenni, è il vento che ti fa uscire le mani dalle tasche, è il vento laterale «così forte che finisci per appoggiarti e se viene a mancare perdi l’equilibrio», è l’osservare il riconoscersi non come una gabbia ma un esercizio di calligrafia, liquido e nero e così autentico come scrivere a mano con una stilografica. Il rumore del ramo che si spezza non per bastonare una bestia ma accendere un fuoco.

categorie: 200X, Forzalavoro
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Conceditelo

In reparto, in ospedale, nella stanza accanto una donna ricoverata inizia a suonare il clarinetto. Poco dopo, altri degenti arrancano in corridoio per andare a sentirla. Anzi: a vederla, suonare. Passa da un pezzo all’altro, riesco a riconoscere solo il Bolero di Ravel. Sembra un film di Nanni Moretti.

Poi la musica finisce, con il sollievo di alcuni che della musica non sanno giustamente più che farsene. In un’altra stanza c’è una donna anziana ricoverata, sta dormendo, respiro pesante. Il marito, ancora più anziano, si piega sul bastone per issarsi dalla poltrona, e raggiungerla. Pochi centimetri, colmati a una velocità lentissima. Si china su di lei, per dirle qualcosa impossibile da percepire: sicuramente in dialetto, in una lingua che solo loro due sanno articolare per farne uscire qualcosa di buono. L’uomo è altissimo, come il tronco sottile di una robinia lasciata crescere alta ma esile, e piena di solchi, piegato quasi in due, da un capo all’altro del terreno, per un vento che ha appena iniziato a soffiare e non smetterà più. Poi si raddrizza, per ritornare alla sedia, e pronunciare ad alta voce, questa volta perché fossero gli altri, a capire, un “ma guarda lì” in ferrarese che è come i lampi di questa notte: illuminano senza fare rumore.

Il tuono arriva giorni, mesi, anni dopo, passando prima per i cigoli delle sbarre del letto, per i saluti imbarazzati al bar dell’ospedale, per un’altra suonata di clarinetto che questa volta intercetta il medico in corsia, che si ferma incredulo per poter parlare finalmente di note e non di malattia, «se me lo diceva oggi portavo il violino, signora, così suonavamo assieme», passa per tutte le vie di mezzo saltate come fossero ostacoli o recinzioni o guardrail, finendo inevitabilmente fuori strada, passa per tutti quei “cosa ci fai qui” che mi fanno quasi sentire un po’ in colpa: che cosa ci faccio io qui, che il dialetto lo mastico appena? Quando ti confesso che sto perdendo tempo, mentre sono uscito qualche ora fuori da quella gabbia di cemento perché non riuscivo più a sentire che rumore faceva la mia mente, tu mi rispondi: «Conceditelo».

categorie: Linea d'ombra
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Lo sai

Dice, una delle persone che stimo di più in tutti gli universi possibili, di se in rapporto agli altri: «se ammetto che sto male devo prepararmi alla resa finale, lo sai che peggio del fallimento, c’è solo l’apparenza del fallimento»

La letteratura ci salva la vita, ma il fatto di dover essere sempre, letteratura, per poter interagire con gli altri, all’inizio, alla fine, (soprattutto all’inizio), e anche durante, di doversi sempre presentare come letteratura quando si parla, si scrive, si incontra, non si incontra (il più delle volte), è un’altra di quelle cose che è sfuggita di mano.

La luce nel disastro è sempre quella cui voglio più bene.

categorie: Forzalavoro, Linea d'ombra
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Nivolet

Colle del Nivolet. Sabato di agosto, uno dei quattro-cinque giorni lontano dal computer che l’anno ti concede. Ad un certo punto della salita decido di lasciare l’auto e proseguire a piedi, mi sembra molto più onesto così. Salgo da solo fino a 2600 metri, in cima a un passo che non unisce ma divide, la strada infatti non è mai stata asfaltata sul lato valdostano così bisognerà poi tornare indietro. C’è abbastanza vento per farmi ricordare praticamente ogni cosa della mia vita. Poi arriva il momento di scendere, e quando penso che finora non ho incontrato nessun altro camminare da solo in montagna, incrocio per caso una donna anche lei silente lungo i tornanti. Racconta che è appena stata licenziata da un call center, che è mamma di una bambina con una malattia rara, che si è separata, che ci penserà a tutto, ma «dopo Ferragosto». Chissà se ha iniziato.

