Guardare

C’è questa cosa, di mia madre, quando la metto a sedere sulla poltrona con le ruotine, e la spingo fin sul ciglio della porta, in camera. Lei protende la schiena, si spinge in avanti leggermente, per allungare il collo oltre lo stipite e sbirciare sul corridoio. Guardare. Siamo nel reparto di Neurochirurgia, relativamente povero di accadimenti. Eppure la locazione dei cassonetti della raccolta differenziata, il carrello dei lenzuoli puliti, le braccia conserte dietro la schiena di un parente di un altro paziente in attesa accendono la sua curiosità a digiuno da settimane di vista frontale su un televisore spento. Che dopo quaranta giorni di niente non si è sopita, la sua curiosità, è ancora lì, tutta intatta, pienamente funzionante.

Guardare, guardare: guardare. C’è ancora così tanto da fare e abbiamo così tanto smesso di fare tutto.

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La paura

L’anno si chiude in una saletta di attesa di un reparto di un ospedale: ho mia sorella seduta vicino che si è addormentata, indossa un paio di scarpe che un po’ le invidio, come la capacità di assopirsi appoggiata a un esile gomito. Oggi è l’ennesimo giorno di queste vacanze passate perennemente fuori casa ma senza vedere quasi mai il cielo, il sole: giusto le albe, ci sono concesse. E mentre cambiano i reparti e annoto gli errori di battitura sui volantini di lavori edili lasciati sul tavolo, o la mutazione dei colori dei piani (per il resto tutti perfettamente speculari tra loro), quasi fosse un film di Antonioni (che peraltro non ho mai visto), ripenso a tutte le altre fine di anno passate: la prima con gli amici, la prima in hotel, la prima guidando verso la montagna scoprendo nuove canzoni, la prima sotto a un castello a schivare pezzi di fuochi d’artificio, la prima facendo il buttafuori, insomma, penso che tutte le ultime sere dell’anno siano state dell prime volte. E anche questa non fa eccezione: è la prima volta, che ho paura. Quella paura però non tangibile, legata a qualcosa cui davvero non puoi farci nulla: nessun complesso, nessuna colpa, nessun rischio, la prima paura in cui tu non c’entri nulla, ma che comunque ti devi fare carico, che ti trascina per il colletto su per la salita e ti porta in cima: dove soffia vento, ricordi in faccia come sportine volate via dall’inquinamento globale, il clima è rigido. Da quassù si vedono solo albe.

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Winter Dies in December

Un anno che si chiude ascoltando i discorsi degli altri in cassa all’Interspar, reggendo in mano i savoiardi e le uova di quello che due ore e due pareti imbiancate di albume dopo sarebbe stato il primo tiramisù della vita. Due signori di fronte a me discutono animatamente di politica, si riferiscono a un terzo soggetto, imprecisato, che ad un certo punto della sua vita ha deciso di seguire una certa politica, e quello più acceso dei due si inventa questa definizione, «si è innamorato di lei, in senso buono, ovviamente». Le precisazioni, anche lì dove non dovrebbero esserci, per disinnescare, ed è fondamentalmente questa una delle nuove tradizioni che abbiamo imparato, a disinnescare ordigni, assenze, errori, conseguenze, propositi, pulsioni. Non so come sia venuto il tiramisù, ora è in frigorifero a dormire. Mentre l’albume montato a neve schizzava ovunque pensavo che mi sono sforzato tanto, quest’anno, di andarmene lontano da solo e sono rimasto, da solo, proprio nel punto da dov’ero partito, la mia cucina, la mia casa. Domani sarà il primo Natale che non passerò a mangiare cappelletti in brodo di cappone, altra tradizione che ho blandamente tentato di salvare nell’unica ora libera della settimana, acquistando un cappone in offerta all’Ipercoop e chiedendo consiglio a uno sconosciuto, e sorprendendomi a giustificarmi, «sa, di solito ci pensava mia mamma» mentre lo sconosciuto era ormai già a scartabellare pistacchi. E per ogni tradizione che si incrina ne salta fuori un’altra: ascoltarmi una canzone di Noel Gallagher, fare una passeggiata da solo per le vie del centro alla vigilia, aprire il sito di Trenitalia per provare a raggiungere chi si ricorda ancora degli anni passati, tentare di finire con entrambi i piedi dentro una canzone degli Winter Dies in June. Ecco, quest’ultima cosa qui, in particolare, sarebbe in grado di riscrivere tutti i Natali passati, presenti e futuri con una calligrafia comprensibile.

