Fette

I gesti piccoli. L’altra sera partecipavo a una delle solite riunioni per “organizzare qualcosa” (c’è chi invecchia facendo figli a me è toccato fare riunioni serali) e per chiudere un tentativo dialettico di giustificare una mia scelta ho citato sommessamente Carver, ma senza darlo a vedere. L’ho detto così, «è una cosa piccola ma buona», a mezza voce, quando ormai la conversazione era fluita da un’altra parte della stanza e tutti si erano già voltati ad ascoltare qualcun altro. Come stasera al supermercato, poco prima della chiusura, reduce da una giornata in cui le riunioni avevano creato ulteriore tensione, quasi come al posto dell’anidride carbonica gli alberi avessero bisogno di tensione, e ci fossimo tutti messi in testa di doverne produrne a più non posso per salvare il pianeta, immettere tensione continua e non alternata nell’aria per dar da mangiare alle piante, agli alberi e perpetuare la fotosintesi clorofilliana litigando, angustiando, sobillando, sibilando, fraintendendo, supponendo, pretendendo soprattutto cose grandi, e non piccole, cose cattive, e non buone, e finendo così al supermercato, appunto, poco prima delle otto di sera, quando tutti erano ormai verso le casse, girati da un’altra parte, ed io decidevo di acquistare una confezione di un dolce in offerta, a metà prezzo perché la giornata era finita e altrimenti andava buttato, un po’ come ti senti tu e come probabilmente ci sentiamo un po’ tutti, da buttare a fine giornata, e prenderlo soltanto perché ti ricordi qualche giorno prima tua madre domandarsi così, di punto in bianco, se lo facessero ancora quel dolce, al supermercato, e ricordarsi di un dialogo con un’impiegata del supermercato di anni prima, quando le chiese «mi scusi ma lo vendete ancora quel dolce, tagliato a fette?», e sentirsi rispondere «no signora, non lo vendiamo più a fette», ricordarsi di essere a fette quando nel banco frigo lo rivedi, finalmente, tagliato a fette, e ti torna in mente il ricordo di tua madre, così dal nulla, così come le era venuto in mente a lei, e decidi di acquistarlo, poco prima delle otto di sera, mentre fuori dal supermercato ha smesso di piovere, gli alberi dalle nostre bocche non vogliono respiri ma tensione, l’aria è ancora fredda.

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Per forza

«Questa porta del treno non va», e non si può scendere dal lato in cui c’è sereno, si cambia vagone, appena prima della fermata, per ritrovarsi nella nebbia. «Qui a Milano non vediamo il sole da giorni», dice mentre dal 29esimo piano si vede solo la stazione, e nemmeno i treni, e non si riesce a controllare se nel mentre abbiano aggiustato, quella porta, o meno. In metro un’anziana con le guance rosse, i capelli ricci che le svengono sulla fronte, parla tra sé e sé, muovendo appena le labbra, ed è una porta sull’infinito, il gesto di parlare da soli, con lo sguardo perso nel vagone, che sempre mi lascia sgomento e finisco per trascinarmi sotto le suole delle scarpe da mattina a sera, quando dal microfono ascolto questa frase: «i ciclisti fanno fatica, e chi fatica è una persona buona per forza».

categorie: Linea d'ombra
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I’m not here

Nelle ore dove non riesci a dormire e ti attorcigli alle lenzuola, nelle ore in cui il Male viene a chiederti un caffè, nelle ore dove perdi gli occhi dentro righe di codice per non ritrovarli mai più, nei viaggi del tempo scendendo le scale o alzandosi al mattino fino allo specchio, nelle autoradio incastrate che non riesci più a estrarre, nei libri appoggiati sulla scrivania che diventano palazzi, grattacieli, piattaforme, nuove città sul comodino con un loro traffico, piano regolatore, divieti per le polveri sottili e nelle quali tu, no, non sei ammesso, nelle ore in cui entri in paesi stranieri senza i documenti, nelle ginocchia che ti fanno male quando ti allacci le scarpe o ti abbassi per guardare se sotto al letto c’è qualcuno, nelle ore in cui chiedere è un divieto, sapere una rimozione, resistere un privilegio.

categorie: Linea d'ombra
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325