La pagina lenta delle foto lente, una delle poche cose che resistono, qui:

Colle del Nivolet 2017

categorie: 200X, Asfalto, Linea d'ombra
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Ventidue volte

Scrivo in tedesco a un ufficio turistico di una regione lontana, non so il tedesco, copio e incollo frammenti che traducono le mie parole passate, carico su un furgone fusti di birra non terminati e frigoriferi vuoti, mi invento una nuova retorica su qualcosa che di retorica non ne avrebbe proprio, rassicuro sconosciuti al telefono sulla loro capacità di condurre una presentazione con uno scrittore, entro in un ufficio postale, ancora, questa volta però scegliendo una raccomandata con ricevuta di ritorno, invece dell’anonima e innocua spedizione semplice, perché è vero che la mia libertà finisce dove inizia la tua, ma il mio fegato finisce dove inizia il tuo, evito di far emergere lo strisciante razzismo implicito nei discorsi di un barista della mia città, che mi spiega come il problema dell’estate non saranno le zanzare pronte a proliferare grazie alla siccità, no, saranno «le zanzare portate dagli immigrati, riporteranno la malaria», come se in queste zone la malaria non fosse stata impiantata proprio dagli autoctoni che ora hanno paura, come se la malaria fosse una valigia, fosse un oggetto da nascondere in uno zaino, facciamo riunioni sulle panchine a fianco di neolaureati che stanno proteggendo un platano con sacchi del pattume, prima di devastarlo con uova, farina, alcol e la retorica del celebrare, quando invece non è rimasto più niente, comprese le celebrazioni, quando ogni parte del mio corpo vorrebbe ritornare indietro, quando invece finisco dentro una chiesa al momento chiusa in fase di restauro, con la navata centrale completamente nuda e sgombra, con i banconi tutti rimossi e il marmo levigato come un mare calmo che si infrange contro la parete dei teli di plastica a proteggere Cristo e l’altare dalla polvere e dai miei profani tentativi di cambiare il futuro, quando mi spiegano che se mi piazzo sotto il punto di confluenza degli archi, e batto forte le mani, sentirò l’eco per ventidue volte di fila, se batto bene le mani, ma appena si girano dico piano il tuo nome, ad alta voce, e l’eco non si sente per ventidue, ma per ventiduemila volte. Senza ritornare a terra.

categorie: Linea d'ombra
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Sopporto solo una cosa

Seduto in ufficio, tre telefonate altrui diverse in corso, tu sei nel mezzo, le maniche della camicia arrotolate, le mani leggermente infreddolite, gli auricolari ormai consumati e difettosi ben infilati nelle orecchie ad ascoltare questa prefazione letta da Servillo con gli occhi che si spalancano, man mano che l’ascolto procede, e poi iniziano a serrarsi, sempre di più, percepisco le ‘sc’ acquose, le elle unte, le riconosco tutte, sempre di più, sempre di più, fino a diventare due tagli.

 

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Arco

La toponomastica di Arco è eloquente. Cammini per le vie del centro storico e ti imbatti in Vicolo Stretto, Cieco, Doppio, Tortuoso, Erto. Ne capisci l’origine, dei nomi, percorrendoli. C’è anche Vicolo Umido, mi chiedo a voce alta «e questo chissà come mai si chiama così» proprio mentre sta passando un anziano lì residente, che non resiste, forse aspettava questa domanda da una vita intera, e si ferma, si gira e mi spiega, in dialetto: «’Umido’ perché un tempo i gabinetti delle case dei ricchi perdevano, e allora tutta la strada si allagava, era piena d’acqua».