Polo / 26

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Imparare a stare zitti

Imparare a stare zitti è un po’ come la pasta in bianco della consapevolezza. Fa bene, ma. Imparare a stare zitti è tipo la minestrina in brodo della fame: scalda la pancia, vero, eppure. Imparare a stare zitti, e non notare gli esiti di taluni alvei generazionali (che si ramificano come un delta) che lasciano indietro cose e portano in mare altre (di solito le persone tra i canneti e gli obiettivi sulle onde) è quella cosa che assomiglia alle mongolfiere colorate rinchiuse dentro una vetrina a Demonte: sempre un sabato sera d’agosto, sempre il deserto, e loro illuminate sottovuoto. Chissà chi ci ha preso.

Polo / 25

categorie: Catene, Linea d'ombra, Proclami
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Da che parte stare

Santa Lucia è la santa dei ciechi, me lo ricordo bene. Pare che una volta si cavò gli occhi, per motivi a me imprecisati. Eppure anche se la nebbia è fitta, qui ci vediamo bene. Vedo Demonte, il portico dei negozi lungo la statale che taglia il centro come burro, un sabato sera di agosto in valle Stura dove non c’era davvero nessuno in giro. Vetrine che sembrano dichiarazioni di resa, uno spazio vuoto da riempire con qualcosa (qualsiasi cosa), o qualcosa che doveva essere mostrato (in qualsiasi luogo)? In base alla risposta, ognuno scelga da che parte stare.

https://www.flickr.com/photos/attimo/31594234075

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Le persone hanno gli occhi

Avevo paura di perdere tempo o non stare facendo niente o di fare la cosa sbagliata, solo che in quel momento non lo sai.

Sono dentro alla mostra dei Lele Marcojanni Le città hanno gli occhi da nemmeno due minuti e già le gambe iniziano a tremare. Bologna, fumetti, mappatura spaziale, paesaggi sonori (scusami, Glauco), autori e i loro luoghi dove tutto è nato, seminato, insudiciato, frastornato, riassemblato e rimodulato con il proprio stile, linguaggio, carne. Riviste spuntate in giro per Bologna come fossero rifugi antiatomici, case popolari, abbracci o coltellate alle consuetudini, squarci sui propri ego per far colare inchiostro su una visione del mondo non rintracciabile altrove e altrimenti, forse, se non proprio a Bologna. Ma le gambe mi tremano prima che io arrivi a tutti questi concetti, pesanti, lunghi, mentre staziono di fronte a questa enorme mappa della Bologna del fumetto popolata da nomi propri di persona mi ritornano quelle parole iniziali di uno dei disegnatori raccontati, Lorenzo, che ti guarda ansimante mentre viene sommerso da miti riquadri colorati. E Bologna scompare, rimaniamo io e lui, e poi io soltanto, e del fumetto rimane il rigore formale della mostra, talmente impeccabile nel rendere un fumetto di carta perfettamente plausibile in questa forma video da risultare seducente, talmente pesante, anche, nei tempi del ricordo così dilatati, in attese che durano minuti, che mi ricordano le dodici pagine del diario del padre di Lino, in quel “La terra dei figli” di Gipi letto giusto la sera prima, piene di scritte inintelligibili, un pugno in faccia al lettore che sembra non finire mai. E ringrazio il dio fiko perché oggi c’è ancora chi si permette ancora di essere dilatato, di pesare e soppesare, di essere impeccabile, appunto fino a ribadire una pesantezza diventata, oggi, necessaria, per definirsi, definire, per sentire la pesantezza di carne sopra a questi corpi ormai tratteggiati, con l’aria che tra un tratto e l’altro si infila ovunque rendendoci palloncini gonfiati. Lele Marcojanni sono pesanti, ti ricordano il peso della tua esistenza ed esci dalla loro mostra con un’incredibile voglia di mettere in pratica i difetti collaterali dell’esistenza: far rimbalzare le onde sonore contro le pareti, prendere possesso delle visioni, senza vederle, cancellare questi verbi passivi-aggressivi, il vedere e l’ascoltare, per materializzare i ricordi, i luoghi, le città. Gli occhi delle città mappate dai Lele non sono specchio dell’anima o figure retoriche o strumenti, diventano pesanti come corpi, sono grassi, deformi, inadeguati come corpi ma così materialmente proattivi: le visioni acquistano il lessico e le paure, l’estetica e il linguaggio, la dinamica e il sapore di chi le vede. Bologna, i fumetti e chi disegna i fumetti, partire da un punto sulla mappa per perdersi definitivamente: non riuscire a dormire, avere voglia di fare tutto, avere voglia di dismettere i panni di un osservatore e prendere la matita ed essere la matita, essere la parola che si pronuncia, legare tutte le storie di Bologna a sé, andare a cercare tutte le storie del mondo e legarle e costruire la matassa di lana più grande del mondo, fino a farla diventare lei stessa mondo, e noi stessi abitanti di quella matassa.

