Have you ever been all messed up?

L’attesa fa rima con pazienza che fa rima con dormire che fa rima con doghe che fa rima con letti sfondati che fa rima con labbra che si morsicano da sole sui 7 minuti che fanno rima con i notwist che fanno rima con troppo che fa rima con tutto che fa rima con il tram 24 che fa rima con il liquore al cioccolato che fa rima con farsi venezia di corsa, provaci tu, che fa rima con fretta che fa rima con tempismo che fa rima con mi manchi che fa rima con le coincidenze che fa rima con il dimenticare che fa rima con il ricordare che fa rima con l’assenza di internet che fa rima con adesso inizio a tremare che fa rima con cosa mi sto perdendo che fa rima con niente che fa rima con l’elasticità che fa rima con le capre che leccano il muso che fa rima con posti prenotati che fa rima con preoccupazione che fa rima con prendersi cura che fa rima con se stessi che fa rima con te che fa rima con l’attesa.

categorie: Asfalto, Linea d'ombra, Scivola
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E io sono un principe

Kuklov e Bogadel’nev siedono a un tavolo coperto da un’incerata e mangiano la minestra.
Kuklov: Io sono un principe.
Bogadel’nev: Ah, tu saresti un principe!
Kuklov: Be’, e anche se sono un principe?
Bogadel’nev: Anche se sei un principe, ti verso addosso la
minestra.
Kuklov: No, non devi.
Bogadel’nev: E perché non devo?
Kukov: Perché dovresti versarmi addosso la minestra?
Bogadel’nev: Perché, cosa credi, che ai principi non gli si può versare addosso la minestra?
Kuklov: Sì, lo credo.
Bogadel’nev: E io credo il contrario.
Kuklov: Tu la pensi in un modo, io la penso in un altro.
Bogadel’nev: E a me non me ne frega niente di te!
Kuklov: E tu non hai nessun contenuto interiore.
Bogadel’nev: E tu hai un naso che sembra una vasca per il bucato.
Kuklov: E tu hai un’espressione che sembra che non sai dove sederti.
Bogadel’nev: E tu hai un collo fusiforme!
Kuklov: E tu sei un maiale!
Bogadel’nev: E io adesso ti strappo le orecchie.
Kuklov: E tu sei un maiale.
Bogadel’nev: E io adesso ti strappo le orecchie!
Kuklov: E tu sei un maiale!
Bogadel’nev: Un maiale? E tu chi saresti?
Kuklov: Io sono un principe.
Bogadel’nev: Ah, tu saresti un principe!
Kuklov: Be’, e anche se sono un principe?
Bogadel’nev: Anche se sei un principe, ti verso addosso la minestra.
Kuklov: No, non devi.
Bogadel’nev: E perché non devo?
Kukov: Perché dovresti versarmi addosso la minestra?
Bogadel’nev: Perché, cosa credi, che ai principi non gli si può versare addosso la minestra?
Kuklov: Sì, lo credo.
Bogadel’nev: E io credo il contrario.
Kuklov: Tu la pensi in un modo, io la penso in un altro.
Bogadel’nev: E a me non me ne frega niente di te!
Kuklov: E tu non hai nessun contenuto interiore.
Bogadel’nev: E tu hai un naso che sembra una vasca per il bucato.
Kuklov: E tu hai un’espressione che sembra che non sai dove sederti.
Bogadel’nev: E tu hai un collo fusiforme!
Kuklov: E tu sei un maiale!
Bogadel’nev: E io adesso ti strappo le orecchie.
Kuklov: E tu sei un maiale.
Bogadel’nev: E io adesso ti strappo le orecchie!
Kuklov: E tu sei un maiale!
Bogadel’nev: Un maiale? E tu chi saresti?
Kuklov: Io sono un principe.
Bogadel’nev: Ah, tu saresti un principe!
Kuklov: Be’, e anche se sono un principe?
Bogadel’nev:Anche se sei un principe, ti verso addosso la minestra.
Ecc.