Dei 325km in bici tra Ferrara e l’Istria ricordo l’inflessibile doganiere croato che mi congeda con «next time you don’t forget it», le scatole di panettoni appoggiate al suolo alla dogana slovena. Il senso di fastidio nel camminare tra la gente il giorno dopo l’essere tornato a casa, il girar a vuoto a Muggia, il sentire le cose nitidamente, sentirle finalmente tutte, sulla salita verso Plovanja.

categorie: Asfalto
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«È per questo che leggo i giornali»

I tramonti che vuoi ricordare esistono anche dietro la Curva Ovest, i cieli da fotografare spuntano anche da dietro le gradinate di uno stadio, sul finire della partita. Le persone che ti fissano esistono anche a bordo campo, con lo steward bardato di giallo fluorescente costretto a dare le spalle al prato, ai giocatori, alle azioni, e a guardare per novanta minuti di fila gli spettatori, e quindi anche tu. Ha la barba lunga di una settimana, non si alza mai, e non riesci a non fissare la sua costanza, il suo asservito procedere al dovere, e finisci per incrociare il suo sguardo, senza che lui se ne accorga. Capisci allora che non di occhi si ciba, ma di dovere, di scopo, di compito da portare a termine. Ci sono novemila persone in quel momento riunite tutte quante per il medesimo obiettivo, che si può tradurre nelle mille lingue del mondo ma sintetizzabile nella visione di una partita di calcio, e ti chiedi quando ancora ti capita, di avere qualcosa in comune con così tante altre persone, per così tanto tempo, per novanta minuti che ti portano a dimenticare chi sei stato e chi sarai, ancora, irrimediabilmente, al fischio finale dell’arbitro. Il medesimo scopo, che ti porta ad ascoltare l’ironia razzista verso i giocatori di colore avversari, ritrovare personaggi dei fumetti negli striscioni avversari, a scorgere un bambino che dopo neanche un paio di azioni si è già stufato di guardare giocare e decidere di giocare in prima persona, tirando una palla grande quanto una promessa contro il muro di cinta della gradinata. È lì per lo stesso motivo la madre col figlio che non riesce a fotografarlo, il tramonto, e saltano fuori mille selfie dal suo telefono ma mai il pulsante per scattare una fotografia, è lì il tuo vicino di posto che urla rancide bestemmie ad ogni passaggio sbagliato, i baristi preoccupati perché la caraffa della cioccolata calda è ormai fredda, e manca ancora il secondo tempo, siamo lì tutti per lo stesso motivo quando usciamo dallo stadio, superiamo le devastanti barriere di cemento infilate tra i palazzi liberty del quartiere più bello di Ferrara, e in questa mite e brulicante diaspora verso l’ignoto che ci aspetta, dopo novanta minuti di tregua, mi sembra di avere un posto nel mondo, di stare andando in una certa direzione, e di voler bene a tutti e a nessuno, di scordarmi come mi chiamo, tutta la strada fatta per arrivare allo stadio, tutta la strada che devo fare per tornare a casa, i secoli da percorrere a piedi con le mani in tasca e le labbra divaricate dallo stress e dal freddo, in quel terzo tempo c’è una militarizzazione ludica del tempo a cui non oppongo nessuna resistenza.

Un anno fa trascorrevo le sere delle vigilie e le albe delle ricorrenze in una corsia di ospedale, al bancone del bar ancora deserto, come il parcheggio di fronte all’entrata principale, solitamente gremito e invece, alle sette del mattino del giorno di Natale, così vuoto, aperto, innocuo come una luce spenta. Essere là, invece che a una tavola imbandita, in una via affollata, da solo nella mia stanza ad ascoltare una canzone a caso di Noel Gallagher, era sfiancante ma rigenerante, avevamo un motivo per far saltare gli schemi, le attese, le consetudini, le buone e cattive abitudini, avevamo un motivo per sentirci gettati fuori da un’auto in corsa e lasciati sull’asfalto di un parcheggio alle sette del mattino. Un anno dopo c’è un film in bianco e nero alla tv, tutto si è rotto e qualcosa si è sistemato, e di nuovo però si ritorna a cercare tutti i colori del cielo possibili sopra l’autostrada, schivando le buche sui crinali, rimandando il freddo, dimenticandosi la strada per tornare a casa. Di nuovo si ritorna a bere caffè in autogrill, ad ascoltare quello che si dice alle proprie spalle, mie e del barista che sta finendo di rifornire di bustine di zucchero il bancone, all’inizio della notte della vigilia. Ci sono due signori spettinati che commentano una notizia: «Questa non la sapevo», dice uno, «è per questo che leggo i giornali», dice l’altro.

categorie: 200X, Linea d'ombra
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Coraggio

Rigoni Stern avrebbe potuto lavorare a Torino, ma è stato uno dei pochi intellettuali che ha capito l’importanza di stare là, in montagna, a litigare con i suoi compaesani.