Forse esagero, ma leggo quella frase di Lorenzo, appena dopo due minuti che sono entrato alla mostra, e Bologna non conta più nulla, i fumetti poi, conta solo ricordarsi se siamo quelli che amiamo o quello che amiamo, percepire in bocca netto il sapore di quella differenza, di quello scarto. «Siamo interstiziali» si legge in un altro luogo della mostra: quelli che tengono insieme tutto, solo che in quel momento, non lo sappiamo.

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Le moquette verticali

“Dopo lo spettacolo, Ridolini”. O ancora: “Corsi professionali serali”. Cartelli così, sbiaditi dal tempo che passa e dall’unto nell’aria, appesi sopra un muro ricoperto da plaid invernali. La «moquette verticale», come quell’altra cosa là, verticale, il mare in cui sentirsi deboli e lasciare che le cose passino perché «non sono in grado di comprenderle». Scopro un’altra cosa di Parma che non conoscevo (sono infinite), il Chelsea Pub: un’intera vetrinetta a fianco della cassa corre per metri ricolma di soldatini di piombo, indiani d’America accampati a difesa della propria terra, truppe nemiche schierate pronte all’assalto, un museo dell’infanzia o della trasandatezza, chi può dirlo. Il gagliardetto del Chelsea Football Club ormai diventato viola, «vedi, dovrebbe essere blu», per capire quanto tempo è passato dall’apertura e quanta polvere ha accumulato il plaid alle pareti. Pubblicità di sigarette improbabili, sconosciute, «per essere cool anche nei mesi invernali», maschere enigmatiche a fianco di stemmi araldici sopra al camino, taniche di benzina risalenti a conflitti bellici del Novecento, panini allucinanti da prendere sulla fiducia per non cambiarli mai più, per non scegliere mai più, per essere una cosa e rimanere quella, tutta la vita. A questo dovrebbero servire i locali, in fondo.