Paolo Nori che legge Danil Charms
(al mio funerale, leggete solo questa roba qui, e basta)

categorie: Scivola
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Understatement

Vado a letto perché mi sto sciogliendo dal sonno e quando sono finalmente avvolto dalle coperte, non dormo più, e mi metto a guardare instagram e twitter e tutto quanto producete voi di notte, e invece voi cosa mi combinate, dormite, di notte, e non me l’aspettavo, e allora apro scaip, confidando in altrui insonnie, e invece non c’è nessuno, e allora, mi chiedo, l’inquietudine che sbadilate durante il giorno sui miei schermi sui miei occhi e sui miei intestini, dov’è finita, ero qui pronto ad accoglierla e farne focacce calde da vendere al mattino alle persone riposate rasate pettinate pulite fresche e riposate, ignare che il pane caldo viene fatto con le nostre tarantole notturne, e voi mi lasciate da solo, a letto, a guardare instagram, a mettere like come se stessi attaccando stelle fluorescenti al soffitto, con il sacchetto della farina aperto e il pavimento imbiancato?

Poi finisce che decido di puntare la sveglia anche se si tratta di un giorno pari e in teoria potrei dormire, soltanto per ascoltare le comunicazioni di Monti alla Camera, fissate per le 9.30, mi alzo dopo aver dormito circa 4 ore per sentire Monti, e penso di avere un problema, penso di essermi innamorato di Mario Monti, o di voler essere adottato da Mario Monti, e i problemi diventano ancora più grossi, sono innamorato di mio padre, sfioriamo l’incesto, penso, mentre mi guardo nello specchio e vedo dei capelli avvolti come fili dell’alta tensione attorno alla mia testa, penso che non è francamente normale, provare tutta questa empatia questa pulsione e questo bisogno di ascolto verso un professore della Bocconi che usa nel parlamento italiano termini comefirewalls <tremano i vetri>, devo avere qualche trauma rimasto irrisolto, se punto la sveglia al mattino di un giorno di riposo per alzarmi ad ascoltare Monti, ma i problemi non sono finiti, proseguono, proseguono tra poco quando andrò a far sviluppare un rullino, una cosa che non facevo dal 1999, una cosa che ormai fanno due categorie di persone, i giovani fotografi nostalgici, e i vecchi, e io da che parte sto, mi chiedo, mentre ho le mani fredde perché non ho ancora acceso il riscaldamento in casa, e Monti non verrà di certo a soffiarci sopra, e tu nemmeno, e tu nemmeno.

Mi sono addormentato solo quando ho pensato che avrei dovuto smettere di vergognarmi di avere voglia di parlare con gli sconosciuti.

categorie: Catene, Itaglia
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Love it or love it