Arco è la cittadina del Trentino in cui siamo finiti a lavorare oggi. Il lavoro consiste, come talvolta capita, in un’improvvisazione estrema: ideare un video promozionale senza aver visto prima il contesto in cui avremmo girato, né la persona protagonista del filmato. E soprattutto, senza sapere come si girano, dei video: non è il nostro mestiere. Eppure ci tocca improvvisare, è una di quelle cose, come l’afflato per la tensione nervosa che divora ma dona anche vita, anzi, giustifica l’esistenza stessa, che perpetua la dicotomia tra quello che ti tiene in piedi e quello che i piedi te li sega. Improvvisare con il trascorrere degli anni ha lo stesso effetto che hanno le salite in bici: una volta più sangue sputavo e più volevo sputarne, ora mi fanno solo venire mal di testa. Così, mentre passeggiamo per le strade di Arco disarmati perché stiamo facendo un lavoro che non è il nostro e dobbiamo inventarci nel giro di qualche ora un modo efficace per estorcere una dichiarazione genuina da una persona sconosciuta, la testa si contorce, si spreme, e penso che vorrei restarci per sempre, a pochi chilometri da un posto dove ci sono adesivi di cuccioli di tigre sbiaditi attaccati ai portoni o bacinelle di plastica abbandonate alle fontane, ma soltanto per non improvvisare niente. Invece mentre azzardo a toccare i lenzuoli stesi da un balcone per ricreare (improvvisare) l’effetto del vento, esce subito la padrona di quei lenzuoli a ritirarli dentro, anche se non erano affatto asciutti. Arco è la parabola disegnata dalla mia testa che avverte dietro l’angolo il momento in cui verremo scoperti, che il mondo si accorgerà che questo non è il nostro mestiere, è il punto in cui nasce e finisce l’arcobaleno dell’improvvisazione e nel cielo scende il buio di un ospizio a Riva del Garda, qualche chilometro più a sud, a stare seduti per sempre a guardare il lago chiuso dalle pareti rocciose, a bere un Chinotto, a non tornare mai più a casa.

Durante l’improvvisazione si finisce nel Parco Arciducale, un giardino zen trapiantato nelle Alpi, adornato da un manto erboso perfettamente tagliato, canne di bambù fitte come sull’isola di Lost (ma senza Vincent che sbuca dalla foresta, ha smesso di improvvisare pure lui, probabilmente), e gli alberi che si aprono sulle nostre teste e lasciano precipitare un cielo sereno. C’è un laghetto, anche, dentro il parco di Arco, dove gli abitanti vanno ad abbandonare nell’acqua rancida e ferma i pesci rossi, che finiscono per crescere indisturbati. Una frase che non finirà nel video promozionale è questa: «Hai presente i pesci rossi? Di solito sono costretti a vivere in vasche di trenta centimetri. Ecco, immaginati pesci rossi liberi di crescere a dismisura». E sotto il pelo dell’acqua ci sono i pesci liberi di crescere, lunghi dieci, venti, cinquanta centimetri, con i colori tipicamente sgargianti ma dalle dimensioni assolutamente sproporzionate, e sono tantissimi, fitti, ed alcuni superano il metro di lunghezza. Poco lontano una bambina a piedi spinge giù correndo per la discesa la compagna su una carrozzina, improvvisando l’amicizia, mentre nel laghetto si improvvisa l’orrore grottesco della libertà. Finiscono le riprese, infiliamo la camera nello zaino, richiudiamo il cavalletto, e mentre risaliamo i tornanti verso la val d’Adige, scappando dai pesci rossi liberi, non vorremmo altro che rimanere lì per sempre, a vedere come tramonta il sole, sul lago, come crescono le persone fuori dalle vasche di vetro, di che colore si diventa, a non sapere mai le risposte.

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