Il Chelsea Pub è la Parma violenta ma pacifica dove ordinare Vikigen medie e sporcarsi bellamente la barba di salsa piccante, dove rifugiarsi dopo aver assistito in sequenza al concerto degli Winter Dies in June, e poi Julie’s Haircut e infine Giardini di Mirò. Io che vengo da una città ancora più provinciale di Ferrara mi sento trapiantato su una stazione spaziale orbitante attorno al pianeta Terra, e invece è la Sala Ipogea costruita sotto il suolo, a fianco dell’Auditorium Paganini, ex zuccherifico Eridania. Arrivo in anticipo, posso sporcarmi le scarpe centrando tutte le pozzanghere del quartiere, sbirciare dentro la veranda del Circolo Arci Indomita (Parma Club), provare a fare due o tre chiamate e ricevere sempre l’avviso di segreteria telefonica, stare alla larga dalla banda di ragazzini sotto il colonnato dell’ingresso principale. Poi si scendono i gradini larghi e scivolosi per la prima vera pioggia di novembre, sono tutti radunati sotto al porticato in attesa dell’apertura e sembra che stiano lì proprio per guardare noi che scendiamo le scale. Ed è questa la sensazione che permane per tutti i tre concerti: siamo lì proprio per guardare gli altri che scendono le scale. Forse è Parma in sé, forse è l’aspetto fantascientifico della Sala Ipogea a distogliere l’attenzione da accordi e ritornelli: la luce viola che cola dalle vetrate, la scala interna ampia, orizzontale, larga come un modulo lunare su cui imbarcarsi, le luci verdi che macchiano i bar dove il ghiaccio è già finito e per sentire freddo ti devi mettere le mani in tasca e girarti verso il palco. Ci sono i Winter Dies in June che stanno facendo quattro pezzi «invece che cinque», e sono tutti nuovi, e sono tutti bellissimi e confortevoli, violenti ma pacifici, ti fanno sentire voglia di mettere le mani in tasca, casomai ritrovassi tutto quello che hai perduto, le chiavi di casa lasciate sul comodino che ti costringeranno a svegliare tutti quando ritornerai alle tre del mattino, i desideri repressi, le pulsioni verso riccioli ingrovigliati o riquadri di un cappotto, la voglia di studiare la sera o di andare a scuola la mattina, la persuasione con un cornetto caldo in mano appena preso al bar che convincerebbe chiunque. Frugo con le mani, il flusso sanguigno riattivato da The Exception mi fa battere il tempo e scuotere il torpore di tutto questo vetro attorno, ma non trovo nulla, ho soltanto una Corona che finisco in fretta per la vergogna di bere una Corona.

Giacomo mi racconta una storia bellissima, di un bambino che non aveva voglia di andare a scuola e scappa e finisce sul treno dei pendolari del mattino a Roma, e poi me ne racconta un’altra, ancora più bella, di un bambino molto più grande che invece ritrova la voglia di andarci, a scuola, e si mette a studiare alla sera e mi fa ricordare un’altra cosa che ho lasciato a casa, la voglia di imparare, la voglia di farsi i muri al 18%, la voglia di iscriversi a manifestazioni ciclistiche a numero chiuso con la sola speranza dell’estrazione, per poter partecipare. Le storie bellissime come i concerti e le coincidenze di mezzi, spostamenti, incastri di orari e di date che solo Barto riesce a rispettare, le storie bellissime come i riconoscimenti che solo Barto riesce a dare, quando l’hai appena salutato e lui riesce a dire cose come «siamo orgogliosi di essere connazionali di gruppi che hanno fatto comunque un album così», anche se quell’album ha ormai quindici anni e sul palco, sopra una cassa, compaiono tazze di tè da cui si abbevera con misura il chitarrista. E il muro di suoni che mettono assieme i Giardini di Mirò è sempre quello, in fondo, ed è sempre impossibile non andare a sbatterci contro e rimanere storditi per qualche secondo appena (il massimo che possiamo concederci, il massimo che ci possono concedere gli altri) a fianco del mixer. Poi è tempo di prendersi la pioggia, di rifugiarsi al Chelsea Pub, di spiegare che cosa si fa nella vita, senza farsi capire bene, giustificando il caos con quella postilla di cui me ne vergogno sempre un po’, come le Corone in mano e lo stordimento post-concerto, «sai, è sempre stata una mia passione», e ricevere come risposta una sentenza: «una volta un famoso dirigente a un convegno disse questa cosa, che mi ha molto colpito e secondo me è molto vera, che per anni ci hanno detto che dovevamo seguire le nostre passioni, e invece bisognerebbe seguire una sola cosa, il nostro talento».