Restare o scappare, arrivare al cinema e ricevere in mano questo quadrato di carta da inserire in un’urna, scegliendo tra la fuga e la resa, tra la diserzione e la ricostruzione, tutto è ambivalente, cristo, tutto è fottutamente individuale, dalla scelta dei calzini all’amore alle tasse da pagare alle persone con cui scoperai in un futuro (a quanto pare) evidentemente remoto, tutto ridotto a una scelta individuale, come se dipendesse soltanto da noi stessi, Restare o Scappare, dall’Italia, diceva, chiedeva, rispondeva, il documentario (carino, peraltro, ma questo è un aspetto totalmente secondario), ma poteva voler dire da qui, da domani, da te, da me, da quel libro, da quel pomeriggio, da quella scelta, da qualsiasi cosa che venga in mente ai tuoi nervi, Restare o Scappare, e io credo di averle provate entrambe, io sono un grande sostenitore, del Restare, anche quando i muri prendono fuoco e bruciano i tappeti e i tuoi capelli e le mani finiscono per scottare insopportabilmente, mi ricordo anni fa io che ti urlavo in faccia e tu che mi urlavi in faccia e tu che te ne andavi e io rimanevo lì, perché avevo il senso del dovere per l’amore, quasi una predisposizione marziale a farle funzionare, le cose e l’amore e le persone, come se sulla schiena delle persone ci fosse uno scompartimento dove infilarci le mani non per farle godere o soffrire o torturarle ma per insegnare loro come si fa a perdonare o a non avere fretta o ad avere ancora voglia di te, tutte cose alla fine anche molto inutili, io rimanevo dentro la stanza, al centro, rimanevo e cercavo con le urla di farti tornare, e più scendevi le scale, e io più urlavo, ma io rimanevo lì, lì dove l’incendio era divampato, senza accorgermi che invece tu ti portavi via le fiamme, il calore, il bruciore, la luce e quindi tutto. Che senso ha avere ragione quando sei solo nel buio di una stanza di albergo di Reggio Emilia? Che senso ha avere ragione quando sei disteso nudo sui materassi disposti sovversivamente sul pavimento del soggiorno di tua nonna? Che senso ha non imparare, le cose, non accettare che tutto è maledettamente individuale, che contano soltanto le nostre dita, e i polpastrelli, e nient’altro, che senso ha predicare la visione comune, che senso ha consegnarmi un tagliandino all’ingresso di un cinema per chiedermi se voglio Restare o Scappare? Abbiamo davvero un’alternativa? Ci interessa davvero scegliere tra queste due opzioni, che è come scegliere tra l’acqua e la pioggia, tra la fame e i crampi allo stomaco, dove sta la differenza, all’atto pratico, dov’è soprattuto che ci si asciuga, ché gli asciugamani sono tutti in lavanderia e dobbiamo strisciare la faccia e il petto e le gambe e il culo contro le pareti del bagno, e per quanto vuoi che siano lisce le piastrelle (anche se sulle mie ci sono disegnati in rilievo orridi fiori di prati di trent’anni fa), rimani comunque bagnato, dove ci dobbiamo asciugare? Si tratta di decidere se prendere un ombrello o indossare un poncho, è come scegliere se affrontare correndo o camminando il chilometro che ci separa dalla macchina al portone di casa mentre sta piovendo tutta la pioggia possibile. La vera scelta che cambierebbe tutto, cambierebbe la mia vita e la tua e quella di tutti, sarebbe quella di decidere di tornare tutti indietro, o di andare tutti avanti, e di riprovare a tornarci, in quella stanza a Reggio Emilia, poco distante dal teatro, ma insieme, di riprovare a ignorarci, qualche settimana fa, e di decidere, insieme, di fare cose stupide come scriverci, ma insieme, e di non avere paura di sembrare ridicoli, ma reciprocamente, e di non farti scendere dalla macchina, ma insieme, di non prenderti in giro di fronte al prof di Arte, ma insieme, di andare a Firenze dai Verdena, ma insieme, di volerci, di nuovo, o mai, o per la prima volta, che è anche la più bella, ma insieme.

categorie: Catene, Itaglia, Linea d'ombra
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Se ti fai poche domande avrai tutte le risposte

Il video è meraviglioso, e loro sono molto, molto meno cazzoni di quanto possa sembrare ai più distratti. Adorabili.

categorie: 200X, Itaglia
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Le viscere in tasca

categorie: Catene, Linea d'ombra, Scivola
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Come puoi vivere a testa in giù