Paolo Cognetti, oggi, a Internazionale a Ferrara, prende due semplici parole e me le spalma sugli occhi e per un attimo non vedevo più dove stavo camminando, vedevo solo il coraggio, attorno, addosso, ovunque, che mi sta aspettando ormai da troppo tempo, che forse è arrivato il momento di abbracciare.

categorie: Linea d'ombra
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E se dipende da me

Ieri sera, sala macchine, iniziano a spegnersi le luci. Mentre trascinavamo sacchi dell’immondizia e spostavamo manichini agghindati con vestiti e paillettes, ho pensato che non mi ricordavo più l’ultima volta che avevo partecipato a qualcosa, invece che organizzarla. Mentre prendevo una fetta di pinzone con le mani sporche di polvere, scattavo foto col cellulare da mandare ai giornali, salutavo neonati con la pettinatura da punk londinese, pensavo a quella tavola di Alice Milani, che ritrae Wislawa Szymborska di spalle, indossa una camicia giallina, mi pare, è seduta, e dice che «quando gli ospiti se ne vanno, io resto sveglia. Leggo, penso, sfoglio riviste». Sono giorni, settimane, mesi, in cui mi capita di restare, quando gli ospiti se ne sono andati, a leggere, pensare, sfogliare riviste, e sembra sempre che i muri delle stanze perdano fiato, si sgonfino, si affloscino come una tenda quando viene a mancare un sostegno. Penso, leggo, sfoglio riviste, spostando sedie, rimettendo a posto tavoli, chiudendo a chiave portoni, salutando e ritornando a casa con il silenzio. Che rumore fa il suono di una cosa che accade spontaneamente?

categorie: Linea d'ombra
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Il veleno è nella coda

Sulla strada del ritorno a casa, vaghiamo per le terre del Naviglio Grande con le menti inquinate dal sonno. Incapaci persino di scegliere la meta dove consumare un doveroso pranzo, scegliamo principalmente per il nome la trattoria “Il posto giusto”, che si rivelerà poi essere chiusa, per l’appunto. Così, nei pressi di Bernate Ticino, dalla provinciale scorgiamo un’auto parcheggiata proprio in mezzo a uno degli stradelli che dividono le piantagioni, ora assenti. Dietro, al riparo dal baule, una coppia di anziani sta consumando il loro giusto pranzo, seduti su sedie di plastica bianche con annesso tavolo. Noi ripieghiamo da Gaetano, per far finta di niente, mentre ordiniamo un piatto di scialatielli ai frutti di mare che si rivelerà essere troppo generoso nelle porzioni, far finta di essere stanchi, far finta di averla portata a casa, in qualche modo, questa stagione notturna. Ma il salumiere che saltella di qua e di là dalla posteria mentre consegna sacchetti con un panino al salame, l’organizzatore di gare ciclistiche che strizza gli occhi forte per non commuoversi mentre ricorda una Milano-Arona di secoli passati, i compagni di viaggio incrociati per caso nei bar vicino al Politecnico che aspettano serate così da un anno, il pasticcere che bacia la capa pelata dell’organizzatore di gare ciclistiche mentre questi lo apostrofa come il vero sindaco, la nebbia che sale dal Ticino alla domenica mattina, i pescatori sul Villoresi al sabato mattina, le cabine telefoniche della SIP negli hotel a Lambrate, la gente che mangia dietro i bauli delle macchine, in mezzo ai campi, la domenica pomeriggio, e tutte le cose non fatte, da fare, da sbagliare, da fare un pochino meglio, sono queste il veleno che entra in circolo alla fine, contagiandoti per ricominciare, da qualche altra parte, ancora una volta. Farcela è un’opzione da certificare sottovoce, piano piano, nel posto sbagliato.

categorie: Asfalto, Forzalavoro
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Proprio ora