In autostrada, prima di raggiungere Parma, diverse ore prima di Parma violenta ma pacifica, che dichiara la tua sconfitta ma con il sorriso sulle labbra sporco di salsa piccante, c’era Morricone che usciva dall’autoradio (precisamente, Neve, da The Hateful Eight), c’era uno zaino dimenticato sul sedile passeggero, c’era la pioggia a secchiate e il buio delle cinque del pomeriggio di autunno e sembrava da lontano, davvero, l’inizio di un film di Tarantino. E poi passo sotto un tabellone luminoso informativo, di quelli che segnalano code o incidenti o ti ricordano di dormire, prima di metterti alla guida, e lampeggiava la strisciante scritta “anche meno”. La silenziosa dittatura dell’anche meno, quella che non vieta, suggerisce velatamente che non è il caso, di rimanere storditi ai concerti, che non è il caso di bere Corone, che non è il caso di seguire le proprie passioni. Di essere un’eccezione. Di rimanere blu, nonostante gli anni che passano, i soldatini di piombo, le pendenze, le segreterie telefoniche, la decenza, le moquette verticali.

categorie: 200X, Asfalto
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Città del ‘900

Se i platani di via Pomposa in autunno non fossero in via Pomposa, sulla Rossonia, ma nello Yorkshire o in Germania sarebbero finiti sull’Instagram di mezzo mondo. Vent’anni prima, quasi l’intero tratto della via del Mare tra Ferrara e Tresigallo (oggi SP15) era interamente cinto da queste file interminabili, possenti di platani, robusti e alti come colonne di marmo di una cattedrale nel deserto. E a Tresigallo ci si andava quasi sempre in questo periodo, per quella cosa di andare a mettere dei fiori nei cimiteri e di accendere «i lumini». Si andava di domenica pomeriggio, mai il primo di novembre perché «c’è troppa gente», io ero seduto dietro, cuffie con archetto metallico piantato sulla testa (gli auricolari dovevano ancora essere inventati), walkman Aiwa sintonizzato su Tutto il calcio minuto per minuto, con l’Inter allenata da Bagnoli che dopo un incerto inizio stava rimontando il Milan di Capello e chissà, forse tra un gol di Ruben Sosa e un Manicone centromediano metodista, forse al derby ce la si poteva pure giocare. C’era molto nebbia, quasi come stamattina, e c’erano soltanto poche tonalità nella paletta dei colori di Ferrara in autunno: grigio, marrone, giallo, una spruzzata di rosso. Gli stessi che si ritrovano nei piatti in tavola i giorni di festa: marrone, giallo, la pasta all’uovo, il brodo, la carne, il purè. Non è tristezza, vent’anni fa la tristezza non era ancora stata inventata, era semplicemente il mondo conosciuto: l’America, Instagram, gli stati d’animo ingiustificati e ingiustificabili ed essenzialmente le tragedie dovevano ancora essere scoperte. Avevamo pochi colori, una radio che gracchiava sulle discese sulla fascia di Fontolan, un cimitero così squadrato, con questo monumento funebre dedicato a Rossoni così futuristico: nemmeno il fascismo, l’architettura, il razionalismo, nel mio mondo di ragazzino delle medie, era stato inventato. E mi sembrava davvero enorme, il cimitero di Tresigallo, quando ancora nella rotonda poco prima di svoltare a sinistra e imboccare il viale con i pini che conduceva all’ingresso, non erano state piantate insegne turistiche ‘Città del ‘900’. Eravamo noi, il Novecento, o quel che ne restava, senza bisogno di indossare cartellini di riconoscimento. La parete con le lapidi di famiglia, la foto di mio nonno, che mai ho conosciuto, che adesso nel futuro è clamorosamente uguale a me, e me ne rendo conto solo ora, come quel rosso sbiadito della scritta ‘Fam. Zecchi’, che mio padre orgogliosamente rivendica: «l’ho pitturata io, quando ero giovane!». Due lumini, uno per nonno e uno per nonna, niente fiori, ci aveva sempre già pensato qualcun altro, chissà chi, poi di nuovo fuori, nella campagna, riaccendevo subito la radio per ascoltare le interviste agli allenatori. L’Inter probabilmente non aveva vinto, le vittorie nemmeno, erano state ancora inventate. Oggi abbiamo provato a cercare la tomba della zia di mio padre, morta l’anno scorso, senza trovarla, «vuoi vedere che l’hanno spostata?». Nel Novecento certe cose non accadevano, soprattutto, non mi riconoscevo nelle frasi in dialetto di mio padre, mentre adesso, quando saliamo in macchina parcheggiata nell’erba a fianco del minuscolo cimitero di Focomorto, se ne esce dal silenzio con «pian pianin, finis tut». Toccherà andare in bici, di nuovo, anche oggi pomeriggio, pian pianino.