forse dovevo prendere un muffin invece che un old island, old england, come si chiama, aiutami, io mi sono fermato a rimirare la panna montata e le scaglie di cioccolato, e poi sono salito in macchina e ho messo su l’intero Requiem e mi ha tirato cinghiate con la fibia e io lasciavo venire rosso quando finiva una canzone e ripartivo solo con Canos, toglietemi i Verdena dall’autoradio altrimenti non rispondo di me e inizio a scrivere a chiunque la verità, vi prego, sull’amore e sugli espatri e sull’età e sul peso forma e sul rispetto e sull’uso della carta igienica e sull’opportunità di aprire un tumblr, toglietemi quel cd dall’autoradio che fa lampeggiare di arancione la mia vita e vi dirò tutto quanto, magari scombinando le sillabe ma usando soltanto parole sincere come le ciliegie in fondo al bicchiere sui corpi e i capelli e Berlino e Barcellona e Londra, ma Londra solo in primavera, prima il lungo inverno e la bella estate e il lungo inverno e l’infinito autunno, e le articolazioni e le scapole che sembrano ali e farti volare issandoti al centro della stanza e mia sorella che pesa venti chili meno di me e quindi è leggerissima e mi chiede cosa fai, e io la faccio alzare dal pavimento e spettinare, toglietemi quel cd dall’autoradio che caramella il volante e lascia una scia sui sedili e vi dirò la verità sui social network sulle forbici e sulla carne, la carne che avvolge i discorsi con il suo grasso e il suo sapore, la carne usata come sottobicchieri dei nostri whisky che sanno di zucchero, molecole disgregate dai nostri molari usurati, con i canini in congedo permanente e gli incisivi impiegati per meri e velleitari scopi di rappresentanza, pensateci bene al prossimo sorriso, pensateci prima di elargirlo al primo Come stai? che passava di lì quasi per caso, sicuramente per convenienza dell’interlocutore, pensateci e mettetevi in ginocchio a scrivere, il momento in cui non userete nemmeno una sedia per scrivere ma batterete i tasti così, in ginocchio, con le scarpe slacciate, e il maglione semi sfilato, non date la colpa ai Verdena o allo sconosciuto illuminato che vi propina una ricetta degli anni 70, date la colpa, per i crampi ai polpacci mentre scrivete, ai baci non dati, ai sorrisi tenuti per momenti migliori, mentre andrebbero impiegati adesso, per i momenti peggiori, alle carezze dimenticate sul divano o nelle tasche dei vostri cappotti, dove le vostre dita costruivano rebus indecifrabili senza la chiave nascosta, che sarebbe io-ti-voglio, ma non si ha l’umiltà di riconoscerlo, l’umiltà di abbandonare questi tavoli di vetro che lasciano vedere i nostri pantaloni e le nostre scarpe e ci distraggono da quello che sentiamo, e io sto sentendo da venti minuti Requiem a volumi improponibili, toglietemi quel cd e vi prometto che vi dirò la verità su quello che non sono stato capace di essere e su quello che non voglio diventare, che non voglio concedere, che non voglio ammettere, il futuro si regge su tre lettere anzi due, la n e la o, e la positività è bandita dalle feste a tema, dai lunedì dal ritorno delle vacanze, dai viaggi a bordo di low cost, dai corsi cui ci iscriviamo per credere di essere capaci di seguire delle regole, dalle regole, solo divieti, solo negazioni, la positività per ora la chiameremo omopatia, che è la paura di scoprirci animali senzienti, che vogliono passare le estati, a Pordenone, oltre che gli inverni, la paura di scoprirci ad ansimare per una nota rubata, per una ciocca di capelli, per un sms al mattino appena svegli, per un perdonare e un dimenticare, toglietemelo, quel cd, dalla mia autoradio, e io vi riporterò a casa e vi aiuterò a salire le scale, appoggiatemi alla mia spalla e io vi farò entrare nelle vostre case e vi accompagnerò fino al vostro letto, e vi depositerò docilmente, come una chitarra acustica che arpeggia quando il locale chiude, sopra ai vostri materassi, alzando le coperte e abbassandovi le palpebre, e vi dirò sì con una carezza sulle vostre sopraciglie e vi racconterò la mia storia, che è quella di chi chiedeva di togliere i Verdena dall’autoradio, e fermarsi, e non ricordarsi chi fosse, e di riconoscere una persona, in chi mi guarda, e di insegnarle a non disprezzare il respiro degli altri, è solo ossigeno, da inalare nelle vene, e addormentarsi contaminandosi reciprocamente, e deporre le armi, una volta per tutte, stai a vedere che vinciamo tutti, in un modo o nell’altro.

categorie: Catene, Linea d'ombra, Proclami
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Selezione all’uscita

Ieri ho visto forse uno dei posti più meravigliosamente abbandonati e surreali del nord italia. Usando la torcia del mio Nokia per farmi strada. E poi mi sono messo a badare alla sicurezza, e la prima canzone che ho sentito dell’anno nuovo mi pare proprio che fosse Sprawl 2, e ho saltellato in un locale ancora semi vuoto come fossi Règine, cercando di convincermi di non essere stupido.