Credo ci siano almeno trenta centimetri di soffitto a separare questo piano da quello di sotto, credo che dentro questi trenta centimetri ci siano calce, cemento, travi probabilmente, di legno, piastrelle anche, tappeti, lampadari, credo ci sia una buona dose di impedimenti fisici per la trasmissione delle onde sonore, tra il mio piano e quello di sotto, ma nulla impedisce di sentire le lacrime che arrivano, il pianto di chi non riesce a capire per limiti mentali ma ha capito tutto, arrivano distintamente e riescono a farmi percepire tutta la stronzaggine schifosa, indegna e persino puerile (ma per nulla innocente) di noi altri, al piano di sopra, da cui si vede tutto, si sente tutto, da cui si capisce tutto, (perché al piano di sopra sappiamo sempre già tutto, ovviamente) ma non siamo capaci di non lasciar passare un giorno intero senza un patetico gesto reale.

E il fatto che proprio ora, là sotto, al piano terra, si pianga, e trapassi i soffitti e arrivi qui sopra come gli schizzi di una pozzanghera innescati da un’auto di passaggio mentre tu cammini sul marciapiede, rende solo noi del piano di sopra irrimediabilmente colpevoli. Getto via gli orologi, allora, i calendari, getto via i vestiti e le vivande, i libri e gli album, i tavoli e i dizionari, i tappeti e le maniglie e le finestre, getto via i mondi che volevamo, forse almeno, dalla strada, sapranno finalmente riconoscerci, mentre scegliamo l’unico gesto rimasto: aspettare.

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New Ways

C’è questo racconto di Philip Dick, Il mondo che lei voleva, che mi era entrato in testa proprio un anno fa e ora non riesco a ritrovarne le parole. Un volume preso in prestito in biblioteca, dalla carta che assomigliava più a quella usata dai salumieri, che dalle tipografie, per quanta umidità aveva preso sullo scaffale. Come se ritrovarlo, rileggerlo, servisse a chiudere la finestra, a serrare le imposte, a smetterle di farle battere dal vento.

Ci sei tu, che leggi per sbaglio le email dei tuoi collaboratori scoprendo quello che già sappiamo, che mentono nei giorni feriali e dicono la verità in quelli festivi, coincidenza vuole che lavorino per te. E non cedi alle mie proposte di passare il resto delle nostre vite a cercare racconti di fantascienza nelle biblioteche italiane, o saggiarne il tasso di umidità percepito, a cambiare lenzuola dei letti di turisti, «non ce ne sono abbastanza qui», di turisti dici, di pagine dico, e quanto mi piace premere in sequenza la parola basta, basta a non sapere cosa fare di noi ogni gennaio che passa, che arriva e ti lascia seduto in macchina fuori dalla stazione di Bologna o in bici nel parcheggio dietro all’Ipercoop, basta a sapere sempre cosa fare, basta a non fare mai uno più uno, ma uno più mille, o mille meno uno, meno noi, basta ad arrangiarci, basta ad arrivare per ultimi, basta a lavorare di sera, basta agli streaming che si inceppano, alle connessioni che non vanno, ai piedi nudi sul pavimento freddo a settembre, basta alla retorica del settembre, basta al vento che non ti spettina ma ti bagna, alla pioggia che ti entra nelle scarpe ma non nelle viscere, basta ai parcheggi che non si trovano, a quelli per cui devi litigare, ci sei tu che non lo prendi in mano questo basta perché ti reggi già sui polsi.

Ci sei tu che non vuoi seguire un piano, che un pianoforte dall’ultimo piano ti è caduto addosso, che hai imparato a suonarlo con le corde tra i denti, che stringi i denti per non dire, non confidare, non fargli sapere quanto gli vuoi bene. E le forme di pudore diventano forme di omertà, basta all’omertà, ti dico, andiamocene, dico, e chiediamo scusa per la retorica, per aspettare, per girarci dall’altra parte, per non trovare il tempo di comprare un cd vergine da masterizzare, di finire quel libro, di diventare fotografi, diventare scrittori, diventare gestori di bed and breakfast, diventare social media manager, organizzatori, impacchettatori, allestitori, imbustatori, scaricatori, padri e zii, uffici stampa e autisti, non abbiamo il tempo di andarcene, di prendere il mondo che lei vuole, e registrarlo, e ascoltarlo alla mattina presto, quando nemmeno la pioggia ha il coraggio di scendere a trovarci, c’è solo un cielo bianco con gli orizzonti che mangiano se stessi, rimane solo la terra, sgombra, bagnata, ininterrotta.

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