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Una risposta non esauriente alla domanda ‘Come è andato questo venerdì?’

Giro la curva, l’ultima nella mia via prima di imboccare gli ultimi trecento metri di rettilineo che mi conducono a casa, e mi ritrovo di fronte al cofano della mia Polo un cane. Smarrito, spaurito, mi guarda impietrito con quell’espressione tipica di chi ha appena ricevuto una domanda tipo “come stai?” e no, non vuole e non ha nessuna intenzione di rispondere. È alto, ha il muso esile come un fenicottero e il pelo morbido come la neve, a vederlo: perché quando scendo dalla macchina per andargli incontro, lui scappa lontano. Provo a inseguirlo, per capire, fargli qualche domanda, provare a ragionare assieme su come sia potuta andare così, su cosa ci facciamo entrambi in questa situazione, estemporanea come le frasi che mi escono oggi e che nessuno, davvero nessuno ha capito: perché io sto inseguendo un cane terrorizzato bianco come la neve, dalle zampe lunghissime, che non ha nessuna intenzione di fermarsi? Perché io sto scappando da un essere umano inopportuno, capace solo di smascherare gli incantesimi altrui? Rovino la magia, allora, cercando il numero del canile per riportare l’ordine in questi trecento metri che mi separano da casa: trovo occupato. Il cane, intanto, corre lontano, schivando le auto contromano e gli alberi che trattengono le foglie.

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Mascarpone

Le storie ci salveranno. Lo pensavo prima, quando nemmeno due generose fette di pane tostato spalmate di mascarpone riuscivano a distrarmi mentre tu eri impegnata in altri campi di battaglia, impermeabile alle fiamme dei desideri altrui: le storie ci salveranno. Gli insonni che si ritrovano nella notte per arrivare al mattino, il centro ufologico di gente che crede ancora in qualcosa, quelli che spazzano le strade, quelli che vomitano sugli scaloni, quando andremo a fondo insieme a tutti loro a raccattare le storie, ci salveremo, quando prenderemo autobus per non andare da nessuna parte, guideremo tutta la notte per andare a trovare storie, ci salveremo, quando ci faremo schizzare in faccia i desideri repressi altrui, quando dipaneremo gli intrighi di potere di lavori cui mai aspireremo, quando riusciremo a tenerci a mente una lunga sequenza di cognomi, di incastri, quando rimarremo lucidi e persino un po’ inebriati nel tenere il filo di date, scadenze, rimandi ad altre storie ancora, come quando giri per una città straniera senza ausilio di mappe, riuscendo a orientarti comunque, le storie, ci salveranno, a noi sporchi di fango, seppelliti da voglie che non basterebbero a sfamare un paese in carestia, terrorizzati dai voli a basso costo sopra il Tirreno, dai giardini dentro cui non metteremo più piede, dai messaggi inopportuni e da questa costante incapacità di perdere la lucidità con l’alcol o con la stanchezza, le storie ci salveranno, le storie che ascolterò e che tornerò a raccontare. Passa dopo i Beatles una canzone degli ultimi Oasis, quelli irrecuperabili, passa Let there be love, e per una frazione di secondo credo a tutto quello che scrivo: che le storie, ci salveranno.

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