Me lo ripetevo: saltella senza sentirti stupido. Saltella senza sentirti adolescente. Saltella senza sentirti uno che saltella. Saltella come se gli Arcade Fire fossero una cosa troppo bella per permettersi di essere preoccupati della realtà.

E poi ho fatto selezione all’ingresso, ed era una cosa molto buffa, io, che faccio selezione, quando io faccio sempre entrare tutti quanti, invece. E sono stato in piedi 12 ore di fila, e sono andato a dormire in una mansarda sprovvista di internet e mi è mancato l’ossigeno. Me lo ripetevo: dormi senza avere bisogno di ricordarti quanto sei incompiuto. Dormi senza avere bisogno di ricordarti quello che ti stai perdendo. Dormi come se Verona fosse una cosa troppo bella per permettersi di essere preoccupati della irrealtà.

E prima di ritornare, guardare Verona dall’alto, in silenzio, con una kodak usa e getta nella tasca interna del giubbotto, e la mano per coprire il sole, e non avere più bisogno, per i prossimi cinque minuti, di essere preoccupati.

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Gli squali se non nuotano muoiono

Alla fine l’unico proposito di quest’anno non sono riuscito a mantenerlo: non ho imparato a fare il caffè. Ma sono riuscito a leggere questo libro. Ci ho messo un anno, anche se ci ho messo due giorni, ieri, in treno, e oggi, sul mio letto. L’ho iniziato tre volte, è rimasto appoggiato sulla mia scrivania tutti i giorni di questo 2011, ad accumulare polvere, che periodicamente spolveravo. L’ho iniziato tre volte. Ha preso la pioggia quella domenica di luglio in cui cercavo clorofilla. Spesso era nel mio zaino, ad appesantirlo. E poi, alla fine, ho pensato che no, tutto non poteva finire senza almeno averlo letto, senza imparare a sfogliare le pagine prima che sia troppo tardi.

Ho cominciato a fare invenzioni e dopo non riuscivo più a frenarmi, come i castori, che conosco. La gente crede che abbattano gli alberi per costruire le dighe, ma in realtà è perché non smettono mai di crescergli i denti, e se non li limano continuamente tagliando il legno di tutti quegli alberi, i denti comincerebbero a crescergli dentro il muso e morirebbero. Il mio cervello era uguale.

Jonathan Safran Foer

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I’ll sell apples and ice water

Di tutti i posti per cui siamo partiti, di tutti i posti da cui siamo tornati, non rimane più nulla, se non il loro vuoto ricordo. Il 2011 ha riscritto il nostro vocabolario, e ce lo siamo messi in tasca mentre tentavamo di scaldarci le mani infreddolite nei posti che più assomigliano a casa nostra, ormai: stazioni, aeroporti, autostrade. Abbiamo fallito ancora, abbiamo fallito ancora meglio. Ora non ci resta che andare a vendere mele e acqua ghiacciata.

(E non c’è stato nemmeno un disco dell’anno, per me, quest’anno. E ci sono stati ancora loro, sempre loro, ma hanno saputo infilare dentro la busta ancora nuove canzoni)

(Ma dovendone proprio proprio dire uno, sparo razzi arpie e fiamme e benzine e autogrill e chiacchiere in via Garibaldi a Lucca e sudore e sudore e sudore e le pellicine delle dita che ancora le mangio, ché ho sempre fame)

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